Estratto del documento

Autrice: Geronazzo Giada

Scuola: L.s.s. N. Copernico di Torino (classe V Cs)

Anno scolastico: 2008 / 2009

Il tema dell’amore nella letteratura latina

Il tema dell’Amore, in tutte le sue molteplici forme, ha attratto l’estro poetico ed artistico umano fin dai tempi più antichi: già nell’Iliade si pone il funesto amore tra Paride e la bellissima Elena alla base della sanguinosa guerra di Troia; nell’Odissea si oppongono l’amore passionale, quasi morboso, della ninfa Calipso per il valoroso Ulisse e quello più maturo ma talmente forte da sopravvivere ai lunghi anni di separazione dal marito della fedele Penelope.

Con il passare dei secoli, questo argomento arriva addirittura ad assumere un ruolo di fondamentale importanza, ad essere il fulcro intorno a cui ruota tutta l’arte elegiaca latina: secondo i poeti infatti, il coinvolgimento totale nell’esperienza amorosa e poetica è l’unico degno di essere vissuto fino in fondo. Il maggior esponente di questo circolo poetico è certamente Valerio Catullo che, mediante i suoi versi, narra la sua personale storia d’amore con la donna da lui chiamata, secondo l’usanza della lirica erotica, con il falsum nomen Lesbia: un amore tempestoso, complesso e tormentato, costellato di abbandoni, tradimenti, provvisorie riconciliazioni, che in modo alterno lo esaltò o lo trasse allo sconforto.

Sappiamo da Apuleio che il vero nome della donna amata da Catullo era Clodia, ma lo pseudonimo scelto dal poeta contiene un richiamo allusivo a Saffo, la poetessa dell’isola di Lesbo che aveva cantato la passione amorosa con accenti di sconvolgente intensità, ed è destinato a caratterizzare la donna amata come dotata di cultura e di gusti letterari raffinati. Inoltre, Catullo sentì che proprio Saffo aveva cantato per tutti gli amanti la febbre dell’amore: di quell’amore che in lei è desiderio che non vuol finire, fiamma che vuole ardere sempre, passione che vive di se stessa: vibrazione perpetua di un’anima che vuol magari morire ma non cessare di amare; Saffo concepiva l’amore come gaudio e come pena, Catullo lo sentiva gioia insieme e perdizione.

Nell’insieme del liber, comunque, a emergere e a imporsi sono gli aspetti tormentosi di questo amore mai veramente corrisposto, vissuto nel segno della contraddizione. In esso vi furono ore di frenesia e ore di collera, momenti di felicità e momenti di disperazione, riprese, preghiere, invettive… sino all’abbandono finale: ma il cuore del poeta non disse mai addio a quella donna e la pena restò. Egli aveva vissuto per Lesbia lunghe ore di felicità, lunghe ore di martirio; ora restava solo il martirio, ed il doppio veleno: l’odio e l’amore.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Odio ed amo. Forse mi chiedi perché faccio ciò.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.

Il contrasto di sentimenti che l’amore provoca è uno dei più comuni topoi della letteratura mondiale di ogni tempo; ma in Catullo c’è qualcosa di più: c’è la consapevolezza della difficoltà, certo, ma il dramma si acuisce con la triste constatazione che tale difficoltà nasce indipendentemente dalla volontà umana. Al poeta non resta altro che prendere atto della situazione e soffrirne terribilmente.

Il poeta soffre a causa dei tradimenti di Lesbia ed è confuso: questo aspetto appare evidente fin dall’odi iniziale, un ossimoro che illustra i sentimenti contrastanti di Catullo. Ad esso segue et amo una domanda indiretta e filosofeggiante (quare id faciam) e la risposta (v. 2). La confusione del poeta è ben visibile nell’uso di una folla di forme verbali che culmina con la climax del verso 2 il quale permette, inoltre, di comprendere il tormento dell’animo dello scrittore: infatti, excrucior, letteralmente significa vengo messo in croce, rimanda con la sua pronuncia all’idea del dolore lacerante; in questo contesto, si traduce con soffrire, tormentarsi per rendere bene l’idea del dolore.

All’eros, dunque, non è più riservato lo spazio marginale che gli accordava la morale tradizionale (come una debolezza giovanile, tollerabile purché non infrangesse certe limitazioni e convenienze soprattutto di ordine sociale) ma esso diventa centro dell’esistenza. Tutte le energie vitali del poeta e tutto il suo impegno morale si concentrano senza riserve nello spazio dell’esperienza amorosa: l’amore diviene l’unico autentico valore per il quale valga la pena di vivere. Catullo aspira pertanto a trasformare la sua relazione con Lesbia, di per sé instabile ed irregolare, in un legame amoroso del tutto nuovo, concepito come un vero e proprio foedus o patto sacro ed inviolabile, fondato sulla fides e garantito dalla protezione degli dèi.

