Matteo Ferrero classe V SA a.s. 2014/2015
Liceo scientifico “F. Vercelli”
“La grande depressione” 1
Storia: “La grande depressione”
Il “Big Crash” del giovedì nero alla borsa di New York, le sue conseguenze sull’economia americana e sulle teorie economiche del ’900. L’operato del governo Roosevelt e la dottrina politica del “New Deal” come base del Welfare State.
Filosofia: Karl Marx
Il pensiero economico e sociale del massimo teorico del comunismo: dalle crisi di sovrapproduzione all’analisi scientifica del sistema capitalista.
Inglese: John Maynard Keynes
Vita e pensiero dell’economista che rivoluzionò le teorie classiche. L’importanza dell’intervento dello Stato nell’economia nazionale come principio della ripresa dalla crisi.
Italiano: Salvatore Quasimodo e l’Ermetismo
La chiusura dell’intellettuale dalla società di massa e la sua critica ad essa come mezzo di evasione dal controllo del regime fascista e rivendicazione della libertà individuale.
Matematica: la legge economica di Say
Esposizione e critiche della principale legge dell’economia classica, maggiore responsabile della mancata previsione, durante gli anni ’20, dell’imminente crisi. 2
Introduzione
L’argomento che ho scelto di discutere all’interno di questa trattazione è la crisi del ’29, principalmente dal punto di vista economico, senza però trascurare quello ideologico e storico. Innanzitutto l’ho analizzata su una base storica, per capire al meglio i motivi che hanno portato a questa vicenda e come essa si sia sviluppata negli anni successivi al suo scoppio. In seguito ho considerato il pensiero e le teorie filosofiche di Marx come naturale contrapposizione alla società borghese e al sistema capitalista del tempo. Volendo approfondire questa visione contrapposta al capitalismo ho deciso di portare John Maynard Keynes come argomento di inglese, essendo uno dei primi e più importanti economisti che criticò le idee economiche che avevano prodotto la “grande depressione”. Inoltre sulle sue tesi fu basato il “New Deal”, la politica economica voluta dal presidente Roosevelt. Per quanto riguarda la letteratura ho affrontato il tema dell’Ermetismo, evidenziando l’opposizione dei suoi intellettuali alla società di massa e al regime fascista. L’ultimo punto che ho trattato è la legge di Say, la teoria di base del pensiero economico precedente alla crisi.
Ho scelto “la grande depressione” come tema perché ho uno spiccato interesse per l’economia e trovo la crisi un tema attuale, spesso discusso senza esserne adeguatamente informati. Per di più la crisi del ’29 ha molti aspetti in comune con la crisi recente, la quale, avendo assunto la denominazione di “grande recessione”, ricorda anche nel nome la crisi degli anni ’20. Oggi come allora i paesi che per primi hanno ricominciato a crescere sono stati quelli che hanno seguito i criteri della rivoluzione keynesiana. Questa mia passione non mi ha solo spinto a scegliere questo argomento invece di altri, ma anche di scegliere di proseguire il mio percorso di studio in un ambito economico e commerciale. 3
La grande depressione
Gli anni ruggenti
Dopo la prima guerra mondiale gli Stati Uniti divennero la prima potenza economica e politica del mondo, con un credito nei confronti dell’Europa di 7 miliardi di dollari. Il conflitto aveva accelerato quel processo di industrializzazione che si stava diffondendo in tutto il mondo. Infatti dal 1922 al 1928 la produzione industriale aumentò del 64% (contro il 12% del decennio precedente), i profitti del 76% e i salari del 30%. La differenza tra l’aumento dei profitti e quello dei salari fu uno dei primi fattori di squilibrio che portò alla crisi. Nonostante ciò, la convinzione di consumi accessibili a tutti e di una diffusione del benessere senza fine, permise la nascita dei consumatori di massa, dei grandi magazzini, delle prime tecniche pubblicitarie e la possibilità di pagare gli acquisti attraverso rate mensili. Questo periodo di forte crescita economica divenne famoso come “Gli anni ruggenti”.
