La ricerca del possibile
I mondi del “se” e gli universi paralleli
Vito Musci
Istituto d’Istruzione Superiore
Liceo Scientifico “Ricciotto Canudo” - Gioia del Colle (BA)
V D
Anno Scolastico 2008 - 2009
Indice
Introduzione 3
Parte Prima 4
La possibilità nell’ideologia morale dell’individuo 4
Jekyll and Hyde 4
Seneca 6
Parte seconda 10
La possibilità negli infiniti mondi quantistici 10
Premessa 10
L’interpretazione Canonica di Copenhagen 10
L’Interpretazione a Molti Mondi 13
Una prova per gli Universi Paralleli 15
Parte terza 16
La possibilità nel mondo della cultura 16
Ucronia: il “se” nella storia 16
Kierkegaard: il Sentimento del Possibile 17
L’Angoscia di Munch 18
Gli Universi Letterari di Italo Calvino 19
Conclusioni 22
Biblio - Sitografia essenziale 23
La Ricerca del Possibile 2
Introduzione
L’analisi della possibilità, di quello che non c’è ma potrebbe esserci, ha da sempre affascinato l’uomo. Questa ricerca, da intendersi come la presa in considerazione di un’alternativa possibile che può realizzarsi, ha investito la quasi totalità degli ambiti della conoscenza. Si procederà dunque col delineare i concetti di possibilità e scelta in letteratura, nella scienza, nella filosofia, nell’arte, seguendo un excursus quanto più possibile organico e discorsivo.
Nella Prima Parte, si prenderà in esame il tema della scelta a livello della morale dell’individuo: quello che, nel corso dei secoli, è stato definito “il tema del doppio”. In particolare, si farà riferimento all’opera di Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, analizzando uno tra i tanti casi di double nella letteratura inglese, e si prenderà in considerazione la presunta “doppiezza” del filosofo, politico e drammaturgo latino Seneca.
La Seconda Parte, invece, enuncerà la teoria scientifica alla base della ricerca del possibile, ovvero l’«interpretazione a Molti Mondi» della fisica quantistica (abbreviata in MWI, dall’inglese Many Worlds Interpretation). Partendo dall’interpretazione “canonica” della fisica quantistica, si passerà in seguito all’esposizione della MWI di Everett; il discorso portato avanti nella Seconda Parte si concluderà, quindi, con la speculazione circa la “locazione” dei mondi paralleli descritti dalla teoria di Everett: nello specifico, si occuperà di fenomeni misteriosi come i buchi neri.
La Terza Parte agirà come fattore di coesione tra le prime due: se nella prima si è analizzata la possibilità bene-male nell’individuo, attraverso le forme del doppio in letteratura, e nella seconda la teoria scientifica degli infiniti mondi del possibile, nella terza si porrà in relazione l’ambito scientifico con quello umanistico.
Dopo aver definito il genere letterario dell’ucronia e averne indicato alcuni esempi, si concentrerà l’attenzione sugli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, eventi che più di altri hanno condizionato la storia del Novecento e che, per questo motivo, sono stati oggetto di molti scritti ucronici, gli autori dei quali si sono interrogati circa futuri diversi, secondo il meccanismo del “che cosa sarebbe successo se Hitler non fosse andato al potere/avesse vinto la battaglia finale?” La storia alternativa sostituisce, pertanto, a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.
In ambito filosofico, invece, si farà riferimento ad alcuni elementi della concezione di Kierkegaard, come il sentimento del possibile e la conseguente angoscia; la stessa angoscia esistenziale che caratterizza l’arte di Munch.
In conclusione, si opererà un parallelismo tra i mondi quantistici di Everett e quelli letterari di Italo Calvino, che, nel suo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore, sviluppa in dieci incipit differenti un vero e proprio “universo” di emozioni, ricerca, possibilità.
La Ricerca del Possibile 3
Parte prima
La possibilità nell’ideologia morale dell’individuo
Il tema del doppio
Jekyll and Hyde
The theme of the double in Robert Louis Stevenson’s Victorian masterpiece
The concept of possibility implies a moral choice in the life of the individual, who has to decide whether to be good or evil.
The theme of the double derives its peculiarities from this choice, which is to become the most important one into people’s life.
This theme has been one of the most employed in literature throughout the centuries. However, it reached its most vivid and coherent expression in Robert Louis Stevenson’s masterpiece, the Strange case of Dr Jekyll and Mr Hyde.
A series of posters of stage and film adaptations inspired by R.L. Stevenson’s work
This novel was written and first published in 1886. It is about a London lawyer, Mr Utterson, who investigates the strange relationship between his old friend, Dr Henry Jekyll, and the evil Mr Edward Hyde.
As regards the development of the story, Stevenson first wrote the tale (after recalling a dream he had) with only the intentions of writing an entertaining work. Later he decided to comment on the dual nature of man and society in general.
