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Natura madre o matrigna

«È tutt'altro che facile determinare

se la natura si è dimostrata per l'uomo

una tenera madre o una spietata

matrigna.»

Plinio il Vecchio

Gaia De Sanctis, a.s. 2006/2007,

Liceo Scientifico A. Banfi,

Vimercate (MI) 1

Il rapporto tra l'uomo e la natura

Fin dalle origini, l’uomo si è interrogato sulla Natura e sul rapporto che intercorre fra sé e quest’ultima. Le visioni e le concezioni di questo rapporto si sono dimostrate essere molteplici, alcune contraddittorie, altre incapaci di giungere ad una sintesi. Ciò che accomuna tutti gli uomini, comunque, è il desiderio di comprendere se la Natura possa essere considerata madre o matrigna. Essa è indispensabile per l’uomo, poiché è la sua generatrice e la sua nutrice ma, allo stesso tempo, spesso lo tradisce e lo fa soffrire. A mio parere, la Natura può essere raffigurata come una donna seducente ma infedele: l’innamorato non può farne a meno, nonostante i suoi continui tradimenti e le continue delusioni e sofferenze da ella

Lucrezio

generate. Particolarmente significative, a tal proposito, sono le concezioni del poeta latino (98

Giacomo Leopardi

a.C.? – 55 a.C.?) e del poeta italiano (1798 – 1937).

Lucrezio e la natura

Lucrezio,

Nel I secolo a.C. scrivendo il De rerum natura ci fornisce una visione della natura propria dell’epicureismo, partendo dall’atomismo, per poi passare all’uomo, nella sua natura composita di corpo e spirito, ed infine al cosmo. Ma Lucrezio non si limita a una descrizione di fenomeni: ci lascia anche una sua opinione sul rapporto che la natura stessa ha con l’uomo. Nel II libro del De rerum natura Lucrezio ci mostra come essa renda possibile il piacere, la felicità; ciò può essere desunto dai versi 29-33 nei quali viene descritta una condizione di serenità, possibile solo nel locus amoenus: il restare adagiati su di un morbido prato la cui erba verde è coperta di fiori, presso un piccolo corso d’acqua, sotto un albero, con un tempo sereno:

«…cum tamen inter se prostrati in gramine molli/propter aquae rivum sub ramis arboris altae/non magnis opibus iucunde corpora curant,/praesertim cum tempestas adridet et anni/tempora conspergunt viridantis floribus herbas»,»...quando tuttavia, familiarmente distesi sull'erba morbida,/presso un ruscello, sotto i rami di un albero alto,/con tenui mezzi ristorano giocondamente i corpi;/soprattutto quando il tempo arride e la stagione/cosparge di fiori le erbe verdeggianti».

Contrapposta alla visione positiva della natura che emerge dai versi sopra riportati, nel V libro del De rerum natura (vv. 195-227) si trova un estremo pessimismo che ci mostra la condizione umana come infelice e aspra; ci viene infatti proposta una descrizione delle fatiche e dei dolori a cui è sottoposto l’uomo a causa delle avversità della natura nei suoi confronti, essendo stata creata dal volere divino non certo per noi uomini (nequaquam nobis divinitus esse paratam naturam rerum). Lucrezio si sente vittima di una culpa, di una persecuzione:

