Liceo Classico Paolo Sarpi
Fiorella Schiavo
Classe 3C
Anno scolastico 2007/2008
Memoria e riconciliazione nella guerra civile
L’importanza della memoria e la necessità della ricostruzione su basi di verità e giustizia.
Come è possibile che un’esperienza nazionale come quella di una guerra civile, in cui sono avvenuti massacri di massa e violazioni ripetute dei diritti umani, possa trovare una coerente narrazione che renda giustizia alla memoria delle vittime e dei carnefici?
Numerosi intellettuali, nel corso del Novecento, si sono interrogati sul ruolo della memoria, come Primo Levi, che sostiene l’importanza della memoria ai fini di responsabilizzare le nuove generazioni e renderle consapevoli del fatto che ciò che è accaduto, anche se mai identico, potrebbe accadere di nuovo, o Jean-Paul Sartre, che sottolinea come il soggetto sia totalmente responsabile della sua esistenza, non solo per sé ma anche per gli altri, e che sostiene la necessità della presa di posizione degli intellettuali nei conflitti del proprio tempo. Inoltre, ritroviamo l’importanza del ruolo della memoria storica anche in ambito artistico con la nascita del fotogiornalismo, basti pensare a un personaggio come Robert Capa, che descrive la difficoltà di assistere al dramma della guerra senza possibilità di intervenire, o con dipinti-manifesto, come il “Guernica” di Picasso.
Nell’ambito storico il tema della memoria si intreccia con il problema se sia più utile ai fini della riconciliazione e della ricostruzione di solide basi sociali il ricordo o l’oblio. Esempi in cui sono stati privilegiati l’oblio e il perdono, anche se con modalità e difficoltà diverse, sono la restaurazione democratica ad Atene dopo il governo dei Trenta Tiranni e la Resistenza in Italia. In una posizione intermedia, invece, si colloca il poeta latino Orazio, che nell’Ode 1,37 riconosce la piena dignità dell’altro, mentre ritroviamo l’importanza del ricordo e la necessità di ripartire da basi di verità in Sudafrica e in Argentina, anche se in quest’ultimo caso la questione rimane tuttora problematica.
Fiorella Schiavo 3aC
Memoria e riconciliazione nella guerra civile
Introduzione al tema della memoria (+ Italiano: Primo Levi, memoria e testimonianza).
La posizione degli intellettuali: perché il ruolo della memoria nella storia.
Ricordare
- Filosofia: Sartre, la necessità dell’impegno dell’intellettuale.
- Memoria nell’arte del ’900.
- Documentare la guerra: Robert Capa e la nascita del fotogiornalismo.
- La denuncia degli orrori della guerra civile: Picasso, “Guernica”.
Riconciliazione
Le diverse modalità in cui essa si attua.
Rimozione: ricomposizione della frattura tra le parti.
Ripartire da basi di verità.
- Latino: Orazio, Ode I, 37, il riconoscimento della dignità dell’altro.
- Greco: Lisia e l’amnistia ateniese del 403 a.C.
- Storia: la Resistenza italiana, tra la difficile definizione di guerra civile e revisionismi recenti.
- Storia: le commissioni per la riconciliazione e la verità.
- Sudafrica, la fine dell’Apartheid.
- Argentina, “Nunca más” e questione desaparecidos.
Fiorella Schiavo
Classe 3C
Memoria e riconciliazione nella guerra civile
Introduzione
“Coloro che dimenticano il passato sono condannati a ripeterlo” si legge all’entrata del museo del campo di concentramento di Dachau. Non solo. Guardare in faccia le atrocità commesse o subite è la strada maestra per costruire un futuro di pace. In questi ultimi anni abbiamo visto di tutto: tribunali internazionali, corti contro i crimini di guerra, commissioni d’inchiesta, la riscrittura della storia, richieste di verità da parte delle vittime o dei parenti delle vittime rimaste inascoltate.
