Marco Olivieri
l.s. Scientifico E. Majorana
Classe 5 E
Tesi di maturità
Marco Olivieri VE l.s.s. E.Majorana anno 2010/2011 tesi di maturità
Indice
0. Premessa
1. La verità nell'assoluto
1. “Philosophia” come ricerca e amore del sapere (FILOSOFIA)
1. Il problema della definizione di verità
2. La ricerca della verità
3. Verità oggettiva e sacralità della verità
4. Antepredicativo
5. Verità intersoggettiva e socialità della verità
6. La questione del linguaggio: Wittgenstein
2. I teoremi di incompletezza di Godel (MATEMATICA)
3. La scultura della verità (ARTE)
1. “La verità svelata dal tempo” Bernini
4. La verità illuminata dalla parola: Giuseppe Ungaretti
La verità nella natura
1. Teorie di grande unificazione: l'essenza della materia (FISICA)
1. Teoria della relatività
2. Teoria della meccanica quantistica
3. Modello standard
4. Teoria delle stringhe
2. Perfection of natural world (ENGLISH)
1. John Keats: “Truth is beauty, beauty is truth”
La verità nell'uomo
1. Il progetto che crea l'uomo: il DNA (BIOLOGIA)
1. Acido desossiribonucleico
2. Geni
3. Duplicazione
4. Espressione genica
2. Acidi nucleici (CHIMICA)
Bibliografia e sitografia
Marco Olivieri VE l.s.s. E.Majorana anno 2010/2011 tesi di maturità
Premessa
Quando ci si accinge a scrivere si inizia sempre un viaggio di sfida con sé stessi. Questo soprattutto se l'argomento di cui si scrive sta a cuore e soprattutto oserei dire se questo argomento è stato oggetto di discussione tra le menti più eccelse dell'umanità: la verità.
Considerando il peso notevole delle voci prese in esempio, il confronto è inevitabile e doveroso con chi tenta di parlare di un “qualcosa” non meglio definito e che anzi proprio sulla cui definizione si sono spesi trattati, libri e ricerche. Confronto che però è destinato a gettare un velo pietoso sullo scrittore che parla della verità: con ben più alto livello si è trattato il fine ultimo della conoscenza e questa produzione non vuole dare una risposta (ammesso che ci sia). Il mio scopo è di presentare proprio un piccolo scorcio di queste trattazioni di filosofi, scienziati e religiosi per cogliere una delle mille e più facce e campi di influenza della verità: dall'evoluzione del concetto nella storia, alla sua ricerca, alla sua negazione, alla sua identificazione generale in diversi contesti quali possono essere ad esempio la natura e l'uomo. È inevitabile però macchiare di colore personale il telo bianco della cronaca, e anzi non deve essa essere considerata una colpa, quanto più un dovere: ogni uomo è chiamato a rivendicare sé stesso e a usare l'insostituibile dono-condanna dell'intelletto per ricercare la propria verità che inevitabilmente sarà soggettiva, ma fondamentale.
Fin dall'antichità l'uomo è stato mosso dalla curiosità alla ricerca di qualcosa che era sotto l'apparenza, della causa di un fenomeno; e la causa di tutte le cause, il principio innegabile è forse l'oggetto più nobile della ricerca, la spiegazione universale agognata dal profondo “io” di ogni uomo che così si voglia definire. Perciò la sfumatura soggettiva sarà ravvisabile anche dalla scelta dei pensatori chiamati in causa.
Affronteremo il problema della verità riguardo tre campi di influenza che pur essendo divisi sono in realtà indissolubili e assai complementari: anzi si potrebbe anche obiettare che essi siano in alcuni punti identici, ma non c'è da stupirsi vista l'universalità del tema della verità, di cui ogni ascrizione in un limite preciso rende la visione parziale. Essi sono: la verità nell'assoluto, la verità nella natura e la verità nell'uomo.