«E quand'anche ignorassi quali siano i primi elementi delle cose, questo tuttavia oserei affermare in base agli stessi fenomeni del cielo e comprovare in forza di molte altre cose: che la natura del mondo non è stata per nulla disposta dal volere divino per noi: di così grande difetto essa è dotata. In primo luogo, di quanto copre l'ampia distesa del cielo, una grande parte è occupata da monti e selve dominio di belve, la posseggono rupi e deserte paludi e il mare che vastamente disgiunge le rive delle terre. Inoltre, quasi due terzi il bruciante calore e l'assiduo cadere del gelo li tolgono ai mortali. Ciò che resta di terra coltivabile, la natura con la propria forza lo coprirebbe tuttavia di rovi, se non le resistesse la forza dell'uomo, per i bisogni della vita avvezzo a gemere sul robusto bidente e a solcare la terra cacciandovi a fondo l'aratro. Se, rivoltando col vomere le glebe feconde e domando il suolo della terra, non le stimolassimo al nascere, spontaneamente le piante non potrebbero sorgere nell'aria pura; e nondimeno, talora, procurate con grande fatica, quando già per i campi frondeggiano e tutte fioriscono, o le brucia con eccessivi calori l'etereo sole o le distruggono improvvise piogge e gelide brine, e le devasta con violento turbine il soffiare dei venti. E poi, la razza orrenda delle fiere, nemica del genere umano, perché la natura in terra e in mare la alimenta e la accresce? Perché le stagioni apportano malattie? Perché la morte prematura s'aggira qua e là? E inoltre, il bimbo, come un navigante gettato sulla riva da onde furiose, giace a terra nudo, incapace di parlare, bisognoso d'ogni aiuto per vivere, appena la natura lo fa uscire con sforzi fuori dal ventre della madre alle rive della luce, e riempie il luogo di un lugubre vagito, come è giusto per uno che nella vita dovrà passare per tanti mali».

La contraddizione che sembra emergere potrebbe essere risolta interpretando l'accento posto dal poeta sulla condizione infelice dell'uomo di fronte alla natura come una risposta a chi esalta la benevolenza di quest'ultima: è in un certo senso una obiezione realistica che ottiene però un effetto pessimistico dai toni cupi e drammatici con cui è colorata la descrizione. In questo modo l’immagine della natura serena che permette il riposo e una vita felice non è in netto contrasto con la precedente, dal momento che ci mostra una differente situazione che può essere parallela all’altra, non necessariamente opposta: sono i due volti della Natura che Lucrezio rappresenta. D’altra parte Epicuro insegnava agli uomini a conoscerla, ad accettarla e a sentirsene parte senza alcuna paura e senza alcuna ribellione; infatti, nella celebrazione che Lucrezio fa di quest’ultimo (I libro, vv. 62-79), egli ci viene presentato come colui che, mediante lo studio razionale della natura (naturae species ratioque), ha permesso di superare le superstizioni e i timori che prima preoccupavano le menti umane, per giungere a un rapporto sereno con essa.

Lucrezio e Leopardi

Si trova una precisa corrispondenza fra i vv. 222-227 del De rerum natura e i vv. 39-56 del Canto

Leopardi:

notturno di un pastore errante dell’Asia di

«Nasce l'uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell'esser nato.

Poi che crescendo viene,

L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell'umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

Perché reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura

Perché da noi si dura?»

Leopardi riprende il tema della nascita dolorosa e faticosa e del bambino che deve essere consolato per il fatto stesso di essere nato. Si può ipotizzare che una delle lontane radici del pessimismo leopardiano possa essere ritrovata appunto nel pensiero e nell'opera di Lucrezio - Leopardi del resto conosceva bene la letteratura antica. Tra i due si possono evidenziare delle somiglianze: entrambi denunciano la mortalità del tutto, irridono il tradizionale antropocentrismo e il progresso dell’umanità, rilevano la sostanziale infelicità del genere umano, contrapposta all’apparente serenità degli animali, esaltano la ragione come unico strumento dato all’uomo per elevarsi in dignità. Accanto a tali analogie si possono però trovare anche delle differenze che si evidenziano soprattutto nel messaggio finale dei due autori:

secondo Lucrezio l’umanità si riscatta mediante la ragione, giungendo a comprendere i meccanismi della natura e la propria limitatezza, ma rendendosi anche conto della sua libera volontà; al contrario per Leopardi la ragione, oltre ad essere motivo di grandezza è anche causa d’infelicità dal momento che spinge l’uomo a porsi domande a cui non sa dare risposta.

Se quindi Leopardi conclude, nella Ginestra, con l’incoraggiare la solidarietà tra gli uomini per combattere la natura, Lucrezio invece non ipotizza una guerra contro la comune nemica, ma vuole insegnare a non averne paura e a non ribellarsi ad essa.

