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L’Italia da paese di emigranti a paese di immigrati

“Ogni immigrato nelle nostre società è assieme un emigrato dalla sua società d’origine”.

A cura di Zaira Campigotto 5° C liceo scientifico “Giorgio Dal Piaz” 1

Etimologia del termine emigrazione

Etimologicamente il termine emigrazione indica l’abbandono dell’ambiente di origine da parte di popolazioni o di individui considerati singolarmente o come gruppi sociali, allo scopo di stabilirsi in un nuovo territorio o ambiente, definitivamente e in alcuni casi temporaneamente.

L’emigrazione è un fenomeno demografico caratterizzato dallo spostamento di grandi masse di popolazione da uno Stato a un altro o da una regione all’altra di una stessa nazione. In genere i fenomeni migratori sono motivati da uno squilibrio fra popolazione e risorse. Chi non trova dove è nato possibilità di lavoro sufficienti a permettergli una vita decorosa, si sposta dove ritiene che esistano maggiori possibilità di lavorare e condizioni di vita favorevoli.

Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio!

Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade pare che gli levino il respiro; e

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Tipi di emigrazioni

Le emigrazioni, con riferimento alla loro durata, possono essere distinte in emigrazioni stagionali, temporanee o definitive.

Le emigrazioni temporanee possono essere distinte a loro volta da quelle definitive solo a posteriori in quanto possono coprire periodi estremamente differenziati, cioè mesi, anni, decenni.

Le emigrazioni sul piano giuridico possono, invece, essere individuate come emigrazioni interne. Questa distinzione risulta anch’essa, in certi casi, essere un principio classificatorio del tutto insufficiente, poiché non tiene conto delle reali distanze geografiche e della portata dei mutamenti di stile di vita. L’emigrazione interna, infatti, da un lato, pone sullo stesso piano il trasferimento di un’analoga famiglia dalla costa atlantica degli Stati Uniti verso la California, in cerca di nuove terre da coltivare o miniere di metalli preziosi da sfruttare; dall’altro lato, l’emigrazione internazionale riunisce in una stessa categoria le migrazioni di grandi masse con quelle dei piccoli gruppi di lavoratori stagionali che soprattutto in passato emigravano temporaneamente dai loro paesi di origine seguendo la stagione agricola o quella turistica.

Un’altra distinzione può essere fatta tra emigrazione coatta e volontaria.

Nel primo caso si tratta di espulsione forzata dal paese di origine di individui da parte di autorità politiche o religiose; nel secondo caso si tratta della libera scelta da parte di questi soggetti di andare alla ricerca di una nuova sede ove poter condurre una vita migliore.

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell’onde del greco mar da cui vergine nacque Venere, e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, onde non tacque le tue limpide nubi e le tue fronde l’inclito verso di colui che l’acque cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura. 3

Cause dell’emigrazione

Da un’attenta analisi dei vari movimenti migratori, sia all’interno di uno stesso paese che verso paesi stranieri, in primo luogo emergono una serie di fattori economici che, per quanto diversificati specificamente, possono essere ricondotti ad un unico concetto generale.

Le condizioni materiali di vita divenute insufficienti e talvolta non in grado di garantire neppure la semplice sopravvivenza spingono gli individui all’emigrazione, definitiva o temporanea che sia. Si pensi ad esempio, ai grandi movimenti di popolazione in seguito alle siccità e carestie in Africa, oppure alle migrazioni interne, dalle campagne verso le concentrazioni urbane e industriali, che hanno accompagnato la rivoluzione industriale in Europa. Accanto alle cause di carattere economico, in alcuni casi, sono presenti altre motivazioni di carattere socio-politico, ideologico e religioso. Si pensi ad esempio alla lunga marcia dei Mormoni verso la “terra promessa”, che li portò nel secolo XIX, dall’Ohio allo Utah attraverso due terzi dell’attuale territorio degli Stati Uniti; oppure al drammatico esodo degli Ebrei dalla Germania e dai paesi politicamente da essa controllati durante il periodo nazista.

Altri fattori quali: le nuove scoperte geografiche, il progresso tecnologico etc. si sono dimostrati storicamente determinanti nell’influenzare o addirittura nel rendere possibile, l’emigrazione stessa.

Le ondate migratorie

L’emigrazione italiana nel mondo ha rappresentato uno dei caratteri più singolari e caratteristici della storia contemporanea del nostro paese. L’interesse per il tema rimane tuttora forte, a causa dei recenti, diffusi fenomeni di xenofobia verificatisi in una nazione a lungo protagonista di flussi verso l’estero, e per l’ampio dibattito riguardante il voto degli italiani all’estero. Appare utile quindi riandare con la memoria a quando l’Italia divenne protagonista del fenomeno.