Marco Olivieri VE l.s.s. E.Majorana anno 2010/2011 tesi di maturità
La verità nell'assoluto
“In principio erat Verbum,
et Verbum erat apud Deum,
et Deus erat Verbum.” Vangelo secondo Giovanni 1,1
“In principio era l'azione” Faust, Goethe
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Rappresenta la ricerca del principio essenziale dell'' “oltre realtà”, il tentativo di definizione in un
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unicum dei postulati kantiani quali libertà, dio o infinito, ossia di quel senso ultimo e più profondo
è
radicato nel mondo da noi conosciuto. Esso descrivibile, con molto margine di errore, col concetto
è
generale e vago di dio e nella sua accettazione o rifiuto e o definizione. L'assoluto quella
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dimensione ulteriore esterna, interna o compenetrata alla nostra, e cercarne la verità significa
sperimentare i limiti dell'uomo nella sua tensione e sfida all'infinito. Filosofi e artisti la affrontano in
diversi modi: dalla sua affermazione in un concetto singolo, alla sua negazione preferendo il
contingente, al riconoscimento della sua pluralità, significa cercare di definire il rapporto tra fisica e
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metafisica. Quindi cercare la verità dell'assoluto cercare di definire il concetto PURO di verità
nella sua essenza e cosa noi possiamo dire riguardo ad essa.
Marco Olivieri VE l.s.s. E.Majorana anno 2010/2011 tesi di maturità
“Philosophia” come ricerca e amore del sapere (FILOSOFIA)
Il problema della definizione di verità
Parlando della verità, il primo vero problema, apparentemente banale, risiede nella sua definizione.
Cosa intendiamo, quali caratteristiche deve avere quella che noi consideriamo una verità?
Il vocabolario non ci aiuta: fornisce una definizione che in realtà porta a un circolo vizioso: “verità è ciò che ha caratteristica di vero”. In realtà è una definizione anche abbastanza parziale che rimanda all'uso comune. Ben diverso è il concetto che si vuole affrontare: proprio per la definizione di verità bisogna risalire ai primi momenti in cui l'uomo cercò il significato dell'esistenza o anche dell' ESSERE, ciò che veramente è o esiste: l'antica Grecia. Dalla nascita della filosofia il problema che accompagnò i filosofi fino ai giorni nostri è quello della ricerca della conoscenza (philo = amore, sophia = sapienza).
Il termine greco utilizzato per indicare la verità era άλήθεια, alethèia, la cui etimologia, come ha messo in luce Heidegger, significa «non nascondimento», in quanto è composta da alfa privativo (α-) più λέθος, lèthos, che vuol dire propriamente eliminazione dell'oscuramento, ovvero disvelamento. La verità infatti era intesa non come una semplice realtà di fatto, ma come un atto dinamico, mai concluso, attraverso cui avviene la confutazione dell'errore e il riconoscimento del falso: non un pensiero statico e definito una volta per tutte, bensì movimento di rivelazione dell'essere.
Se i sofisti, da un lato, tendevano a relativizzare il concetto dell'essere sulla base di un soggettivismo e nichilismo radicali, fu con Socrate e il suo discepolo Platone che si ebbe una forte reazione a questa concezione, facendo della verità un bisogno fondamentale dell'anima che si distingue nettamente dalle opinioni per la sua intrinseca validità e oggettività. Ne conseguì il carattere etico della verità. Sarà poi con Aristotele che verranno fissati in maniera quasi scientifica i caratteri della verità; egli, ad esempio, giudicava erroneo il detto del sofista Protagora secondo cui «l'uomo è misura di tutte le cose», proprio perché privava la verità di coerenza logica e di qualunque criterio oggettivo. Nel Medioevo la verità diventa oggetto di indagine anche della filosofia islamica, incontrandosi con le nuove istanze sollevate dalle religioni rivelate.
Sottoponendo a critica tutta la conoscenza, Averroè nel rifarsi ad Aristotele sottolineò come la percezione sensibile abbia bisogno dell'Intelletto Agente per elevarsi all'astrazione, senza il quale si producono saperi variabili da uomo a uomo. In soccorso deve quindi giungere la religione, che si affianca alla ricerca filosofica riservata invece a pochi. La doppia verità, concetto attribuito erroneamente ad Averroè, è in realtà una semplificazione della sua dottrina, che anzi ebbe presente come le verità di fede e di ragione debbano costituire un'unica sola verità, conoscibile dai più semplici tramite la rivelazione e i sentimenti, e dai filosofi cui spetta invece il compito di riflettere scientificamente sui dogmi religiosi presenti in forma allegorica nel Corano.
In Europa, tuttavia, la Chiesa cattolica romana inizialmente condannò quella che viene comunemente denominata teoria della "doppia verità", ovvero la teoria per la quale, sebbene certe verità possano essere stabilite dalla ragione, è necessario credere per fede al loro contrario.
