La parabola discendente della dea Luna
Da “Dea Bianca” a “gemente satellite della memoria ormai arresa
Marco Li Mandri – Liceo Classico G. Meli – 3^ L
A.S. 2007/2008
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Indice
1. Introduzione di carattere storico-mitologico .................................................... 4
1.1 Una dea multiforme ........................................................................................................ 4
1.2 La prima decadenza della dea ........................................................................................ 5
2. Le invocazioni alla Dea ..................................................................................................... 5
2.1 La preghiera di Lucio ...................................................................................................... 5
2.2 La preghiera del pastore .................................................................................................. 6
2.2.1 Riflessioni conclusive .................................................................................................. 7
2.3 L’ultima manifestazione della dea: “Ciaulà scopre la luna” ........................................... 7
2.3.1 Il valore simbolico e la teofania della luna ................................................................. 8
3. La formalizzazione del mito della Luna: da primigenia Musa a codificato simbolo poetico 8
3.1 La quiete del paesaggio notturno in G. D’Annunzio ........................................................ 8
3.2 Il simbolico paesaggio lunare di E. Munch ...................................................................... 9
3.2.1 Chiaro di luna (1895) ................................................................................................... 9
3.3 The Moon cleanses “the door of perception”: The ancient mariner by S.T. Coleridge (English version) 10
3.3 La luna mostra al marinaio di S.T. Coleridge la bellezza del creato (versione italiana) 11
4. Il completamento della demistificazione della luna nel Novecento ................................. 12
4.1 “Uccidiamo il chiaro di luna” .......................................................................................... 12
4.2 “L’uccisione” della luna in ambito artistico ................................................................... 13
4.3 La luna degradata di T.S. Eliot ....................................................................................... 13
4.4 Dopo le avanguardie e il modernismo: il postmodernismo ............................................. 14
4.5 La definitiva profanazione del mito da parte della tecnologia: “Le Mosche del capitale”, di P. Volponi 14
4.5.1 Tratto da “Le mosche del capitale” di P. Volponi: Dialogo tra il computer e la luna 15
5. Poscritto 17
Appendice 19
Bibliografia 20
Premessa
“C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio” (La luna, Jean Louis Borges)
Mi propongo di illustrare, nel corso di questa trattazione, quale sia stato il forte potere attribuito in tutte le culture europee alla Dea Luna, e che ruolo, di riflesso, essa abbia esercitato nell’immaginario degli artisti, per ripiegare infine sino al secolo breve, le cui mutate condizioni storico-sociali hanno “defraudato” quella che il poeta Graves definì “primigenia Musa” - ma che oramai non lo è più – di ogni suo valore, anche solo simbolico-letterario, come nelle intenzioni dei futuristi; mi soffermerò anche su alcuni autori della metà del Novecento, come Eliot e Volponi, i quali hanno associato la perdita di significato della luna, all’alienazione dell’uomo moderno e alla massificazione della società.
1. Introduzione di carattere storico-mitologico
Fu proprio il poeta Robert Graves, di cui si è detto prima, ad operare la più sistematica trattazione sul ruolo predominante che ebbe la Dea Luna nella cultura indoeuropea, attraverso la stesura de “La Dea Bianca” nel 1948; qui di seguito è riportata la tesi fondamentale di Graves:
“La mia tesi è che il linguaggio del mito poetico anticamente usato nel Mediterraneo e nell’Europa settentrionale fosse una lingua magica in stretta relazione con cerimonie religiose in onore della dea-Luna ovvero della Musa, alcune delle quali risalenti all’età paleolitica. Questa lingua fu manomessa verso la fine dell’epoca minoica, allorché invasori provenienti dall’Asia centrale cominciarono a sostituire alle istituzioni matrilineari quelle patrilineari, rimodellando o falsificando i miti per giustificare i mutamenti della società, ma dapprima sopravvisse all’interno dei culti misterici. Poi giunsero i primi filosofi greci, fortemente ostili alla poesia magica, nella quale ravvisavano una minaccia per la nuova religione della logica. Sotto la loro influenza venne elaborato un linguaggio poetico razionale (oggi chiamato classico), in onore del loro patrono Apollo, linguaggio che fu imposto al mondo come il non plus ultra dell’illuminazione spirituale. Da allora in poi questa visione ha dominato praticamente incontrastata nella visione moderna della cultura mitica, dove i miti sono oggi studiati solo come curiosi relitti dell’infanzia dell’umanità”
1.1 Una dea multiforme
“Un fondo dove si spande la luce lunare della Dea Bianca, immagine primordiale dell’unica vera Musa” (Robert Graves)
Graves, confortato anche da recenti studi etnologici, dimostra che la Dea Bianca assume tratti costanti in tutte quelle culture che in modo diretto e indiretto ebbero modo di venire a contatto a partire dal II millennio a. C.: gli antichi Egizi adoravano la Luna col nome di Iside e la rappresentavano con una Luna crescente sul petto e sul capo. Per gli Assiri ed i Babilonesi la Luna si chiamava Sin-Samas-Istharn. Per il fenomeno delle fasi questa dea era considerata come l’astro che cresce e decresce creando se stesso. Nella cultura fenicia era molto diffuso il culto di Astarte, raffigurata con una falce di Luna sulla fronte. Nel mondo classico i due figli di Latona: Apollo e Diana erano identificati col Sole e la Luna. A Efeso la Luna era adorata col nome di Lucina. Essa era ritenuta la dea della fecondità, avendo avuto cinquanta figli dal pastore Endimione: perciò le donne avevano un culto particolare per questa dea. Nell’est dell’antica Grecia, il culto degli astri fu introdotto dal vicino Oriente, venne così adorata anche Selene, la Luna sotto forma di donna. Gli Arabi l’adoravano sotto il nome di al-Lât che significa “nume dei numi”. Presso i popoli germanici la Luna veniva ampiamente adorata. Essa era vista come una cacciatrice che cavalcava nella notte attraverso la foresta e di giorno in luoghi desolati sotto la forma di una bellissima donna. I documenti medioevali germanici le danno il nome di Holda o Holle “la benevola”.