The hypocrisy of Victorian values is an indictment of society Stevenson makes. All around England, Stevenson saw that although on the outside most noblemen seemed to be fine citizens, inside they hid dark secrets. Because of this, the novel has come to be considered as “one of the best guidebooks of the Victorian era” because of its description of the 19th century tendency for social hypocrisy, according to which there should be “outward respectability and inward lust”. Many critics even suspect that Jekyll and Hyde was a self-admission by Stevenson of his own dark nature.
La Ricerca del Possibile 4
Although often Dr Jekyll and Mr Hyde seems to be a simple tale of mystery and intrigue, Stevenson wants to show that the evil Mr Hyde is very deadly. The author’s will becomes manifest if we consider, for example, the trampling of the little girl on the street corner. Moreover, Dr Lanyon quickly dies after witnessing the transformation from the good Jekyll to the evil Hyde.
Here, Stevenson dares to say that if anyone has the ability to see the evil side of man in its purest form, he will most certainly die of morbid fascination.
At first evil seems fun. Dr Jekyll admits this to Utterson in his letter, saying, "It seemed natural and human. In my eyes it bore a livelier image of the spirit, it seemed more express and single, than the imperfect and divided countenance I had been hitherto accustomed to call mine."
Stevenson, using Jekyll’s dialogue, goes on to say that all people are a composite of both good and evil.
The key to the novel is that within the same person there is both an apparently good and an evil personality, each being quite distinct from the other. This concept has come to be known as “split personality” and implies a personal choice in the individual to decide which state - the good or the evil one - has to prevail.
The double nature of the protagonist is also reflected in the ambivalence of the setting, particularly in the symbolism of Jekyll’s house whose two façades stand for the two opposed sides of the same man: the front, used by the respectable Doctor, is fair; while the back, used by the wicked Hyde, is part of a sinister block of buildings.
Great importance is also given to the gloomy atmosphere and this results in the nocturnal setting characterizing the story: there is no natural daylight, but only the artificial lighting of the nightmarish street lamps.
Stevenson’s story does not have a happy ending. Jekyll is able to admit that after a few months of experimenting with his dark side, he has no control over Hyde, who appears by himself whenever Jekyll goes to sleep. He admits, “I was slowly losing hold of my original and better self, and becoming slowly incorporated with my second and worse”. This idea can be traced in the development of Jekyll/Hyde’s appearance: at first, as Jekyll has lived a virtuous life, his face is beautiful, his body larger and his physical aspect is characterized by a harmony which Hyde’s silhouette lacks; since Hyde is pure evil, he is pale and dwarfish, his hands are dark and hairy and he is so ugly that Mr Utterson reads “Satan’s signature” in his traits. However, as the story develops, Hyde gradually becomes more and more predominant over Jekyll’s nature, until he finally spoils his good twin.
At the end of the novel, Hyde causes Jekyll to commit the ultimate act of self-destruction: suicide. In short, Stevenson is trying to say that if one gives evil an inch, it will take a mile.
La Ricerca del Possibile 5
Seneca
Contraddittorietà della sua condotta e presunta doppiezza
Lucio Anneo Seneca nacque a Cordova, in Spagna, tra il 5 e l’1 a.C. e morì suicida a Roma nel 65 d.C., per ordine di Nerone. È stato filosofo, politico e drammaturgo.
La figura di Seneca è tra le più controverse nella storia dell’antichità: si pensi al fatto che egli fu stoico e nel contempo teorico del lathe biosas epicureo, rigido moralista ma non estraneo al mondo dei compromessi, caro ai cristiani così come ai pagani.
Seneca ritratto da Rubens
Il destino segnato per Seneca è quello che tocca a chiunque provi a far combaciare la riflessione filosofica con l’esperienza autobiografica. Per evidenziare i dissidi e la contraddittorietà della figura di Seneca si prenderanno in esame tre argomenti, attraverso i quali giungere alla tesi del “situazionismo” filosofico senecano. Questa stessa tesi ha due aspetti differenti: può esser vista sia come incidenza della propria esistenza sul pensiero teorico, sia come ricorso a teorie divergenti od opposte al fine di giustificare le decisioni prese di volta in volta.
A tal proposito, si farà qui di seguito riferimento al testo Scienza, cultura, morale in Seneca, a cura di Paolo Fedeli, che ripropone una serie di posizioni tratte dagli Atti del Convegno di Monte Sant’Angelo, tenutosi nei pressi di Foggia dal 27 al 30 settembre 1999. In particolare, le tre posizioni seguenti rientrano nell’ambito dello scritto Seneca, ovvero della contraddizione, ad opera del latinista Ivano Dionigi.