Il pessimismo storico e il pessimismo cosmico

Nell’opera del Leopardi la Natura ha un’importanza di tipo filosofico: nella prima fase del suo pensiero, che va sotto il nome di pessimismo storico, la Natura è concepita come madre benigna e provvidenziale poiché è attenta al bene delle sue creature, è conscia dell’infelicità dell’uomo e pertanto ha offerto un rimedio a quest’ultimo: l’immaginazione e l’illusione. Per tale ragione, gli uomini primitivi, più vicini alla Natura, erano felici; il progresso della civiltà ha allontanato l’uomo da quella condizione privilegiata. Gli antichi erano anche più forti fisicamente e questo favoriva la loro forza morale; la loro vita era più attiva e ciò contribuiva a far dimenticare il vuoto dell’esistenza. La colpa dell’infelicità presente è dunque attribuita alla storia, poiché essa si è rivelata un progressivo sottrarsi degli uomini alle leggi della Natura, pietosa e amorevole madre. Con l'evoluzione del suo pensiero filosofico, però, egli, in seguito, dal pessimismo storico approda al cosiddetto pessimismo cosmico. Infatti, superato il momento dell’esaltazione della Natura quale madre benevola, ispiratrice di grandi ideali, di generose illusioni che nascondevano i limiti dell’esistenza, giunge alla concezione opposta della Natura matrigna, che nega all’uomo ogni possibile felicità, coinvolgendolo nel suo moto inesorabile e incomprensibile di trasformazione della materia. La Ragione, rifiutando poco per volta le “consolazioni” dei miti e della religione e rivelando la nullità di ogni cosa, conduce il poeta verso una lucida e disincantata disperazione. È questo il periodo più “lucreziano” di Leopardi, quello della più risoluta negazione dell’antropocentrismo e del finalismo. La persuasione dell’infelicità radicale di tutti gli esseri viventi fa apparire inutile e vano ogni sforzo volto a migliorare la sorte degli uomini.

Si possono confrontare due stralci, l’uno tratto dal leopardiano Dialogo della Natura e di un Islandese e l’altro dal De rerum natura, per quanto riguarda l’inevitabile presenza di male nel mondo, causata dal perpetuo ciclo di produzione e di distruzione della materia: 4

Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento».

(

«Dialogo della Natura e di un Islandese»,

Operette morali, passim)

«Sempre infatti, scacciate dalle cose nuove, cedono il posto

le vecchie, ed è necessario che una cosa da altre si rinnovi;

né alcuno nel baratro del tenebroso Tartaro sprofonda.

Di materia c'è bisogno perché crescano le generazioni future;

che tutte, tuttavia, compiuta la loro vita, ti seguiranno;

e dunque non meno di te le generazioni son cadute prima, e cadranno».

(De rerum natura, III, 964-969)

Leopardi e Konrad Lorenz

Konrad Lorenz

Si notano analogie tra il pensiero leopardiano e quello dell’etologo austriaco (1903 – 1989), che nella sua opera filosofica Il declino dell’uomo (1983) afferma che la Natura è assolutamente indifferente all’uomo. A tal proposito, si possono raffrontare l’operetta morale leopardiana Dialogo della Natura e di un Islandese e uno stralcio della suddetta opera di Lorenz: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture,

«Natura.

negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei».

(Operette morali, passim)

«Dialogo della Natura e di un Islandese»,

«Il rifiuto di un ordine finalistico dell’universo.