1.2 La prima decadenza della Dea
Dapprincipio in Europa non c’erano divinità maschili che potessero sfidare il prestigio della Dea. Prima che Baal, Zeus, Jahvè e i loro equivalenti prendessero il potere, a comandare in cielo, in terra e negli inferi era stata la Grande Madre, dea una e trina della Nascita, della Fecondazione e della Morte, signora della Natura, padrona del Tempo. Era la dea dei campi e dei boschi, delle acque e degli animali. In seguito all’affermazione del patriarcato, probabilmente importato dall’Oriente, si verificò anche una - fisiologica – evoluzione dell’apparato mitico. Nell’inno omerico ad Apollo pitico viene infatti narrato che Apollo, figlio di Zeus e Latona, si impadronì del santuario di Delfi, originariamente devoto alla Dea madre, identificata da Graves con la Dea Bianca, e indusse le nove Muse, figlie della Dea, ormai sempre meno potente, ad abbandonare la loro sede sul monte Elicona per trasferirsi a Delfi, domò la loro furia selvaggia e insegnò loro a intrecciare danze curiose e garbate: dando inizio alla poesia equilibrata, raffinata e ordinata, da noi oggi definita classicismo.
2. Le invocazioni alla Dea
2.1 La preghiera di Lucio
La forte carica divina e soprannaturale, di cui la Luna è stata ritenuta portatrice sin dagli albori della civiltà greco-romana, la ha resa l’ideale interlocutrice per l’artista che avesse voluto addentrarsi - in qualunque modo - in una più profonda conoscenza della natura e dei segreti che essa cela. La prima - e più completa - preghiera alla Dea si ritrova nel libro XI delle “Metamorfosi” di Apuleio. Il protagonista, e narratore, Lucio dopo essersi recato in Tessaglia, terra tradizionalmente di maghi, alloggia presso il ricco Milone e sua moglie Panfila, una maga. Riuscendo ad conquistarsi i favori della serva Fotide, Lucio prima assiste di nascosto a una trasformazione di Panfila in gufo, poi, spinto dalla sua “curiositas” decide di sperimentare su di sé la metamorfosi. Ma Fotide sbaglia unguento e Lucio assume le sembianze di un asino. Fotide gli rivela che l’unica soluzione è quella di cibarsi di rose: da qui una serie incredibile di peripezie (intramezzate dalla favola di Amore e Psiche) in cui Lucio non manca di commentare. Infine, nel libro X, Lucio riesce a fuggire da un’arena cui è stato destinato e si addormenta in una spiaggia deserta. Sarà il libro XI a dare inizio alla purificazione rituale, cui seguirà il ritorno di Lucio alle fattezze umane e l’iniziazione al culto di Iside e Osiride.