Lo sviluppo della memoria, in termini di raccolta, diffusione, pubblicazione, non coincide necessariamente con un incremento di interesse. Eppure i processi, come del resto i lavori delle commissioni per la verità, costituiscono sempre un’occasione per risvegliare e rinnovare la sua presenza, il suo ruolo di possibile riconciliazione o di mantenimento delle divisioni nella società. Ma come è possibile che in queste occasioni si giunga a una rappresentazione distorta della storia? È ancora più possibile che la memoria venga strumentalizzata, decontestualizzata, sottratta ai suoi naturali possessori e offerta manipolata ai suoi destinatari.
Come è possibile che un’esperienza nazionale in cui sono avvenuti massacri di massa e violazioni ripetute dei diritti umani possa trovare una coerente narrazione che renda giustizia alla memoria delle vittime e dei carnefici, dei collaborazionisti e degli attendisti? È più facile al giudice o allo storico trovare la strada per suggerire una sorta di pacificazione della memoria o proporre un racconto condiviso, necessariamente compromesso?
Si torna, dunque, al problema se sia più utile alla convivenza sociale il ricordo o l’oblio; una questione analoga a quella se debba prevalere la punizione o il perdono. Tra i Paesi che hanno scelto la seconda strada, oblio e perdono spesso sono due facce della stessa medaglia, forse solo la Spagna lo ha fatto senza eccessive polemiche e traumi particolari. In Sudamerica, invece, la questione sembra rimanere intatta in tutta la sua problematicità, come dimostra la contrastata accoglienza dell’opinione pubblica argentina alla tenace lotta delle madri di Plaza de Mayo per tenere vivo il ricordo dei desaparecidos.
Memoria e narrazione non sono disgiunte dalla questione che più di ogni altra, probabilmente, riassume e intreccia tutti i problemi ricordati finora: la questione della verità. Non è un caso che la verità sia il fine di ogni processo, anche se si parla spesso, per evitare fraintendimenti, di verità “processuale” o “giudiziaria”; e non è un caso neppure che le commissioni che sono state istituite per fare i conti con un passato al tempo stesso tragico e scomodo siano state chiamate commissioni per la verità.
Il problema della verità, almeno per quanto riguarda la storia, è sempre legato a quello dell’interpretazione. Ma non s’identifica o si stempera in esso. La connessione tra i fatti e il meccanismo della loro sequenza, oltre che la selezione di eventi ritenuti rilevanti, è certamente influenzata dalle ipotesi interpretative; come lo sono la ricerca e la spiegazione delle cause, dei precedenti, del contesto e il modo in cui viene presentato il racconto storico. Ma vi è un nocciolo irriducibile di verità che non appartiene all’interpretazione e che probabilmente è comune tanto alla storia che alla giustizia. La storia, come la memoria, è fortemente selettiva: ma mentre quest’ultima è soggetta a una distorsione di percezione capace di mutarne il racconto soggettivo, la prima può produrre una distorsione di senso pur mantenendo la presunzione di verità.
Non si può dimenticare l’oggettiva difficoltà di costruire una memoria collettiva nelle moderne società democratiche, dove la coscienza storica svolge un ruolo certamente secondario di legittimazione politica e di rafforzamento della convivenza sociale, anche se è alla storia che rimandano le radici e le fondamenta della nascita della democrazia e, tuttavia, resta il fatto che la ricerca storica, che ha come requisito indispensabile la possibilità di accedere ad archivi completi e disponibili e necessita di finanziamenti appropriati, non conduce meccanicamente alla verità e soprattutto non al tipo di verità che spesso è richiesta per costruire una memoria collettiva e rafforzare un’identità nazionale o una solidarietà sociale.
Il tema della memoria
Italiano: Primo Levi, memoria e testimonianza
La memoria dell’offesa ne “I sommersi e i salvati”.
