La ricerca di verità e di senso
Percorso interdisciplinare realizzato da Stanislava Tsvetanova - VA
Copertina: Percorso interdisciplinare di Stanislava Tsvetanova di
Vall
Scuola: Tommaso Campanella
Introduzione
Chi sono? Da dove vengo? Come sono venuti all’esistenza l’universo e la vita e perché?
Perché la presenza del male? Sono domande che hanno la loro comune origine nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell’uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l’orientamento da imprimere all’esistenza.
Infatti, lo scopo più nobile della filosofia, della scienza e anche della religione è appagare il desiderio dell’uomo di verità, certezze e senso. In modi e forme differenti, esse mostrano che il desiderio di verità e di senso appartiene alla stessa natura dell’uomo.
Se il bisogno che la vita abbia un significato non fosse innato nell’uomo, questa domanda non lo avrebbe tormentato per secoli.
Filosofi, scienziati, pensatori e uomini di cultura di tutti i secoli si sono posti i grandi interrogativi di senso, ciascuno di loro ha fatto la sua ricerca della verità.
Queste domande suonano familiari senza dubbio anche a voi. Anche se l’uomo di oggi ha raggiunto un livello davvero eccezionale di sviluppo tecnico e scientifico, non riesce ancora a rispondere del tutto alle sue inquietanti domande di senso.
Il giorno dopo lo sbarco dell’uomo sulla luna fu chiesto al teologo Karl Barth cosa ne pensasse di questo trionfo della tecnologia. La sua risposta fu: “Non risolve nessuno dei problemi che non mi fanno dormire la notte”.
Vermont Royster, ex giornalista del Wall Street Journal, dopo aver riconosciuto la vastità della conoscenza e delle capacità umane, scrisse: “È sorprendente. Nel contemplare l’uomo stesso, i suoi dilemmi, il suo posto nell’universo, abbiamo fatto ben poco progresso dall’inizio del tempo. Ci chiediamo ancora chi siamo e perché siamo e dove siamo diretti”.
Eppure trovare risposte soddisfacenti sarebbe sicuramente determinante. Un professore psichiatra che conobbe di persona gli orrori del campo di concentramento di Auschwitz fece questa osservazione nel suo libro La ricerca di senso dell’uomo, “Man’s Search for Meaning”: “Non c’è nulla al mondo . . . che possa aiutare una persona a superare bene anche le peggiori condizioni quanto il sapere che la propria vita ha un senso”. Secondo lui, anche la salute mentale sarebbe legata a questa ricerca di un significato.
Il famoso scienziato Albert Einstein una volta disse: “Chiunque consideri la propria e l’altrui vita priva di significato è non soltanto infelice, ma appena degno di vivere.”.
Arte
Anche se non si è intellettuali, ciascuno, in un momento o in un altro cerca di dare più significato alla propria esistenza. Magari cercando di vivere una vita più soddisfacente nel privato.
Voi avete mai sognato di vivere una vita migliore, magari in un paradiso tropicale, o anche dove vivete adesso? È un sogno che quasi tutti prima o poi abbiamo fatto.
Paul Gauguin
Nel 1891 l’artista francese andò in cerca di una vita del genere nella Polinesia Francese. Andava per lo scopo di godere delle bellezze naturali di quel mondo primitivo e incontaminato ed anche di relazioni umane autentiche, fonte di grande ispirazione per lui.
Gauguin sognava un paradiso lontano dove trovare felicità e libertà. Ben presto, però, dovette fare i conti con la realtà. La vita dissoluta che aveva condotto in precedenza fu causa di malattie e sofferenze sia per lui che per altri.
I suoi talenti artistici non gli permisero di dare maggior luce alle sue domande esistenziali sul destino umano. Sentendo la morte avvicinarsi, dipinse quella che è stata definita una “suprema espressione di vigore artistico”.
Una monografia su di lui afferma: “Il dipinto abbraccia una gamma di attività umane che racchiude la vita intera, dalla nascita alla morte. [Gauguin qui] interpreta la vita come un grande mistero”. — Ingo F. Walther, Paul Gauguin 1848-1903—The Primitive Sophisticate.
Gauguin intitolò quell’opera Dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo?
È una tela di grandi dimensioni, 4,50 metri per 1,70, che avrebbe dovuto essere il suo testamento spirituale. Il dipinto è così esteso che dà l’impressione di un fregio classico.