La Chiesa si rivolgeva specificamente agli averroisti latini, in primo luogo Sigieri da Brabante, ma era intesa a contrastare più in generale la diffusione del pensiero di Aristotele, che la riconquista della Spagna ed il conseguente accesso alle biblioteche dei Mori avevano reintrodotto nel mondo intellettuale latino. A quel tempo, infatti, molte delle dottrine della Chiesa cattolica romana erano basate sul pensiero neoplatonico. Sarà con Tommaso d'Aquino che l'aristotelismo verrà definitivamente riabilitato all'interno del cristianesimo, sostenendo che le verità rivelate e quelle di ragione sono emanazione dello stesso Dio, e quindi non possono essere in contrasto tra loro.
Marco Olivieri VE l.s.s. E.Majorana anno 2010/2011 tesi di maturità
La nozione cristiana della verità cominciò a entrare in crisi con l'avvento del pensiero moderno, ad opera dei tentativi di Cartesio da una parte, e dell'empirismo dall'altra (soprattutto George Berkeley e David Hume), di escludere dall'orizzonte della verità tutto ciò che non potesse essere dimostrato logicamente, o verificato sperimentalmente. Questa nuova concezione della verità sarà poi fatta propria in particolare dal positivismo ottocentesco. Contemporaneamente si sviluppò però il nichilismo con personalità quali Nietzsche e Schopenhauer, che negavano l'esistenza di una verità assoluta. Al contrario successivamente forse uno dei più importanti contributi sarà dato da Einstein con la sua Teoria della relatività che rivoluzionò il concetto di spazio e tempo e usò il relativismo per assolutizzare il determinismo, determinismo quest'ultimo che però sopravvisse poco con la rivoluzione della meccanica quantistica. La scienza diventava probabilistica e l'uomo perdeva la possibilità di conoscere verità scientifiche precise. Il tutto per arrivare fino alle considerazioni attuali che saranno analizzate più approfonditamente nella trattazione
Quindi ripercorrendo le tappe fondamentali della “storia della verità” notiamo come non ci sia una definizione univoca, e anzi per la maggior parte tutte le definizioni sono tra loro contrastanti.
Questo dilemma nasce dall'errore di voler trovare un'unica definizione di verità: ogni concezione nasce comunque da riflessioni soggettive e da postulati a priori ancora diversi. Per cui è utile innanzi tutto discriminare su tre linee diverse di pensiero tra loro contrastanti:
- Assolutismo: verità obiettiva e oggettiva, solitamente ottenuta tramite rivelazione da una entità superiore. Può essere definita in logica come l'INNEGABILE.
- Relativismo: verità soggettiva, dipendente dai punti vista e rappresentante la sfera individuale e processuale. Può essere definita come l'OPINIONE
- Nichilismo: negazione della verità, intesa come inesistenza della stessa (anche se vi sono diversi tipi di nichilismo che negano certi aspetti della verità). Può essere definita come il
Nulla.
Anche tre definizioni sono però riduttive perché non colgono la miriade di sfumature esistenti nelle diverse concezioni, ma sono utili come linee guida rappresentando principalmente tre obiettivi diversi della ricerca. Una definizione è per questo impossibile, perché alla fin fine darne una significa portare a termine la ricerca sull'identità della verità, ossia trovarla. E abbiamo appena visto come ogni forma di pensiero filosofico ne ricerchi una forma diversa. Per cui per dare l'identità universale alla verità bisogna considerare ognuna delle possibili concezioni e darne un quadro di insieme che presenti le varie definizioni date dai filosofi. Molto interessante è però la forma che dovrebbe avere ogni verità degna di essere chiamata con questo nome secondo Husserl:
Nella sua Fenomenologia, Husserl si preoccupa del problema dell'individuazione della verità e crea un triangolo epistemologico molto efficace:
Nesso delle cose
Reale
Nesso dei vissuti Nesso degli ideali
psichici IDEALE
Coscienza
Marco Olivieri VE l.s.s. E.Majorana anno 2010/2011 tesi di maturità
La verità deve quindi essere una VERITÀ IN SÉ ossia un PRINCIPIO DI IDENTITÀ
ASSOLUTO qualsiasi sia il sistema di riferimento, affinché accordi psiche, ideale e reale. A questo punto ci chiediamo: esiste un principio che rappresenti l'innegabile? Esiste una legge che regola l'universo tutto, e noi la possiamo scoprire? Ci si chiede insomma se sia possibile un elemento che abbia caratteristica di universalità che spieghi il “tutto” attraverso se stesso. Vedremo come rispondono i filosofi a questa provocazione, ma intanto ci chiediamo: come avviene la ricerca della verità? E perché l'uomo se ne è appassionato sin dall'antichità? Il filosofo Dewey dà la propria opinione a proposito.