Soltanto in questo reciproco impegno d’amore, stretto per libera scelta dai due amanti al di fuori del matrimonio, possono trovare una conciliazione due forme o componenti dell’amore che di norma si trovano nettamente separate nella società in cui Catullo vive: da una parte la passionalità erotica, caratteristica delle libere relazioni extraconiugali (amare); dall’altra un sentimento più profondo, serio e duraturo, fatto di tenero affetto e di stima, quale si prova per i propri familiari e per gli amici più cari (bene velle). Il patto d’amore può così rivendicare, agli occhi di Catullo, non minore dignità di un’unione coniugale legittima, in un’appagante dimensione di compiutezza psicologica ed affettiva.

Ma Catullo è costretto a prendere atto dell’irrimediabile fallimento del suo progetto: i ripetuti tradimenti di Lesbia mostrano chiaramente che la puella non è disposta a condividere e rispettare il foedus amoroso. La conseguenza più drammatica dell’infrazione del patto d’amore da parte della donna è la scoperta di una lacerante scissione interiore. Con lucida forza introspettiva, Catullo avverte che le due componenti del suo amore, passionale ed affettiva – amare e bene velle – si sono dissociate; si sente attraversato da sentimenti conflittuali, preda di forze irrazionali ed incontrollabili: la passione sensuale divampa ancora, inestinguibile, ma è paradossalmente accompagnata dall’odio e dal disprezzo.

Il carme di Catullo

Dicebas quondam solum te nosse Catullum, Un tempo dicevi di amare soltanto Catullo, Giove.

Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem. o Lesbia, e di non voler tenere per me neppure

Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam, Allora ti amai non tanto come il popolo ama l’amante,

sed pater ut gnatos diligit et generos. ma come un padre ama i figli ed i generi.

Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror, Ora ti ho conosciuta: perciò sebbene io bruci più fortemente,

multo mi tamen es vilior et levior. tu sei tuttavia per me molto più vile e spregevole.

Qui potis est, inquis? quod amantem iniuria talis Come è possibile, tu dici? poiché una tale offesa

cogit amare magis, sed bene velle minus. costringe chi ama ad amare di più, ma a volere meno bene.

Il carme è chiaramente suddiviso in due parti: la prima (vv.1-4) narra la felicità passata con l’utilizzo di tempi storici (dicebas, nosse, dilexi) ed avverbi che richiamano un tempo ormai finito (quondam, tum); la seconda, introdotta dal nunc te cognovi che crea una brusca interruzione della rievocazione nostalgica del passato, spiega la situazione attuale, più dolorosa, del poeta con l’utilizzo di tempi presenti (cognovi, uror, es, potis, inquis) ed avverbi che richiamano la durezza del presente ed il turbamento dell’autore (nunc, tamen).

La domanda che apre il verso 7 evidenzia la condizione psicologica di Catullo, già presente nel carme LXXXV (odi et amo); mentre in quest’ultimo egli non sapeva trovare risposta alla sua domanda, qui chiarisce immediatamente il suo pensiero risolvendo razionalmente l’incongruenza.

Apuleio e l’amore mitico

Un altro grande autore latino, invece, trattò l’amore mitico: questo scrittore è Apuleio la cui opera, Le Metamorfosi o L’asino d’oro (nella quale il protagonista narra la sua trasformazione in asino), è l’unico romanzo latino a noi giunto integralmente.

Nel testo Apuleio aggiunge molte sottotrame nate da leggende popolari. Tra le più belle troviamo senza dubbio Amore e Psiche, una delle più squisite composizioni artistiche della letteratura latina imperiale nella quale lo stesso Apuleio, l’unico antico che ci abbia trasmesso l’immortale leggenda, ha impiegato tutte le risorse del suo stile fastoso ed immaginoso e della sua indole insieme oscena e tragica, mistica e beffarda; in questa fabella, l’incanto della credenza popolare è mescolato, anzi che fuso, con la schernitrice rappresentazione del vecchio mondo divino.

Psiche è una bellissima principessa, così bella da causare l’invidia di Venere.

Erant in quidam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habere, sed maiores quidem natu, quamvis gratissima specie, idonee tamen celebrari posse laudibus humanis credebantur, at vero puellae iunioris tam precipua tam praeclara pulchritudo nec esprimi ac ne sufficienter quidem laudari sermonis umani penuria poterat.