I bordi superiori che portano la firma e la data d’esecuzione sono in oro-giallo. Con questo l’artista ha voluto dare l’impressione di un affresco con gli angoli rovinati su una parete d’oro.
Ogni elemento del dipinto ha un valore simbolico, che rimanda a qualche aspetto del percorso della vita umana. Alcuni significati simbolici sono evidenti, altri lui stesso rivela nelle sue lettere.
Infatti vediamo la nascita, la vita e la morte rappresentate da un bambino, da giovani donne e da una vecchia.
Due figure vestite di porpora scambiano tra sé le proprie riflessioni, pensano al loro destino e forse si pongono domande simili a quelle annunciate dal titolo.
Una figura giovane al centro coglie un frutto, il che può rappresentare l’uomo che coglie il frutto prezioso della sua esistenza nel momento più esaltante della propria vita, la giovinezza.
Due gatti accanto al bambino. Una capra bianca.
L’idolo, con le due braccia misteriosamente alzate, sembra indicare l’aldilà. La figura accucciata sembra ascoltare l’idolo.
Infine, ai piedi della vecchia, un uccello bianco che ha una lucertola nella zampa rappresenta l’inutilità delle parole, come afferma Gauguin stesso in una lettera: le parole sono vane, inutili, esse non risolvono i problemi né danno risposte alle angosce della vita.
La sua è una visione piuttosto pessimistica che scaturisce sia dalle sofferenze che affrontò durante la sua vita, come la morte della figlia, la sua salute cagionevole e il disprezzo che molti nutrivano nei suoi confronti.
Fu anche consapevole della corruzione che vede nel suo tempo e che pervade la società, lo stato ed anche la religione. Lui esprime questa consapevolezza nel veemente saggio: “La Chiesa cattolica ed i tempi moderni” dice:
“I missionari marcerebbero volentieri (…) con il Vangelo in una mano e il fucile nell’altra: il Vangelo per il loro Dio, il fucile in nome della civiltà occidentale di cui si credono i rappresentanti. Potremmo citare i nomi dei missionari che insistevano con gli ufficiali perché facessero sparare coi cannoni sulle popolazioni che resistevano alla loro influenza. (…) D’altra parte, per convincere i fedeli ad aprire le borse, i missionari hanno accreditato mille leggende stupide o barbare.”
“Sotto il nome di Patria, gli uomini si lacerano per interessi vili, materiali.”
“E quali sono dunque quei sentimenti di giustizia che animano la legislazione statale, se non sentimenti di interesse?”
“La criminalità aumenta di giorno in giorno. Non è evidente che il sistema è difettoso e crudele?”
“Esaminando tutte le classi sociali, non sapremmo dire qual è la migliore. In alto la società è più feroce, più avida di guadagni, più ipocrita e meno brutale: è vestita meglio, più seducente e di conseguenza sembra migliore. In basso la società ha gli stessi vizi, ma è più scusabile; si potrebbe dire che è la sola scusabile.”
L’artista fu profondamente angosciato da questi problemi e non riusciva a trovare soluzioni, né trovava risposte ai grandi quesiti sul destino umano.
Miguel de Unamuno
Uno de los intelectuales que se ha puesto preguntas existenciales ha sido Miguel de Unamuno.
Él nació en Bilbao en 1865 y murió en Salamanca en 1931. Vive la historia política, social y cultural de España en este periodo con grande intensidad. Estudió filosofía y letras en la Universidad de Madrid, donde se doctora.
Fue nombrado tres veces rector de la Universidad de Madrid y fue destituido tres veces. Sobre todo por razones políticas, porque no podía callarse ni dejar de acusar los políticos injustos y por eso su vida fue en peligro y, durante la dictadura de Primo de Rivera, por ejemplo, se refugió en Francia.
Fue un escritor prolífico, y sus escritos tienen muchas veces un carácter autobiográfico. Escribió 631 ensayos, 800 artículos, 72 cuentos, 5 novelas y 8 novelas cortas, 82 diálogos, 8 libros de poemas, 111 poemas en periódicos y 1755 poemas inéditos. Y tuvo casi 100 conferencias. Fue un hombre excepcional y muy empeñado.
Durante su vida Miguel de Unamuno tuvo dos crisis existenciales. La primera fue una crisis juvenil y le llevó a perder la fe y manifestar ideas socialistas. Él quería regenerar España. Tuvo otra crisis en 1897 que lo hunde en el problema de la muerte, de la nada y le produce tormentosas preguntas sobre el sentido de la vida y el deseo de inmortalidad.