Trattandosi di un argomento prolungato e complesso, è auspicabile l’individuazione delle varie fasi, diverse tra loro per caratteristiche demografiche e sociali; cronologicamente, la classificazione più diffusa ne propone quattro:

  • La prima, dal 1876 al 1900;
  • La seconda, dal 1900 alla prima guerra mondiale;
  • La terza, tra le due guerre;
  • La quarta, dal dopoguerra agli anni ‘60/’70.

(La data del 1876 indica la prima rilevazione ufficiale dell’emigrazione italiana; della fase precedente esistono solo stime, che aiutano a comprendere l’evoluzione di un fenomeno non riconducibile alla sola età contemporanea)

Prima fase migratoria: 1876-1900

Nella storia dell’emigrazione italiana dei primi sessant’anni dopo l’Unità, si distinguono due periodi. La prima fase, che giunge grosso modo fino alla fine dell’Ottocento, è caratterizzata da un forte flusso migratorio dalle regioni settentrionali.

Tra i paesi di destinazione l’America settentrionale (in particolare gli Stati Uniti) occupa una posizione di rilievo, ma non esclusiva. Altrettanti emigranti sono attirati dai grandi paesi del sud, Brasile e Argentina.

La scelta tra le aree di destinazione è una scelta tra un lavoro e una collocazione sociale simili a quelli lasciati in patria, e un radicale e brusco cambiamento. 4

1.1 Emigrazione italiana in Nordamerica

Gli emigranti italiani nell’America settentrionale si inserivano in un paese fortemente urbanizzato, e si indirizzavano ad attività lavorative di tipo industriale (in genere dequalificate) o alla costruzione di strade e ferrovie; raramente al lavoro agricolo.

Il flusso dall’Italia settentrionale, così come quello tedesco, scandinavo, britannico, proviene da paesi dove è in corso una rivoluzione industriale e un’intensa trasformazione sociale; si tratta di un’immigrazione relativamente colta e qualificata dal punto di vista lavorativo, i cui costumi differivano poco da quelli “americani”, cioè da quella cultura di origine britannica che era stata fatta propria dalla maggioranza della popolazione statunitense.

1.2 Emigrazione italiana in Sudamerica

L’emigrazione in Sudamerica, in particolare in Brasile, riusciva spesso ad inserirsi nell’agricoltura, in molti casi arrivando a costituire aziende indipendenti.

L’emigrazione veneta in America latina arriva a produrre un fenomeno unico: le cosiddette golondrinas, le rondinelle che, a partire dagli anni Novanta, sfruttando l’inversione delle stagioni nei due emisferi, si muovevano da ottobre a marzo per i raccolti e soprattutto per la mietitura. Ogni emigrante tendeva ad andare là dove sapeva di poter trovare parenti, o amici, o conoscenti, da cui poteva attendersi aiuto.

Tra aree di partenza e aree di destinazione si stabilivano dei nessi privilegiati, così gli emigranti dalla zona di Bassano, nel Veneto, tendevano a emigrare in Brasile, in particolare nell’area nota appunto come “Nuova Bassano”; quelli di molti villaggi liguri, in California; e così via.

2. Seconda fase migratoria: 1900-1914

La seconda fase (1901-1915) coincide con l’industrializzazione italiana; eppure, è detta “grande emigrazione”, proprio per l’incapacità del nostro sviluppo, non intenso né uniforme, di assorbire la manodopera eccedente. L’emigrazione del periodo è largamente extraeuropea: il 45% degli emigranti (prevalentemente meridionali) espatriano in America; e proprio le grandi variazioni visibili tra gli anni (1908: 487 000 partenze; 1913: 870 000).

Permane lo squilibrio tra i sessi, e specie per i settentrionali aumenta la tendenza all’espatrio in Europa.

La media annuale, 600 000 partenze, porta il totale del periodo a 9 000 000 di persone. Un vero esodo.

La creazione nel 1901 del Commissariato Generale dell’emigrazione rese l’espatrio finalmente tutelato dall’azione speculatoria di intermediari e agenti delle compagnie di navigazione, autori di giganteschi arricchimenti nel periodo, pur senza risolvere le enormi problematiche igieniche e sociali causate dalla concentrazione di emigranti nei tradizionali porti d’imbarco (Genova, Napoli, Palermo): l’epidemia di colera a Napoli nel 1911, le vessazioni cui furono sottoposti gli emigranti in genere (portatori a detta del questore di Genova di “grave danno dell’igiene, della morale, del decoro”) e le donne in particolare, contro le quali si scatenarono “antichi pregiudizi e nuove paure” (A. Molinari), oltre alle tradizionali attitudini violente del “branco” maschile (abusi, violenze, furti).

