Estratto del documento

Il giornalismo, strumento della verità

Di Andrea Accolla VF

Liceo Scientifico “F. Enriques” Roma

a.s. 2006/2007

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.»

( )

Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 21

Sommario

  • Introduzione sul percorso interdisciplinare
  • Otto Dix, ritratto di Silvia Von Harden (arte)
  • Giovanni Verga e il Verismo come strumento di denuncia sociale (italiano)
  • Pirandello e la disgregazione del vero “io” (italiano)
  • Tacito e gli Annales, prima denuncia storica (latino)
  • Marx giornalista e l’ideologia anticapitalista (filosofia)
  • La stampa durante il fascismo (storia)
  • Edgar Allan Poe tra mistero e giornalismo (inglese)
  • La rilevanza mediatica del terremoto di San Francisco e la sismologia (scienze)
  • Progresso e divulgazione scientifica: l’elettricità wireless (fisica)
  • Introduzione sul percorso interdisciplinare

Introduzione sul percorso interdisciplinare

Oggi viviamo in un mondo nel quale è possibile reperire informazioni in un tempo estremamente breve.

Ormai è sufficiente collegarsi ad Internet, oppure guardarsi intorno se ci si trova per strada, per essere aggiornati in tempo reale su ciò che avviene in giro per il pianeta.

Nonostante non siano in dubbio i benefici portati dalla tecnologia nel campo della comunicazione, è altrettanto vero che è diventato facile non solo reperire informazioni, ma anche diffonderle, e il problema nasce proprio qui, poiché ricavare la verità, in questa situazione, diventa un’ardua impresa.

Proprio in questo periodo di intercettazioni e scandali vari la verità sembra diventata una opzione per i giornalisti, i quali, oggi, si limitano solo ad annotare su taccuini informazioni senza domandarsi l’effettiva veridicità di esse, poiché l’importante, a parere di alcuni, è solo “far notizia”. Lo scopo di un giornalista serio e professionale è fondamentalmente solo quello di riportare la verità oggettiva dei fatti. Se poi intervengono insidiosi fattori esterni (censure, direttive di partito, omissioni e contraddizioni) a contribuire alla messa al bando della verità, il lavoro del giornalista diventa qualcosa di più del semplice scribacchino, ed è proprio per questo che ho scelto, come tema portante del mio percorso, il giornalismo e i suoi collegamenti nelle varie discipline scolastiche.

All’apparenza potrebbe sembrare un po’ azzardata come scelta, in quanto non risultano immediate le relazioni tra le materie quotidianamente studiate e il mondo del giornalismo, invece è sufficiente ricercare più a fondo per accorgersi che in ambito artistico ad esempio spicca il nome di Otto Dix, che con il ritratto della giornalista Von Harden, segna la sua ferrea opposizione contro la ormai inevitabile guerra; oppure ci si accorge che anche Tacito, a suo tempo, si prodigò per scrivere la verità sulla condizione di una Roma governata dall’immoralità, come non parlare infine di Verga e del suo Verismo, che si può considerare proprio come la reale essenza dello spirito giornalistico?

Questi sono dunque i motivi che mi hanno suggerito la scelta di un argomento attuale, che, pur discostandosi in parte dalle tematiche tradizionali (che ritengo ormai troppo comuni e inflazionate) resta, allo stesso tempo, affascinante e intrigante, ma soprattutto parte integrante della professione che ho intenzione di intraprendere in futuro.

Otto Dix e la nuova oggettività

Il movimento espressionista tedesco ebbe diverse continuazioni, soprattutto negli anni 20 quando vennero implementate forme più realistiche nella composizione delle opere. Questa nuova introduzione prenderà il nome di Nuova Oggettività nel 1925.

Intanto, nel gruppo espressionista di Dresda, cominciava a farsi strada il nome di Otto Dix.

La sua vita fu segnata dalla prima guerra mondiale: egli infatti vi partecipò in qualità di volontario, animato da un grande sentimento patriottico. Il suo entusiasmo iniziale durò poco però: durante uno scontro con l’esercito russo venne ferito.

Nonostante le varie onorificenze che seguirono l’episodio, Dix cambiò completamente opinione sulla guerra, manifestando apertamente la sua contrarietà a riguardo.

La sua pittura iniziale risultò influenzata dall’esperienza bellica: i soggetti dei suoi primi quadri furono per lo più marinai, prostitute, scene di violenza, tutto ciò che ruotava intorno all’ambiente malsano della guerra.

Nel 1922 si trasferì a Dusseldorf, nei pressi della famosa accademia, nella quale egli perfezionò il suo stile quasi narrativo, ricco di elementi simbolici.