Unamuno se preguntaba los grandes interrogantes de la vida, tales como ¿quién soy yo? ¿De dónde vengo?, ¿hacia dónde voy?, ¿cuál es mi destino?, ¿qué habrá después de la muerte?, ¿por qué me resisto a desaparecer para siempre?, ¿tiene meta y sentido el ansia de inmortalidad que llevamos dentro? Y desde estas preguntas vitales trata de encontrar a Dios desde la más absoluta duda en un clima de agonía, en pleno combate.
Su búsqueda es mezcla de lucha e incertidumbre, que le lleva a rebelarse ante todo lo establecido y ante la misma realidad.
El pensamiento existencial de Unamuno se puede definir vitalismo porque él considera la vida humana el valor más importante. Para él existen dos hechos irreducibles, o sea la conciencia de la propia existencia y el miedo de la no existencia.
El hombre tiene horror de la nada y por eso considera la religión y la fe como el medio para existir eternamente. Pero Unamuno dice que el hombre sabe que después de la muerte no hay nada, pero el terror de la nada le lleva a creer en aquello que la razón niega.
La obra principal donde trata este sujeto es el Sentimiento trágico de la vida, de 1913. La base del “sentimiento trágico de la vida” —título— es la paradoja entre el vivir y el conocer, ya que “todo lo vital es antirracional, no ya sólo irracional, y todo lo racional, antivital”.
La vida en sí es una paradoja, y la persona se contradice a sí misma. Unamuno se consideró “un hombre de contradicción y de pelea [. . .] uno que dice una cosa con el corazón y la contraria con la cabeza, y que hace de esta lucha su vida”.
En más de una ocasión el angustiado escritor declaró que “la paz es mentira”. Identificó la vida con la agonía, entendida ésta en el sentido etimológico de “lucha”.
Unamuno explica que tanto el sentimiento como la razón definen al individuo: “El más trágico problema de la filosofía es el de conciliar las necesidades intelectuales con las necesidades afectivas y con las volitivas”.
Por eso Unamuno piensa que nunca alcanzará a descubrir la verdad. Pero no deja de buscarla.
En su ensayo “Mi religión” dijo:
Y bien, se me dirá, “¿Cuál es tu religión?”. Y yo responderé: mi religión es buscar la verdad en la vida y la vida en la verdad, aun a sabiendas de que no he de encontrarlas mientras viva; mi religión es luchar incesante e incansablemente con el misterio…
Lucrezio
Il problema del timore della morte, che induce nell’uomo inquietanti domande sul senso della vita, fu affrontato anche da un autore latino, Lucrezio, vissuto nel I secolo a.C.
Infatti uno degli obiettivi principali della sua opera De rerum natura fu proprio di liberare l’uomo da questo timore e da false dottrine. Essendo un fedele discepolo di Epicuro, nella sua opera vediamo una visione del mondo del tutto in armonia con il pensiero del filosofo greco.
Infatti, l’universo è rappresentato come infinito ed eterno, costituito solamente da atomi e dal vuoto, in cui esiste un infinito numero di mondi che si formano e si dissolvono nello spazio.
L’universo è dominato da leggi meccaniche e i fenomeni naturali hanno una spiegazione razionale e scientifica, dovuta soprattutto al disgregarsi e al ricomporsi degli atomi.
In questo universo anche l’uomo rappresenta un casuale agglomerato di atomi posto accidentalmente su uno dei tanti mondi possibili. La sua nascita è ciò che si chiama la formazione di un nuovo aggregato corporeo, mentre la morte è la disgregazione di un tale aggregato.
Quindi la paura della morte può essere eliminata solo attraverso la conoscenza di questi meccanismi che governano la natura, realizzando che la morte non è altro che una tappa dell’esistenza di ognuno di noi, un ritorno all’assoluta insensibilità conosciuta prima della nascita.
Poiché il soffrire è possibile solo nell’ambito del vivere, la morte è una completa liberazione dal dolore e quindi non deve causare angoscia, paura e smarrimento.
Lucrezio condanna inoltre la religione dell’epoca proprio perché incoraggia il terrore della morte, superstizioni e false dottrine. Inoltre si è resa colpevole di crimini efferati come i sacrifici umani, infatti egli cita l’esempio di Ifigenia, la giovane figlia di Agamennone immolata sull’altare della dea Artemide per placare la sua ira e garantire un viaggio sereno alla flotta greca verso Troia.