Nel primo capitolo de “I sommersi e i salvati”, saggio scritto nel 1986, ultimo lavoro dell’autore, un’analisi dell’universo concentrazionario che l’autore compie partendo dalla personale esperienza di prigioniero del campo di sterminio nazista di Auschwitz e allargando il confronto ad esperienze analoghe della storia recente, intitolato La memoria dell’offesa, Levi inizia a trattare dell’argomento principale del libro: la memoria. Parte dal presupposto che la memoria umana è fallace, condizionata da ciò che si sente successivamente e da ciò che si legge. E se per gli oppressori la memoria può essere facilmente cancellata, è per gli oppressi che il ricordo delle torture subite non riesce a scomparire.
La memoria dell’uomo è uno strumento bellissimo, ma che può sbagliare; infatti i ricordi, con il passare degli anni, tendono a cancellarsi: spesso subiscono modifiche o addirittura vi si inseriscono dei particolari estranei. Più si rievoca un ricordo, più questo rimane vivo, ma talvolta si cristallizza e così si ricorda ciò che si è rievocato e non il fatto stesso.
Ricordare un dramma crea disagio sia alla vittima sia all’oppressore.
Di fronte alla domanda “Perché lo hai fatto?”, l’oppressore spesso mente ed è cosciente di farlo, ma il più delle volte si costruisce una realtà di comodo che gli permette di convincere se stesso e gli altri della sua buona fede: “L’ho fatto perché mi è stato comandato, perché sono stato educato all’obbedienza assoluta, sono stato ubriacato di slogan e di manifestazioni; non solo mi era vietato decidere, ma ne ero incapace”.
Come si può capire, queste risposte sono forme di autoinganno: uno stato totalitario può esercitare sull’individuo una pressione paurosa ma non irresistibile, specialmente in un periodo di tempo relativamente breve. Pertanto, la fallacità della memoria può essere usata a proprio favore: molti sono gli oppressori che si sono, volutamente, inventati un’altra memoria, cancellando quanto avevano fatto e riducendolo in semplici azioni senza alcuna colpa.
Questo è il modo con cui Levi afferma che molti complici dello sterminio si siano salvati dai loro stessi sensi di colpa. Ma anche coloro che hanno subito tendono a ricrearsi una nuova memoria: non per sfuggire a ciò che hanno fatto, poiché, come si è detto, sono loro che hanno subito, ma per sfuggire a quel ricordo, per dimenticare quanto hanno subito, i dolori e le ingiustizie.
Questo libro, come gli altri dell’autore, ha lo scopo di dare una testimonianza, una voce nella storia e nel corso della lettura possiamo trovare numerosi passi che spiegano al lettore il motivo dell’importanza della memoria al fine di responsabilizzare le generazioni future, per esempio:
“Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli. Si prova la tentazione di torcere il viso e distogliere la mente: è una tentazione a cui ci si deve opporre.”
(pag. 39)
Il grande timore che traspare è che il tempo cancelli o alteri la memoria di quanto accaduto, si rischia la semplificazione o lo stereotipo e si tratta di una “difficoltà o incapacità di percepire le esperienze altrui, che è tanto più pronunciata quanto più queste sono lontane dalle nostre nel tempo, nello spazio o nella qualità. […] È compito dello storico scavalcare questa spaccatura, che è tanto più ampia quanto più tempo è trascorso dagli eventi studiati.” (pag. 128)
La conclusione di Levi non è affatto tranquillizzante riguardo al genere umano.
“È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà; come ho accennato più sopra è poco probabile che si verifichino di nuovo, simultaneamente, tutti i fattori che hanno scatenato la follia nazista, ma si profilano alcuni segni precursori. La violenza, “utile” o “inutile”, è sotto i nostri occhi, serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di Stato, in entrambi quelli che si sogliono chiamare il primo ed il secondo mondo, vale a dire nelle democrazie parlamentari e nei paesi dell’area comunista. Nel terzo mondo è endemica od epidemica. Attende solo il nuovo istrione, non mancano i candidati, che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo. Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono “belle parole” non sostenute da buone ragioni”. (pag. 164)
Ad un ultimo quesito infine Levi cerca di dare una risposta: chi erano gli “aguzzini”, di che tempra erano fatti?