La ricerca della verità
Dewey nella sua “Teoria dell'indagine” fa un'analogia tra le attività organiche e le operazioni razionali: egli non crede infatti in una formulazione definitiva e fissa della logica, bensì la considera una disciplina evolutiva sia naturalistica che sociale che non abbia come presupposto connessioni tra enti ideali ma la ricerca della ragione per cui nasce l'INDAGINE, ossia l'origine del filosofare e la ricerca della verità. Egli spiega in tal modo lo stimolo alla ricerca epistemologica:
Concezione aristotelica: ricerca nasce dallo stupore ------> sbagliata
In realtà ricerca nasce da: condizione APORETICA dell'uomo:
Situazione iniziale condizione esistenziale
Dubbio, difficoltà
statica problematica
Terreno del DUBBIO e CRISI e INDETERMINATO:
impulso a DETERMINATEZZA, ORDINE, SOLUZIONE DEL PROBLEMA
Dunque FILOSOFARE nasce da:
curiosità
- απορον o dubbio
che causano lo stato di αγνοειν o IGNORANZA. ASSOLUTA
Ossia “non depositari della VERITÀ FISSA
Indiscutibile
Quindi la logica ha le proprie radici nelle condizioni della vita stessa e bisogna liberarsi della concezione greca della logica pura- astratta., quella concezione SACRALE di verità.
Marco Olivieri VE l.s.s. E.Majorana anno 2010/2011 tesi di maturità
Verità oggettiva e sacralità della verità
L'antica concezione greca era quella di una logica formale stratta a priori (ossia sradicata dal mondo della vita). Il pregiudizio consisteva nel considerare il lavoro logico come un salto a un livello superiore all'esperienza sensibile, per arrivare a una verità dall'aspetto sacrale, espressa bene dalla concezione parmenidea: “L'essere è e non può non essere,
il non essere non è e non può essere”
che è un'esplicazione del principio di non contraddizione. Le conclusione di Parmenide sono quindi che:
- La verità non è sulla via possibile degli uomini
- La verità può solo essere RIVELATA agli uomini su iniziativa divina
- Uomini possono avere di per sé solo OPINIONI
- Uomo al massimo può essere ASCOLTATORE della divinità tramite, non SCOPRITORE,
- Tanto meno CREATORE.
E questo dimostra un certo PESSIMISMO ANTROPOLOGICO di Parmenide perché considerando la verità come oggetto SACRO presuppone che sopra la materia divina solo il divino possa essere il tramite con cui si rivela. Agli uomini è concessa solo l'opinione che è falsità al cospetto della verità.
- A continuare questa linea di pensiero sarà Sant'Agostino che vedeva la verità nell'atto creativo di Dio grazie al quale esiste il tutto.
- Altro sostenitore della sacralità della verità era Spinoza: “veritas se ipsam patefacit”, sottolineando la automanifestatività della verità, ossia l'uomo può conoscere la verità solo per dio – tutto che compie se stesso.
- Sulla stessa linea di pensiero è Heidegger: la verità è svelamento (aletheia), un a priori ontologico del giudizio che decide il VERO e il FALSO. Questa nuova precisazione è importante perché si discosta dalla concezione di sinonimo comune vero-verità, dando a quest'ultima invece una nuova valenza non in rapporto agli esseri bensì all' ENTE: la verità c'è già ed è essa che dà al giudizio umano la POSSIBILITÀ di essere presupposta, quindi la verità si AUTOPRESUPPONE.
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- Filosofia: La sacralità e la socialità della verità; il linguaggio in Wittgenstein
- Fisica: [b>Dalla relatività alla teoria delle stringhe
- Matematica: I teoremi di Gödel
- Inglese: John Keats (Truth is beauty)