Vi erano in una città un re e una regina. Questi avevano tre bellissime figliole. Ma le due più grandi, quantunque di aspetto leggiadrissimo, pure era possibile celebrarle degnamente con parole umane; mentre la splendida bellezza della minore non si poteva descrivere, e non esistevano parole per lodarla adeguatamente.

La dea invia suo figlio Eros perché la faccia innamorare dell’uomo più brutto e avaro della terra, affinché Psiche sia coperta dalla vergogna di questa relazione. Ma il dio si innamora della mortale, e, con l’aiuto di Zefiro, la trasporta al suo palazzo, dove, imponendo che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della madre Venere, la fa sua. Ogni notte Eros va alla ricerca di Psiche, ogni notte i due bruciano la loro passione in un amore che mai nessun mortale aveva conosciuto.

La ragazza è, dunque, prigioniera nel castello di Eros, legata da una passione che le travolge i sensi. Una notte Psiche, istigata dalle sorelle, con una spada e una lampada ad olio decide di vedere il volto del suo amante, pronta a tutto, anche all’essere più orribile, pur di conoscerlo. Le malvagie sorelle, infatti, sono riuscite a convincere l’ingenua fanciulla ad uccidere quella stessa notte lo sposo invisibile, insinuando che si tratti di un mostro e che si appresti a divorarla.

Ella deve, dunque, ucciderlo; ma, nell’attesa del momento propizio, si rende conto che, contemporaneamente, in eodem corpore odit bestiam, diligit maritum (“nel medesimo corpo, ha ribrezzo dell’animale, ma ama il marito”). Ma Psiche, spinta dalla curiosità, decide di compiere comunque il misfatto, sed cum primum luminis oblazione tori secreta claruerunt, videt omnium ferarum mitissimam dulcissimamque bestiam, ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonse cubantem.

Ma appena la luce si offerse a rischiarare l’intimità del letto nuziale, essa vede la più tenera e la più dolce di tutte le fiere, proprio Cupido in persona, il leggiadro dio, che leggiadramente riposava.

È, quindi, questa bramosia di conoscenza ad esserle fatale: una goccia cade dalla lampada e ustiona il suo amante:

sic inustus exiluit deus visaque detectae fidei colluvie prorsus ex oculis et manibus infelicissimae coniugis tacitus avolavit.

Sentendosi scottare, il dio balzò in piedi e vide la sua fede tradita e oltraggiata. Immediatamente volò via, senza far motto, sottraendosi ai baci e agli abbracci dell’infelicissima consorte.

Il dio, dunque, vola via e Venere poco dopo cattura Psiche per sottoporla alla sua punizione. La dea sottopone la nuora a diverse prove nelle quali quest’ultima viene aiutata dagli “spiriti della natura”.

L’ultima e più difficile prova consiste nel discendere negli inferi e chiedere alla dea Proserpina un po’ della sua bellezza in un vasetto. Psiche avrebbe dovuto consegnarlo a Venere senza aprirlo, ma, durante il ritorno, mossa ancora una volta dalla curiositas, la giovane aprirà l’ampolla che in realtà contiene non la bellezza, ma il sonno più profondo.

Questa volta verrà in suo aiuto lo stesso Amore, che la risveglierà dopo aver rimesso a posto la nuvola soporifera (uscita dalla ampolla); non solo: il dio otterrà per lei da Giove l’immortalità e la farà sua sposa. Dalla loro unione nascerà una figlia, chiamata Voluptas.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità  2009

Titolo: I mille volti dell'amore

Autore: Geronazzo Giada

Descrizione: percorso interdisciplinare nelle materie manistiche riguardante le molteplici forme nelle quali è stato trattato il tema dell'amore nei diversi periodi storico-culturali

Materie trattate: Latino, Storia Dell'arte, Italiano, Francese,Inglese

Area: umanistica

Sommario: Latino,Catullo,carme LXXXV e carme LXXII,la sofferenza e l'animo dilaniato; Latino,Apuleio,L'asino d'oro,Amore e Psiche,l'amore mitico e le potenzialità  dell'anima; Storia dell'arte,Canova,Amore e Psiche,Il bacio; Italiano,Dante Alighieri,La Divina Commedia,If V - Pg V - Pd III e Pd VIII,amore peccaminoso spirituale e divino; Francese,Edmond Rostand,Cyrano de Bergerac,amore mai dichiarato; Inglese,Charlotte Bronte,Jane Eire,amore felice

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