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L’importanza del gioco nello sviluppo del bambino Debora Caretta

L’importanza del gioco nello sviluppo del bambino

Nel linguaggio comune la parola “gioco” indica un’attività gratuita che procura al bambino un piacere e un benessere di tipo particolare. Il termine però si discosta completamente da qualsiasi connotazione di “serietà”, venendo per molto tempo considerato come un modo di impiegare il tempo libero che stava al di fuori delle attività serie, produttive e importanti o come ricompensa dopo le ore di impegno, studio o lavoro. I giochi dei bambini invece devono essere valutati come le loro azioni più serie e non come semplici svaghi. Per i bambini che giocano per divertirsi non c’è nessuna differenza tra il gioco e ciò che un adulto potrebbe considerare come un lavoro.

L’attività ludica è altamente significativa per la crescita del bambino in quanto svolge una funzione strutturante dell’intera personalità. Nel giocare il bambino impara ad essere creativo, sperimenta le sue capacità cognitive, scopre se stesso ed entra in relazione con i suoi coetanei o con gli adulti; comincia a comprendere come funzionano le cose, cosa si può e non si può fare con gli oggetti, si rende conto dell’esistenza delle regole di comportamento e del valore degli altri.

Inoltre giocando ogni individuo riesce a liberare la propria mente dalle contaminazioni esterne, quali il giudizio altrui, e ha la possibilità di scaricare la propria istintività ed emotività rapportandosi in maniera sicura alla realtà. L’esperienza del gioco insegna al bambino ad essere perseverante e ad avere fiducia nelle proprie capacità.

Valutare il comportamento dei bambini durante il gioco deve coinvolgere sia i genitori che gli educatori. Essi devono dargli l’opportunità di misurare e sviluppare le proprie risorse e potenzialità. Inoltre per il bambino scoprire che i genitori mostrano interesse per la sua attività più seria consente di rafforzare il suo senso di sicurezza e protezione; mentre la capacità dell’educatore di creare un clima di gioco nell’attività didattica garantisce ai bambini una situazione di benessere psichico e consente una condizione valida per la partecipazione e l’interesse all’interno della vita scolastica.

Al di là delle varie correnti di pensiero attualmente il gioco rappresenta un esercizio fondamentale nella strutturazione della personalità, specialmente in età evolutiva. Per uno sviluppo psicofisico armonioso è necessario garantire al bambino il tempo e lo spazio per dare libero sfogo a tutte le pulsioni interne.

Oggi tutti i documenti internazionali affermano il diritto al gioco del bambino e viene proclamato come bisogno prevalente e vitale dell’infanzia, motivato da esigenze e implicazioni di ordine fisiologico, psichico, spirituale e sociale.

Il gioco nella storia dell’educazione

Già presso i greci e i romani era riconosciuta l’importanza del gioco, che era però inteso come materia vera e propria. Fino ad allora la scuola era sempre stata concepita come un lavoro serio e disciplinato, dove il bambino doveva apprendere passivamente un sapere nozionistico, acquistando determinati comportamenti in un clima di serietà, ubbidienza e distacco.

L’idea di introdurre il gioco in campo educativo risale a Rousseau. In questa maniera il gioco non era né spontaneo né piacevole, infatti consisteva in una parte teorica con molte regole e una parte pratica composta da esercizi ginnici.

Con l’avvento dei pedagogisti moderni si realizza un’impostazione psicologica ed educativa dei giochi infantili. Dewey, Decroly, Claparède hanno cercato di fare del gioco un mezzo per sviluppare integralmente la vita psico-fisica del bambino.

(1712-1778)

(35 d.C.- 95 d.C.) (1782-1852) (1870-1952)

Nell’Institutio Oratoria Quintiliano mostra un grande potenziale innovativo. Quintiliano proponeva l’utilizzo di formine in avorio o biscotti a forma di lettere da utilizzare fin dalla prima infanzia sostituendo i lenti ed estenuanti metodi utilizzati nell’insegnamento dell’alfabeto ai bambini. Inoltre Quintiliano insisterà sul concetto di scuola come gioco, stimolando gli allievi a gare di emulazione e disapprovando i metodi coercitivi e le punizioni.

Froebel mette a disposizione dei bambini dei “doni” capaci di stimolare l’attività simbolica, evocativa, fantastica del bambino. Il metodo di Froebel è incentrato sulla spontaneità del gioco. Il gioco rivela le più intime tendenze di ciascuno e il bambino non lo interpreta come divertimento ma come un vero e proprio lavoro. Attraverso di esso si sviluppano il linguaggio, il disegno, la produttività e l’attività logico-matematica. I doni sono una serie di giochi presentati metodicamente e che sfruttano la naturale curiosità del bambino. Sono una palla, una sfera, un cubo e un cilindro. Arricchiscono nel bambino la manualità nelle sue attività creative e la conoscenza del reale nella sua unità e molteplicità.