Il libro XI dunque segna la svolta, in direzione mistico-iniziatica, del romanzo. Lucio, da poco sveglio, è ammaliato dallo “strano fascino dell’eccelsa dea che esercita il suo potere sovrano su tutti gli esseri viventi e non soltanto su questi, animali domestici o belve feroci che siano, ma anche sulle cose inanimate, che sentono l’influsso della sua potenza e della sua luce, sui corpi celesti o su quelli della terra e del mare, che crescono quando essa cresce, che si ritraggono quando essa cala”. L’apparizione della dea, in tutto il suo fulgore, viene dunque avvertita, da Lucio, come una speranza di salvezza - finalmente! - dopo tante sventure, e, in seguito a un vero e proprio rito religioso, può invocare la Dea. Dalle parole di Lucio si evince anche come la Luna - che qui è emanazione di Iside, non a caso, dea della resurrezione - fosse considerata dea “dagli infiniti nomi”, in linea con il sincretismo religioso ellenistico, che non aveva mancato di influenzare anche il culto isiaco, al quale Apuleio stesso, letterato itinerante, era stato iniziato:
“O regina del cielo, o sia pure tu l’alma Cerere, l’antichissima madre delle messi, che per la gioia d’aver ritrovata la figlia, offristi all’uomo un cibo più dolce che non quello bestiale delle ghiande, e fai più bella con la tua presenza la terra di Eleusi; o anche la celeste Venere che all’inizio del mondo desti la vita ad Amore e accoppiasti sessi diversi propagando la specie umana con una discendenza ininterrotta, onorata ora in Pafo, circondata dal mare; o la sorella di Febo, che alleviando con dolci rimedi il dolore del parto, hai dato la vita a tante generazioni ed ora sei venerata nei santuari di Efeso; o che tu sia Proserpina, la dea che atterrisce con i suoi ululati notturni, che nel tuo triplice aspetto plachi le inquiete ombre dei morti e chiudi le porte dell’oltretomba e vaghi per i boschi sacri, venerata con riti diversi, tu che con la tua virginea luce illumini tutte le città, che nutri con i tuoi umidi raggi le sementi feconde, e nei tuoi giri solitari spandi il tuo incerto chiarore, sotto qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto qualsiasi aspetto sia lecito invocarti, soccorrimi in queste mie terribili sventure”
Il modulo della preghiera alla Dea permette ad Apuleio anzitutto di introdurre variazioni significative rispetto al modello greco di Luciano e di Lucio di Patre, entrambi autori di racconti incentrati sulle peripezie dell’asino Lucio, costringendo il lettore a rivalutare l’intero significato del romanzo - ormai romanzo di formazione - in senso religioso; in secondo luogo di “sciogliere” - abilmente - l’intreccio, dal momento che Lucio riacquista le sue originali sembianze, poiché la Dea, suggerisce in sogno ad un sacerdote di fornire le preziose rose a Lucio; infine, la manifestazione della Luna consente ad Apuleio di “istruire” il mondo latino riguardo al culto isiaco, al quale Apuleio stesso, letterato itinerante, era stato iniziato.
2.2 La preghiera del pastore
Ben diverso è l’esito cui giunge Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”; anche in questo caso la Luna è considerata come depositaria di un sapere universale sul perché stesso dell’esistenza. Con il Canto Notturno Leopardi si volge a considerare a livello universale, tramite la figura esemplare del pastore errante, la costitutiva infelicità propria della condizione umana e, anzi, di tutti gli esseri viventi. Nel paesaggio desolato dell’immensa steppa asiatica, un pastore interroga il simbolo più classico e suggestivo del paesaggio naturale, la luna, sul senso del destino umano:
(vv. 16-20 e vv. 61-71) “Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
[...] Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sí pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
Tesina - Premio maturità 2008
Titolo
Titolo: La parabola discendente della dea luna: da "dea bianca" a "gemente satellite"
Autore: Marco Li Mandri
Descrizione
Descrizione: Viene analizzato il ruolo della luna, nella mitologia e nell'ambito artistico-letterario, distinguendo tre fasi: 1) Il forte potere attribuito dalle culture europee quando era considerata primigenia Musa e suprema divinità (a partire dal II millennio a.C.
Materie trattate: mitologia, letteratura latina, greca, italiana, inglese, arte
Area: umanistica
Sommario
Sommario: Mi propongo di illustrare, nel corso di questa trattazione, quale sia stato il forte potere attribuito in tutte le culture europee alla Dea Luna, e che ruolo, di riflesso, essa abbia esercitato nell'immaginario degli artisti, per ripiegare infine sino al secolo breve, le cui mutate condizioni storico-sociali hanno "defraudato" quella che il poeta Graves definì "primigenia Musa" - ma che oramai non lo è più - di ogni suo valore, anche solo simbolico-letterario, come nelle intenzioni dei futuristi; mi soffermerò anche su alcuni autori della metà del Novecento, come Eliot e Volponi, i quali hanno associato la perdita di significato della luna, all'alienazione dell'uomo moderno e alla massificazione della società.
Introduzione di carattere storico-mitologico
Fu proprio il poeta Robert Graves, di cui si è detto prima, ad operare la più sistematica trattazione sul ruolo predominante che ebbe la Dea Luna nella cultura indoeuropea, attraverso la stesura de "La Dea Bianca" nel 1948; qui di seguito è riportata la tesi fondamentale di Graves:
"La mia tesi è che il linguaggio del mito poetico anticamente usato nel Mediterraneo e nell'Europa settentrionale fosse una lingua magica in stretta relazione con cerimonie religiose in onore della dea-Luna ovvero della Musa, alcune delle quali risalenti all'età paleolitica. Questa lingua fu manomessa verso la fine dell'epoca minoica, allorché invasori provenienti dall'Asia centrale cominciarono a sostituire alle istituzioni matrilineari quelle patrilineari, rimodellando o falsificando i miti per giustificare i mutamenti della società, ma dapprima sopravvisse all'interno dei culti misterici. Poi giunsero i primi filosofi greci, fortemente ostili alla poesia magica, nella quale ravvisavano una minaccia per la nuova religione della logica. Sotto la loro influenza venne elaborato un linguaggio poetico razionale (oggi chiamato classico), in onore del loro patrono Apollo, linguaggio che fu imposto al mondo come il non plus ultra dell'illuminazione spirituale. Da allora in poi questa visione ha dominato praticamente incontrastata nella visione moderna della cultura mitica, dove i miti sono oggi studiati solo come curiosi relitti dell'infanzia dell'umanità"