2.1 Migranti meridionali: le caratteristiche

Questa “nuova immigrazione” è composta in genere di analfabeti, contadini sradicati dalla terra, poveri, la cui cultura differisce radicalmente da quella “americana”.

È un’emigrazione in larghissima prevalenza maschile e adulta (donne e bambini, cioè, restavano in Italia), con una percentuale di rimpatri straordinariamente elevata (quasi uno su tre), dedita ai lavori di tipo operaio, poco o per nulla qualificato (mentre scarsissimi sono gli emigranti che si dedicano ad attività rurali), e che destina gran parte dei suoi magri guadagni, spesso oltre la metà, alla famiglia rimasta in Italia. 5

La loro intenzione non era (come era avvenuto ad esempio per gli irlandesi, o per l’emigrazione settentrionale che li aveva preceduti, e come avveniva ancora per gli ebrei dell’Europa orientale) il puro e semplice abbandono della propria terra incapace di mantenerli, bensì il guadagno, con l’emigrazione, di denaro sufficiente a comprare terra in paese, a mutare cioè la propria condizione nel paese d’origine.

Così si spiega l’incredibile flusso di “rimesse”, di denaro cioè inviato in patria dagli emigranti. Il flusso di una simile quantità di denaro dall’estero faceva dell’emigrazione di massa una straordinaria risorsa per l’economia italiana permettendo al paese acquisti di materie prime e pagamenti di debiti internazionali.

Solo molto tempo dopo la classe dirigente italiana ha cominciato a comprendere quanto quei vantaggi immediati siano stati pagati con il decadimento economico di intere aree, oltre che naturalmente con tragedie e sofferenze personali e collettive di poco inferiori a quelle provocate da una guerra.

Gran parte delle forze politiche dominanti era nettamente favorevole all’emigrazione di massa anche in quanto si trattava di una valvola di sfogo là dove le tensioni sociali rischiavano di divenire insostenibili, in particolare nell’Italia meridionale.

2.2 Atteggiamenti razzisti negli Stati Uniti

Molti americani assumono i meridionali italiani come il simbolo della “nuova immigrazione” meridionale ed orientale (russi, slavi del sud, greci).

Tanto che per poter dare una spiegazione “scientifica” - cioè biologico-razziale - alle evidenti differenze culturali ed economiche tra le due aree di provenienza degli emigranti italiani, tra il nord e il sud del nostro paese, sociologi e governo sentono il bisogno di attribuire gli immigranti italiani a due ceppi diversi: “celtici”, affini cioè agli irlandesi e ai francesi, i settentrionali; “iberici”, affini cioè ai portoghesi e agli spagnoli, i meridionali.

Per spiegare le differenze di cultura e di comportamento tra gli italiani del nord e del sud emigrati negli Stati Uniti, anziché ricorrere a simili assurdità pseudo-scientifiche, sarebbe bastato conoscere la diversa situazione economica delle diverse regioni italiane e il diverso atteggiamento che, prima dell’unificazione (e anche dopo), il potere politico vi aveva tenuto, in relazione all’istruzione come all’andamento sociale delle campagne.

3. La chiusura delle frontiere americane

Con due leggi, una del 1921 e l’altra, ancora più restrittiva, del 1924, gli USA chiudono le frontiere all’immigrazione.

Alla base della campagna anti-immigrazionista c’è la convinzione che l’afflusso di immigranti dall’Europa meridionale ed orientale stia avendo un’influenza negativa sul paese, sia dal punto di vista razziale (in quanto sarebbe cresciuto il peso delle “razze inferiori” rispetto a quelle superiori, in particolare a quella “anglosassone”), sia dal punto di vista economico (in quanto i “nuovi immigranti” erano considerati meno produttivi e più tendenti a farsi mantenere dalla collettività di quanto fossero stati i loro predecessori).

In questo modo spariva quella che era stata la massima valvola di sfogo, per oltre un secolo, degli squilibri demografici europei.

La terza fase migratoria (tra le due guerre)

Coincide con un brusco calo delle partenze: vi contribuirono dapprima le restrizioni legislative adottate da alcuni Stati (in particolare gli USA, con le “quote” (1921/1924) di immigrati annuali che favorivano le comunità di antica immigrazione e quindi più “integrate”, e con i “literacy tests” contro gli analfabeti); in secondo luogo, la tendenza statalista e dirigista seguita a partire dal 1921 attraverso varie conferenze internazionali (tenute a Roma) per disciplinare i flussi; inoltre, la politica fortemente restrittiva attuata dal fascismo per motivi di prestigio (l’“immagine negativa” fornita dalle torme di partenti) e di potenziamento bellico (trattenendo molte giovani leve da impiegare per scopi militari); per ultimo, il peso delle crisi economiche degli anni ’20 (specie quella del ’29). 6

L’emigrazione si diresse quindi soprattutto verso la Francia, alimentata anche dai numerosi espatri oltralpe degli oppositori politici del fascismo (specialmente comunisti), e verso la Germania negli anni ’30, specie dopo la firma del “Patto d’Acciaio”.