Come già accennato precedentemente, i suoi quadri iniziali erano ricchi di riferimenti alla guerra, ed egli non risparmiò censure, utilizzando immagini crude e d’impatto, che purtroppo non furono sempre riconosciute positivamente dalla critica: è esemplare il caso del dipinto “La trincea”, che venne ritirato da una mostra da ufficiali nazisti, perché ritenuto denigratorio nei confronti della guerra.

Questo fu il primo di tanti atti denigratori da parte del nazismo, che indicò Dix come artista degenerato. Per non subire più simili trattamenti, l’artista si trasferì sul lago di Costanza, dove si dedicò esclusivamente alla pittura paesaggistica.

La tecnica stilistica di Dix cambiò molto nel corso degli anni: inizialmente non risparmiò dettagli macabri e crudi, derivati probabilmente dalla sua vocazione drammatica (a volte quasi apocalittica) nel vedere le cose. Dal 1920, in concomitanza dell’avvento del nazismo, il suo tocco macabro lasciò spazio a deformazioni grottesche, tese a sottolineare aspetti della società, che secondo l’artista, sono ormai senza valori.

Emblematico a questo proposito è il ritratto della giornalista Sylvia Von Harden, che rappresenta una critica su due fronti: il primo riguarda l’emancipazione femminile, mentre il secondo riguarda l’informazione e la comunicazione. Questi due fronti sono profondamente collegati: la donna è un’intellettuale, o per lo meno appare tale, poiché dietro i tratti mascolini, e l’atteggiamento sicuro e disinvolto si nasconde una donna fragile ed insicura. Essa potrebbe quindi rappresentare anche una metafora dell’informazione mediatica, in quanto la stampa ufficiale del tempo forniva solo notizie positive circa la situazione interna, mentre sappiamo che in realtà era solo una manovra dettata dalla censura per nascondere verità scomode.

Ben visibile è la sigaretta, che forse è l’elemento di spicco dell’emancipazione femminile. Altri tratti esplicitamente maschili sono il taglio di capelli, il volto spigoloso e pallido.

Giovanni Verga e il Verismo come denuncia sociale

L’unificazione d’Italia, che era avvenuta nel 1861, non aveva portato la risoluzione delle varie crisi che affliggevano il nostro paese: la questione economica, l’arretratezza del sud e la mancanza di un’identità nazionale.

Anche i salotti culturali (soprattutto quelli milanesi e torinesi) vivevano un momento di crisi che però sembrava destinato a scomparire: si stava sperimentando un nuovo modello letterario derivante da due movimenti francesi molto importanti, che si svilupparono all’incirca alla fine dell’800, ovvero il naturalismo e il positivismo.

Il primo fu un vero e proprio supporto filosofico e letterario del positivismo, che era una nuova visione scientifica del progresso, interamente basata sulla fiducia nel progresso e nella scienza.

Il naturalismo quindi si prodigò di supportare tali affermazioni con il compito di studiare la realtà in modo scientifico e deterministico. Questo fermento intellettuale pose le basi per elaborare un nuovo movimento letterario: il verismo. I due fautori principali furono due scrittori benestanti meridionali, Luigi Capuana, un critico giornalistico che aveva espresso ammirazione nei confronti del naturalismo benché ne rifiutasse la finalità scientifica, e Giovanni Verga che fu il creatore della nuova tecnica narrativa che avrebbe caratterizzato il verismo.

Qualcosa di vagamente simile al verismo era già stato abbozzato precedentemente da Alessandro Manzoni. Egli infatti si era proposto di condurre un’indagine storica che avesse come protagonisti gli umili e i derelitti. Ne “I Promessi Sposi” infatti egli riesce nel suo intento, anche se emergono le notevoli differenze con il verismo: Manzoni descrive una realtà governata dalla Provvidenza (quindi da Dio) inserendo quindi elementi irreali che servono solo ad aiutare i “buoni” a vincere “il male”. Verga invece si propone di descrivere una realtà dominata solo dalle leggi meccanicistiche (tanto care ai naturalisti) e senza l’uso di artifici retorici, in quanto l’obiettivo finale è quello di riportare le reali condizioni della società attraverso l’uso di nuove regole stilistiche come quella dell’impersonalità dell’autore.

Questa importantissima regola verghiana fa in modo che il narratore non sia più onnisciente ma che scopra passo dopo passo l’evolversi della situazione. L’autore inoltre non può assolutamente intervenire con giudizi in quanto egli deve completamente eclissarsi descrivendo le azioni attraverso gli occhi dei personaggi, oppure attraverso una sorta di “mano invisibile”. Le situazioni da descrivere secondo Verga sono quelle riguardanti il proprio contesto territoriale, meglio se si è a conoscenza di qualche fatto accaduto cosicché il realismo sia alla base del tutto.