Lui asserisce che il mondo non è prodotto degli dèi, che sono entità astratte, lontane e completamente estranee al mondo umano, di cui non ci si deve aver paura, né aspettare aiuto.
Dunque l’uomo deve liberarsi dall’ignoranza e dalla superstizione, che lo spingono all’insegna di piaceri illusori come la gloria, la fama, l’ambizione, l’impegno politico e civile.
Tali piaceri, una volta soddisfatti, lasciano il vuoto, la noia e con esso la paura della morte. Invece il senso della vita dell’uomo, secondo lui, ciò che gli garantisce la felicità sono l’aponia e l’atarassia.
L’una è la soddisfazione ai bisogni naturali, quindi collaborare con le leggi di natura, e l’atarassia è la completa rinuncia all’impegno e all’ambizione, limitarsi alla meditazione filosofica e razionale del mondo.
Tuttavia, dalla visione di Lucrezio secondo cui l’uomo è solo un aggregato casuale della natura in un mondo in cui egli non conserva nemmeno la minima posizione di centralità, scaturisce anche un certo grado di pessimismo, particolarmente evidente nel V libro.
In esso Lucrezio ci mostra la condizione umana come infelice ed aspra, ci propone una descrizione delle fatiche e dei dolori a cui è sottoposto l’uomo a causa dell’avversità e dell’indifferenza della natura nei suoi confronti.
Montagne, foreste, rocce, paludi invadono la terra, due terzi d’essa sono sottratti ai mortali per gli eccessi di caldo e di freddo. Il resto produce a fatica, e spesso le intemperie distruggono i prodotti dal duro lavoro.
Il bambino nasce a fatica e subito si lamenta con il pianto, e a ragione, dati i mali che lo aspettano, ed ha bisogno di consolazione.
Giacomo Leopardi
C’è una precisa corrispondenza tra i versi 222 e 227 di “De rerum natura” ed i versi 39-56 del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, dove si riprende il tema della nascita dolorosa e faticosa del bambino e la necessità di consolarlo per il fatto stesso di essere nato.
Sicuramente “De rerum natura” ha fatto parte delle letture di Leopardi e il suo pensiero fu senz’altro influenzato dalla corrente di pensiero che generò l’opera di Lucrezio ed Epicuro nel ’700, come i movimenti del sensismo e del materialismo ateo.
Tra Lucrezio e Leopardi si possono tracciare delle somiglianze: entrambi irridono il tradizionale antropocentrismo e il progresso dell’umanità, rivelano la sostanziale infelicità del genere umano ed esaltano la ragione come unico strumento dell’uomo ad elevarsi.
Tuttavia ci sono notevoli differenze, soprattutto nel messaggio finale dei due autori. Lucrezio considera la ragione come unico riscatto dell’umanità, che permette di comprendere i meccanismi della natura e collaborare con essi.
Invece, nella Ginestra, per alleviare le sofferenze dell’uomo Leopardi incoraggia la solidarietà tra gli uomini, che devono unire i loro sforzi per combattere la loro comune nemica, la Natura.
Inoltre egli concepisce la ragione non solo motivo di grandezza, ma anche causa d’infelicità, dal momento che spinge l’uomo a porsi domande a cui non sa rispondere.
Queste sono le domande sul senso della vita, che troviamo ben evidenti nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.
Che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?
Questo Canto è composto a Recanati fra il 1829 e il 1830, e fu pubblicato nell’edizione del 1831. Probabilmente il Poeta trovò ispirazione da una frase tratta dal “Journal des Savants”, che riguardava le abitudini di questi pastori.
Cronologicamente ultimo dei grandi canti pisano-recanatesi (ottobre 1829-aprile 1830), il Canto Notturno è uno dei momenti chiave dello sviluppo del pensiero e della poesia leopardiana.
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È un lavoro nato da una ricerca personale. Mi sono soffermata su diversi argomenti del programma svolto in classe, ma ho incluso anche degli approfondimenti personali. Mi sono soffermata soprattutto su fisica (teorie e scoperte sull'origine dell'universo, le 4 interazioni fondamentali, l'entropia) e su biologia (l'origine della vita, la collaborazione tra DNA e RNA ecc.).