Erano “della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male.” (pp.166-67).
Levi evidenzia come sia pressoché illimitato il potere di educazione, propaganda e informazione in un regime totalitario e come sia quindi possibile manipolare l’opinione pubblica, appiattirla e istupidirla come accadde ai tedeschi che accettarono e seguirono il loro Fuhrer, per orgoglio nazionale, pigrizia mentale, stupidità, calcolo miope.
Lo Shemà’, l’importanza della testimonianza
Ai primi di gennaio del 1946 – meno di tre mesi dopo il suo lungo e faticoso ritorno a casa narrato nella “Tregua” – Levi scrisse una poesia, intitolata Shemà’, che ha conosciuto una grande notorietà in quanto, priva di questo titolo, è stata riportata all’inizio di “Se questo è un uomo”.
Shema’
[Ascolta]
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Il compito del testimone è di affermare con la parola: i miei occhi hanno visto quello che i vostri non hanno potuto scorgere. In un certo senso si potrebbe sostenere che il suo scopo è di trasformare in occhi gli orecchi altrui.
Tuttavia, vi è una profonda differenza tra la testimonianza processuale e quella del reduce. Essa non consiste tanto nel fatto che in quest’ultimo caso il testimone si presenta anche come giudice. La vera diversità sta piuttosto nel presentarsi di quella testimonianza come di una voce imperativa per tutti coloro che l’ascoltano. Non fortuitamente, è proprio in relazione alla sfera del comando che la parola “laica” di Primo Levi ritrova una parentela con il linguaggio biblico. Vi è una frase che i sopravvissuti allo sterminio nazista hanno ripetuto senza posa: “è successo, potrebbe accadere di nuovo”. Il senso di tale monito è di certo il seguente: “è accaduto, potrebbe avvenire un’altra volta, ma non deve più capitare, tuttavia accadrà di nuovo se voi non presterete ascolto alla nostra voce.” Non si tratterà esattamente della stessa catastrofe, sarà, però, qualcosa ad essa particolarmente simile.
Non si va lontano dal vero sostenendo che il testimone è una specie di profeta del nostro tempo e che la sua parola viene vanificata quando non è accolta come imperativa. Egli è tenuto a comunicare l’accaduto, ma è proprio questo a porre lui stesso e i suoi ascoltatori nell’orizzonte impegnativo della responsabilità. Se il testimone resta muto, “il mondo non saprà di che cosa l’uomo è stato capace, di che cosa è tuttora capace: il mondo non conoscerà se stesso”, e senza tale conoscenza sarà più esposto al ripetersi di simili eventi, Primo Levi. Il racconto del superstite ha uno scopo: che dalla memoria derivi un mutamento nei modi di pensare e di agire.
La posizione degli intellettuali di fronte alla guerra
Filosofia: l’impegno dell’intellettuale e la responsabilità morale secondo Jean-Paul Sartre
Il ’900 è un secolo attraversato dal dibattito sull’autonomia degli intellettuali, cioè sull’esigenza che essi, nello svolgimento della loro funzione, mantengano una collocazione separata e neutrale rispetto ai processi storico-politici del loro tempo, o, al contrario, si schierino, prendano posizione a favore o contro l’uno o l’altro degli schieramenti in campo.
La questione dell’autonomia degli intellettuali si pone soprattutto come problema del rapporto tra intellettuali e politica. A volte alcuni intellettuali scelsero di rifiutare ogni coinvolgimento, mantenendo una totale neutralità, nella convinzione che compito degli intellettuali fosse quello di mantenersi al di sopra della mischia, salvaguardando i valori della cultura. Altri scelsero la strada opposta, quella della presa di posizione.