1. Actio e contemplatio
Che l’uomo dovesse dedicarsi alla theoria e alla praxis, alla contemplatio e all’actio, era principio stoico, ripreso da Aristotele. È noto a tutti che a Roma la finalità dell’actio aveva la priorità; Seneca stesso ne darà prova sulla scena politica come consigliere di Nerone dal 54 al 59.
Ma solo dopo poco tempo - agli inizi degli anni sessanta - nel De otio, Seneca procede alle seguenti affermazioni: l’utilità del distacco dalla politica, l’elogio dell’individualismo, la legittimità della scelta dell’otium per il sapiens, la necessità dell’otium per tutti.
Come giustificare questa inversione nel rapporto otium/negotium? Semplice, incalza Seneca: l’otium giova alla res publica maior, vale a dire al mondo intero nel quale sono compresi uomini e dèi, mentre il negotium giova solo alla res publica minor, alla città in senso stretto e alla sua popolazione.
Ma a nessuno sfugge che qui Seneca - consapevole di creare una frattura sia col mos maiorum sia col proprio passato - accede ad una tesi epicurea: all’imperativo categorico del “vivi nascosto” (lathe biosas).
La Ricerca del Possibile 6
Vero è che quest’improvviso mutamento concettuale era dovuto a una drammatica urgenza personale. Il De otio infatti è composto a ridosso del 62 d.C., anno in cui Seneca chiede a Nerone il ritiro dalla politica in una situazione di non ritorno e in un clima da ultima spiaggia. Seneca nel De otio elenca con precisione le motivazioni e gli impedimenti che consentono o addirittura impongono al sapiens il ritiro dalla politica: la corruzione dello stato, la prevalenza dei malvagi, l’inutilità dell’azione politica, la poca autorevolezza, il veto da parte dello stato, la cattiva salute.
2. Sermo e vita
Seneca avvertiva il problema della propria coerenza: sospeso tra il principio di idealità, che invocava l’accordo tra parole e vita, e il principio di realtà, che al contrario ammetteva il distacco tra intenzioni ed eventi. Erano lontani, a ben vedere, i tempi del paradosso stoico secondo il quale «il saggio non cambia mai parere».
Fatto oggetto di molteplici e pesanti accuse (lusso sfrenato, avidità, usura), Seneca prova a scagionarsi scrivendo il De vita beata, dove all’obiezione di predicare bene e razzolare male (“aliter” inquis “loqueris, aliter vivis”) risponde che egli sta parlando della virtù e non di se stesso, che rinvia il momento della coerenza personale a quando sarà più forte interiormente e che si riconosce in chi aspira alla saggezza e non in chi già la possiede.
Questa uscita di sicurezza gli era fornita dallo Stoicismo di mezzo, il quale introduce il concetto di “progresso” morale secondo il quale all’interno della categoria degli “incamminati verso la saggezza” vi è una netta differenza tra il sapiens da un lato e i viri boni, i philosophi dall’altro; addirittura Seneca riteneva il sapiens una figura così rara da paragonarla alla fenice che rinasce ogni cinquecento anni.
Ma ben poco conforto Seneca traeva dalla dottrina stoica di fronte alle accuse infamanti dalle quali era bersagliato: prima fra tutte - stando alle testimonianze di Tacito - quella di aver addirittura accumulato un capitale di oltre trecento milioni di sesterzi.
Questo processo contro Seneca, ritenuto campione di doppiezza, è durato inalterato per duemila anni, ed ha avuto grandi accusatori. Tra i più remoti si ricordi Agostino («coltivava quello che rimproverava, adorava quello che condannava») e Petrarca («Sei incappato nel principe più crudele di tutti i tempi … La radice prima di tutte le tue miserie deriva dalla leggerezza, per non dire della viltà del tuo animo. Hai concupito, o duro vecchio, la vana gloria letteraria con troppa debolezza, per non dire, ancora, fanciullaggine»).
1
De Civitate Dei 6,10
Tra i censori più recenti, vale la pena ricordare Herman Melville. L’autore di Moby Dick così si esprime: «Nel busto di Seneca … vediamo un volto che somiglia molto di più a quello di un corrucciato usuraio, pieno di rughe e di pensieri. È la sua apparenza esatta, perché è ben noto che egli era avaro e avido, e che s’occupava volentieri d’ipoteche e di prestiti, e che conduceva affari spregiudicati anche per quei tempi. È ferreo e inflessibile e non sarebbe disdicevole neanche a un agente di Wall Street» 3
2
Epistole Familiares 24,5
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3. Vita brevis, vita longa
Una contraddizione non esistenziale - come nei due casi precedenti - bensì dottrinale segna il tema del tempo. Centrale in Seneca e disseminato in tutte le sue opere filosofiche, esso inaugura l’epistolario e costituisce l’oggetto specifico del De brevitate vitae.
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