Aumentano nel periodo i richiami dei congiunti dall’estero (e cresce, quindi, la presenza femminile, segno di stanziamento definitivo all’estero). Dal 1920 al 1940, emigrarono circa 3 200 000 persone, destinate a supplire alla deficienza francese e tedesca di manodopera nazionale in agricoltura, edilizia, industria.

Dopo esser stato incorporato nel ministero degli Esteri, il “Commissariato” viene in seguito sostituito con la “Direzione generale per gli italiani all’estero”.

La quarta fase migratoria, dal dopoguerra agli anni ‘60/’70

Quarta e ultima fase

Nella (1945-1970 ca.) l’Italia è tornata a fornire consistenti flussi, consistenti in 7 milioni di espatri. I cambiamenti politici ed economici del Paese, però, hanno alimentato un parallelo flusso dalle campagne verso le città e le regioni (settentrionali) più industrializzate. Prevalgono due destinazioni: extraeuropea (America Latina, subito in calo per le continue crisi economiche e politiche, Australia, Venezuela) ed europea (Francia, Svizzera, Germania). Peculiare è l’esperienza di emigrazione in Belgio, destinata al lavoro in miniera ed improvvisamente abbandonata nel 1956, in tragedia di Martinelle

seguito alla quale persero la vita anche 136 minatori italiani.

Dagli anni ’50 le mete transoceaniche calano ulteriormente.

Con la valigia in mano

Sei arrivato in una piovosa notte di fine marzo.

Ad aspettarti io e mia madre… tua sorella.

Non alla solita stazione

e nemmeno l’ora è la stessa.

Ti abbiamo atteso,

sedute sul divano della tua dimora,

quella casa che tanto amavi,

testimonianza delle tue origini,

da sempre custodite nel tuo cuore. 7

Siamo rimaste lì sedute per ore,

eri in ritardo…

Pare strano ma…

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Sintesi

L'Italia da paese di emigranti a paese di immigra

Tesina - Premio maturità 2008

Autore: Zaira Campigotto

Descrizione: la tesina si prefigge di analizzare le tappe che hanno portato l'Italia dall'essere paese di emigranti a paese di immigrati

Materie trattate: storia, ed. civica, lett. italiana

Area: umanistica

Sommario

Etimologia del termine emigrazione

Etimologicamente il termine emigrazione indica l'abbandono dell'ambiente di origine da parte di popolazioni o di individui considerati singolarmente o come gruppi sociali, allo scopo di stabilirsi in un nuovo territorio o ambiente, definitivamente e in alcuni casi temporaneamente.

L'emigrazione è un fenomeno demografico caratterizzato dallo spostamento di grandi masse di popolazione da uno Stato a un altro o da una regione all'altra di una stessa nazione. In genere i fenomeni migratori sono motivati da uno squilibrio fra popolazione e risorse. Chi non trova dove è nato possibilità di lavoro sufficienti a permettergli una vita decorosa, si sposta dove ritiene che esistano maggiori possibilità di lavorare e condizioni di vita favorevoli.

Tipi di emigrazioni

Le emigrazioni, con riferimento alla loro durata, possono essere distinte in emigrazioni stagionali, temporanee o definitive.

Le emigrazioni temporanee possono essere distinte a loro volta da quelle definitive solo a posteriori in quanto possono coprire periodi estremamente differenziati, cioè mesi, anni, decenni.

Le emigrazioni sul piano giuridico possono, invece, essere individuate come emigrazioni interne. Questa distinzione risulta anch'essa, in casi, essere un principio classificatorio del tutto insufficiente, poiché non tiene conto delle reali distanze geografiche e della portata dei mutamenti di stile di vita.

L'emigrazione interna, infatti da un lato, pone sullo stesso piano il trasferimento di un'analoga famiglia dalla costa atlantica degli Stati Uniti verso la California, in cerca di nuove terre da coltivare o miniere di metalli preziosi da sfruttare; dall'altro lato, l'emigrazione internazionale riunisce in una stessa categoria le migrazioni di grandi masse con quelle dei piccoli gruppi di lavoratori stagionali che soprattutto in passato emigravano temporaneamente dai loro paesi di origine seguendo la stagione agricola o quella turistica.

Un'altra distinzione può essere fatta tra emigrazione coatta e volontaria.

Nel primo caso si tratta di espulsione forzata dal paese di origine di individui da parte di autorità politiche o religiose; nel secondo caso si tratta della libera scelta da parte di questi soggetti di andare alla ricerca di una nuova sede ove poter condurre una vita migliore.

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