A molti appare inconcepibile che nell’universo possano esistere dei processi che non siano diretti alla realizzazione di un fine determinato. Dato che giudichiamo contrario ai nostri valori un agire umano privo di significato, ci disturba il fatto che possano esistere degli eventi naturali in se stessi del tutto privi di significato. Quando Faust contempla le onde del mare, nel loro confuso accavallarsi, Goethe gli fa pronunciare queste parole: “Mi potrebbe angosciare fino alla disperazione, questa vana energia di elementi indomabili!”. Ma ciò che offende più di ogni altra cosa l’amor proprio dell’essere umano è il fatto che, con tutta l’importanza che egli dà a se stesso, il divenire dell’universo sia del tutto indifferente alla sua sorte. L’uomo, notando che nella vicenda dell’universo prevale l’assenza di significato, teme che – già soltanto per banali ragioni di ordine quantitativo – i suoi sforzi per dare ad essa un significato possano essere votati alla sconfitta. Questo timore genera una sorta di coazione mentale che porta a immaginare in tutto ciò che accade un significato recondito. “L’uomo” afferma Nicolai Hartmann “non vuole affatto guardare in faccia la realtà in tutta la sua durezza; essa, infatti, è assolutamente indifferente all’uomo stesso. Ma allora, pensa l’uomo, non varrebbe la pena di vivere.” E lo stesso filosofo dice in un altro passo: “Infinitamente lontano dall’intuire, anche solo confusamente, che dare un senso alle cose potrebbe essere un privilegio dell’uomo stesso, egli oggi non si avvede che forse si sta privando da solo, nella sua insipienza, di tale privilegio”. Paradossalmente, il rifiuto di riconoscere che l’evoluzione dell’universo non è diretta a un “fine”, non è determinata in precedenza in vista di una “meta”, è motivato anche dal timore che il libero arbitrio dell’uomo possa rivelarsi un’illusione. Questo timore è assurdo dal punto di vista della teoria della conoscenza. Ma, comunque, un ordine finalistico del mondo condurrebbe proprio alle conseguenze opposte a quelle desiderate: “L’idea che l’universo segua un cammino prestabilito in vista di una meta, se viene seguita coerentemente, esclude alla radice ogni libertà dell’uomo”. Il comportamento umano viene ridotto a quello di una vettura su rotaie, che raggiunge forzatamente la sua meta. Una concezione simile implica l’assoluta negazione dell’uomo come essere responsabile».

(Konrad Lorenz, cap. 1)

«Il declino dell’uomo»,

Libero arbitrio e responsabilità

È possibile notare, tramite il confronto tra questi due autori, l’uno ottocentesco, l’altro novecentesco, l’estrema modernità della visione leopardiana della Natura e del rapporto che essa instaura con l’uomo. Lorenz approfondisce meglio, però, il concetto di libero arbitrio. Egli, infatti, afferma che, se i fenomeni naturali avvenissero secondo un piano finalistico predeterminato, l’uomo sarebbe uno strumento nelle mani della Natura e sarebbe quindi privo di libertà. Non esistendo nessun tipo di finalismo in natura secondo Lorenz, la libertà umana resta intatta; la vita dell’uomo è quindi indeterminata ed egli può plasmarla con la propria libertà ed intelligenza. Voler presumere che il mondo abbia un ordine finalistico è indice, da parte dell’uomo, di fatalismo e di pigrizia, poiché egli, in tal modo, si esime dalla propria responsabilità che ha nei confronti del mondo e dei propri simili. A tal proposito, si ricordi l’affermazione di Hartmann riportata da Lorenz: 6

«Infinitamente lontano dall’intuire, anche solo confusamente, che dare un senso alle cose potrebbe essere un privilegio dell’uomo stesso, egli oggi non si avvede che forse si sta privando da solo, nella sua insipienza, di tale privilegio».

Dunque, come in Leopardi, l’atteggiamento di Lorenz nei confronti della Natura è duplice: la Natura è vista come matrigna poiché essa è indifferente alle sorti dell’uomo ma, nel contempo, questa sua indifferenza e la sua indeterminatezza consentono all’uomo di valorizzare il proprio privilegio di cui parlava Hartmann (e sul quale concorda anche Lorenz), e cioè quello di dare un senso alle cose tramite la propria libertà e la propria intelligenza. A tal proposito, si possono prendere in esame alcuni versi de «La ginestra» di Leopardi, al fine di mostrare i punti di contatto tra le concezioni dei due pensatori considerati:

“Nobil natura è quella

Che a sollevar s'ardisce

Gli occhi mortali incontra

AI comun fato, e che con franca lingua,

Nulla al ver detraendo,

Confessa il mal che ci fu dato in sorte,

E il basso stato e frale;

Quella che grande e forte

Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire

Fraterne, ancor più gravi

D'ogni altro danno, accresce

Alle miserie sue, l'uomo incolpando

Del suo dolor, ma dà la colpa a quella

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Sintesi

Il rapporto tra l'uomo e la natura

In questa tesina ho cercato di evidenziare il duplice rapporto che si crea tra l'uomo e la Natura, la quale è nel contempo madre e matrigna per l'uomo.

Materie trattate

Italiano, Latino, Filosofia, Inglese, Scienze e cenni di Fisica

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