La Montessori ha cercato di graduare il materiale ludico alla maturità psicologica del bambino col fine specifico di sviluppare la funzione senso-motoria. Il bambino cioè veniva educato a riconoscere le proprie attività senza un intervento invasivo dell’insegnante che doveva limitarsi a mostrare e osservare.

Lo sviluppo emotivo

Al gioco i bambini affidano le proprie emozioni, i propri pensieri e ricordi.

La ricerca psicologica, in particolare il filone della psicoanalisi di Freud, ha analizzato come il gioco permetta di assicurare al bambino un equilibrio emotivo grazie alla possibilità di renderlo in grado di gestire le ansie.

Durante la prima infanzia il bambino deve affrontare piccole angosce quotidiane derivanti dalle nuove esperienze e scoperte. Attraverso la ripetuta rappresentazione ludica queste situazioni sono utili per la crescita del bambino in quanto incentivanti a imparare a controllare le situazioni e difficoltà. In questa maniera il bambino inventa e si ripropone esperienze che sia in grado di affrontare e che gli permettano di controllare gli eventi e le proprie emozioni. Attraverso il gioco può sperimentare senza rischi e senza costrizioni: è lui allo stesso tempo attore e regista.

Inoltre impulsi o desideri che altrimenti non troverebbero soddisfacimento sul piano concreto, possono esprimersi sul piano ludico attraverso l’uso di oggetti simbolo e oggetti transazionali, ovvero quei bambolotti, fazzoletti, coperte ecc. che il bambino vuole sempre portare con sé in quanto gli trasmettono un senso di sicurezza, la stessa sensazione che un giorno sarà in grado di ricevere dai rapporti affettivi con le altre persone.

L’adulto che osserva il bambino giocare avrà quindi la possibilità di venire a conoscenza delle ansie, delle paure e dei desideri che lo coinvolgono in quel momento. Aiutare il bambino a giocare meglio proponendogli attività interessanti equivale a permettergli di esteriorizzare le sue fantasie di onnipotenza, così come quelle di inadeguatezza e di incanalarle in maniera positiva. Giocare diventa così un modo per esprimere gli stati d’animo e per individuare soluzioni a conflitti interni. I genitori così come gli educatori non devono però agire in maniera costrittiva e invasiva ma devono limitarsi ad aiutare il bambino a metabolizzare il mondo esterno fornendogli gli strumenti per gestire il mondo per immagini e dare voce alle sue percezioni ed emozioni.

Le varie modalità di gioco sono legate allo sviluppo emotivo del bambino e per questo sono rivelatrici del suo equilibrio psichico. Diverse sono le tappe che si possono individuare:

0 - 1 anno

Il gioco comincia fin dai primi mesi di vita. Esso è fondamentalmente fonte di sensazioni piacevoli ed è finalizzato alla ricerca di una serie di sensazioni che gratificano e arricchiscono il SÉ che si sta strutturando mano a mano.

Inizialmente il bambino gioca con il proprio corpo o con il corpo della madre che, di fatto, è il loro primo compagno di giochi, ma tutti gli oggetti che lo circondano attraggono la sua attenzione. Sono giochi come: agitare le mani, muovere le gambe, accarezzare il proprio corpo e quello della madre. Queste attività si caratterizzano per il carattere esplorativo e ripetitivo delle azioni, che serve al bambino per imparare a distinguere fra il SÉ e il NON-SÉ, per fargli capire dove finisce lui e inizia la madre, percepita come parte di sé.

2 anni

Con l’inizio del secondo anno il bambino si trova di fronte al problema della separazione dalla madre e le conseguenti ansie d’abbandono. Il gioco può diventare espressione di questi problemi come ha ben evidenziato Freud nel suo saggio “Al di là del principio del piacere” in cui racconta che il nipote Ernst di diciotto mesi aveva un rocchetto di legno intorno a cui era avvolto del filo; tenendolo per il filo, il bambino gettava l’oggetto oltre la cortina del suo letto facendolo sparire accompagnando l’atto con un “o-o-o” forte e prolungato, (che significa, secondo la madre “via”).

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Sintesi

Tesina - Premio maturità  2009

Titolo: l'importanza del gioco nello sviluppo del bambino

Autore: Caretta Debora

Descrizione: affronta la tematica del gioco analizzando vari campi d'esperienza e soffermandosi sugli studi di piaget e freud. riporta una progettazione didattica

Materie trattate: Pedagogia,letteratura,linguaggi Multimediali Non Verbali, Latino

Area: umanistica

Sommario: Pedagogia,il gioco, Freud, sviluppo emotivo, Piaget, Sviluppo cognitivo letteratura, i ragazzi della via pal linguaggi multimediali non verbali, strumentario orff latino, quintiliano, la scuola come gioco

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