Il fine di Verga è quello di impressionare il lettore, smuovendo nella sua coscienza qualcosa che lo induca a pensare, e da qui nasce la sua volontà di voler descrivere personaggi umili come minatori, pescatori, contadini ovvero persone oppresse che sono protagoniste di storie quotidiane purtroppo dimenticate: di conseguenza anche i luoghi saranno miniere o ambienti prevalentemente rurali.

Un altro importante aspetto prettamente verghiano riguarda il linguaggio usato da Verga: l’autore deve infatti mimetizzarsi anche linguisticamente usando un lessico aderente a quello dei personaggi, inserendo anche termini dialettali in corsivo, benché ciò provochi una rottura con la sintassi e la grammatica.

Ovviamente ogni situazione sociale differisce da posto a posto, ma generalizzando si può fare una distinzione tra nord e sud: a questo proposito Verga ha distinto un verismo regionale che si divide in base al problema trattato: è chiaro che al nord non vi sia il problema del latifondismo, come è evidente che al sud non si presenti il problema dello spostamento dalla campagna alla città. Il Verismo rappresenta per Verga la realtà effettiva che si mostra crudele e mossa da una sorta di meccanicismo che tende a schiacciare il più debole.

L’assenza di una salvezza dovuta a fattori religiosi è una delle grandi differenze tra verismo manzoniano e verghiano, che si aggiunge ad altre discrepanze notevoli, come il giudizio dell’autore. Secondo Verga infatti l’autore non può assolutamente intervenire nel racconto in quanto egli non ha la facoltà di cambiare la realtà.

Prima di approdare al Verismo, Verga scrive alcuni romanzi come “Una peccatrice”, “Storia di una capinera” ed “Eva”. Il primo, fortemente biografico, tratta la storia di un intellettuale siciliano che conquista fama e successo perdendo però la sua donna. Il secondo è invece una storia drammatica di un amore impossibile mentre il terzo è il racconto di un artista che s’invaghisce di una ballerina, perdendo di vista i suoi ideali artistici.

Tutti questi romanzi fanno parte del cosiddetto periodo “pre-verista” di Verga, che solo nel 1878 si dedicherà alla stesura di romanzi veristi come “Rosso Malpelo”, “Nedda” e la raccolta “Vita dei campi”.

Pirandello e l’utopia del vero

Luigi Pirandello nasce il 28 giugno 1867 presso Girgenti (oggi l’odierna Agrigento). La sua famiglia era in buone condizioni economiche, essendo proprietaria di una miniera di zolfo.

Dopo aver trascorso l’infanzia presso il paese natale, si trasferisce a Roma nel 1892, dove si dedicò completamente alla letteratura. In questo periodo conosce scrittori e intellettuali importanti, come Capuana. Nel 1893 sposa Maria Antonietta Portulano.

Qualche tempo dopo il matrimonio, la donna manifestò alcuni segni di chiari squilibri psichici, che si intensificheranno dal 1903 in poi, quando la miniera di zolfo, nella quale il padre aveva investito tutto il patrimonio familiare, subì un grave allagamento.

La convivenza con la moglie divenne insostenibile, ma Pirandello prese la decisione di rinchiudere la donna in un istituto psichiatrico solo nel 1919.

Nel periodo della turbolenta relazione, egli sperimentò in prima persona quella sensazione che poi sarebbe diventata il concetto di “trappola familiare”, ovvero quel senso di soffocamento e frustrazione che la famiglia provoca.

Come Svevo, egli subì l’umiliante sorte della declassazione sociale, passando da ricco borghese benestante a una vita da piccolo borghese. Anche questa situazione alimentò in Pirandello il senso di straniamento e alienazione che egli provò nei confronti della società.

Dal 1910 egli comincia a scrivere alcune sceneggiature teatrali, come La morsa.

Gli anni 1916–1918 sono sicuramente quelli più intensi di attività teatrale, poiché egli scrisse drammi in lingua dialettale, tra i quali “Pensaci Giacomino!”, “Il piacere dell’onestà” e “Il giuoco delle parti”.

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Sintesi

Percorso interdisciplinare

Il mio percorso interdisciplinare è basato su ciò che intendo per concetto d'informazione. La tesina, inoltre, non è fine a se stessa, in quanto è parte integrante del percorso universitario e lavorativo che intraprenderò.

Materie trattate: italiano, latino, storia, filosofia, inglese, arte, scienze, fisica.

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