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Tesina - Premio maturità 2008
Titolo: Memoria e riconciliazione nella guerra civile
Autore: Fiorella Schiavo
Descrizione: "Coloro che dimenticano il passato sono condannati a ripeterlo" si legge all'entrata del museo del campo di concentramento di Dachau. Non solo. Guardare in faccia le atrocità commesse o subite è la strada maestra per costruire un futuro di pace. In questi ultimi anni abbiamo visto di tutto: tribunali internazionali, corti contro i crimini di guerra, commissioni d'inchiesta, la riscrittura della storia, richieste di verità da parte delle vittime o dei parenti delle vittime rimaste inascoltate. Lo sviluppo della memoria, in termini di raccolta, diffusione, pubblicazione, non coincide necessariamente con un incremento di interesse. Eppure i processi, come del resto i lavori delle commissioni per la verità, costituiscono sempre un'occasione per risvegliare e rinnovare la sua presenza, il suo ruolo di possibile riconciliazione o di mantenimento delle divisioni nella società. Ma com'è possibile che in queste occasioni si giunga a una rappresentazione distorta della storia? È ancora più possibile che la memoria venga strumentalizzata, decontestualizzata, sottratta ai suoi naturali possessori e offerta manipolata ai suoi destinatari. Come è possibile che un'esperienza nazionale in cui sono avvenuti massacri di massa e violazioni ripetute dei diritti umani possa trovare una coerente narrazione che renda giustizia alla memoria delle vittime e dei carnefici, dei collaborazionisti e degli attendisti? È più facile al giudice o allo storico trovare la strada per suggerire una sorta di pacificazione della memoria o proporre un racconto condiviso, necessariamente compromesso? Si torna, dunque, al problema se sia più utile alla convivenza sociale il ricordo o l'oblio; una questione analoga a quella se debba prevalere la punizione o il perdono. Tra i Paesi che hanno scelto la seconda strada (oblio e perdono spesso sono due facce della stessa medaglia) forse solo la Spagna lo ha fatto senza eccessive polemiche e traumi particolari. In Sudamerica, invece, la questione sembra rimanere intatta in tutta la sua problematicità, come dimostra la contrastata accoglienza dell'opinione pubblica argentina alla tenace lotta delle madri di Plaza de Mayo per tenere vivo il ricordo dei desaparecidos. Memoria e narrazione non sono disgiunte dalla questione che più di ogni altra, probabilmente, riassume e intreccia tutti i problemi ricordati finora: la questione della verità. Non è un caso che la verità sia il fine di ogni processo, anche se si parla spesso, per evitare fraintendimenti, di verità "processuale" o "giudiziaria"; e non è un caso neppure che le commissioni che sono state istituite per fare i conti con un passato al tempo stesso tragico e scomodo siano state chiamate commissioni per la verità. Il problema della verità, almeno per quanto riguarda la storia, è sempre legato a quello dell'interpretazione. Ma non s'identifica o si stempera in esso. La connessione tra i fatti e il meccanismo della loro sequenza, oltre che la selezione di eventi ritenuti rilevanti, è certamente influenzata dalle ipotesi interpretative; come lo sono la ricerca e la spiegazione delle cause, dei precedenti, del contesto e il modo in cui viene presentato il racconto storico. Ma vi è un nocciolo irriducibile di verità che non appartiene all'interpretazione e che probabilmente è comune tanto alla storia che alla giustizia. La storia, come la memoria, è fortemente selettiva: ma mentre quest'ultima è soggetta a una distorsione di percezione capace di mutarne il racconto soggettivo, la prima può produrre una distorsione di senso pur mantenendo la presunzione di verità.
Materie trattate: italiano (Primo Levi), filosofia (Jean-Paul Sartre), arte (il fotogiornalismo, R. Capa, Picasso), storia (la resistenza italiana), greco (Lisia), latino (Orazio)
Area: umanistica