Durante tutti gli anni Venti i repubblicani avevano mantenuto la presidenza degli Stati Uniti e avevano basato la loro politica economica su una dottrina di stampo liberista. Per favorire gli investimenti:
- Ridusero al minimo le imposte dirette e aumentarono quelle indirette, favorendo i più ricchi;
- Dimin diminuirono la spesa pubblica, rinunciando ad attivare programmi di assistenza ai più poveri;
- Mantennero basso il tasso di interesse, facilitando l’accesso al credito, ma alimentando anche la convinzione di una crescita economica infinita;
- Rinunciarono a qualsiasi forma di regolazione dell’economia, permettendo alle grandi aziende di creare monopoli e oligopoli per spartirsi le quote di mercato, fissare i prezzi e le quote di produzione, aggirando la libera concorrenza.
Questi provvedimenti indirizzavano la maggior parte della ricchezza del Paese nelle mani di pochi individui, aumentando la differenza economica fra le classi sociali. Cominciava ad esserci uno squilibrio tra i prezzi sul mercato e ciò che percepivano i cittadini. Il potere d’acquisto dei consumatori era calato e quindi non si era più in grado di assorbire la crescita della produzione industriale, concentrata soprattutto nella creazione di beni durevoli, che quindi non avevano bisogno di frequente ricambio. Ciò spinse il mercato ad una “saturazione”, uno dei primi sintomi che la crisi si stava avvicinando.
A questa situazione si aggiunse il “boom della Borsa”, che non era solo un fenomeno finanziario ma anche sociale e culturale, poiché milioni di cittadini erano ormai convinti che la prosperità economica non sarebbe mai finita ed erano affascinati dal mondo della finanza. Il miraggio di guadagni facili, sicuri e rapidi senza grandi fatiche fece diventare l’investimento un fenomeno di massa al punto che dal 1925 al 1929 il numero di azioni trattate alla borsa di New York passò da 500 000 a 1 100 000 all’anno, e contemporaneamente il loro valore raddoppiò. La maggior parte degli investitori non seguiva nessun criterio logico, erano spinti da principi puramente speculativi. Essi non compravano le azioni per poi guadagnare con i dividendi delle aziende, bensì lucravano sulla differenza tra il prezzo di acquisto e il successivo prezzo di vendita. La grande richiesta di acquisto di titoli e azioni faceva salire il loro prezzo, al punto di non rispecchiare più il loro valore reale, creando una bolla finanziaria pronta a scoppiare. 4
Il Big Crash
L’euforia speculativa si incrinò rapidamente il 24 ottobre del 1929, il “giovedì nero”, dopo che per tutta la settimana il valore delle azioni era iniziato a scendere. Quel giorno furono vendute quasi 13 milioni di azioni, con prezzi via via più bassi, era l’inizio del panico. Migliaia di investitori si radunarono davanti alla sede della borsa di New York per avere notizie su cosa stesse succedendo, temendo di aver perso tutti i propri risparmi e di non avere più la possibilità di saldare i debiti che avevano contratto per comprare le azioni. La paura esplose definitivamente dopo che si diffuse la notizia che 11 operatori di borsa si erano suicidati per le ingenti perdite che avevano subito. Il definitivo crollo della borsa avvenne il 29 ottobre quando furono vendute 16 milioni di azioni, con una perdita di 10 miliardi di dollari. Durante quella settimana furono registrate perdite per 30 miliardi di dollari, dieci volte di più del budget annuale del governo federale degli Stati Uniti. L’indice del Dow Jones passò dal suo picco di 381,17 del 3 settembre 1929 al valore minimo di 41,22 dell’8 luglio del 1932: in tre anni la crisi aveva provocato una diminuzione del 90% e solo nel 1954 l’indice borsistico tornerà ai valori precedenti del “giovedì nero”.
Le conseguenze furono disastrose, molti patrimoni furono azzerati e migliaia di aziende furono costrette a chiudere. Gli investitori che si erano indebitati per comprare le azioni avevano perso tutto e non erano più in grado di saldare il proprio debito, portando alla rovina le banche che avevano concesso i prestiti per un valore superiore alle loro capacità. Basti pensare che nell’agosto del 1929 vi erano 8,5 miliardi di dollari in prestiti e mutui, più dell’intero valore della moneta circolante negli Stati Uniti. I correntisti, per paura di vedersi azzerare i propri conti, corsero agli sportelli per ritirare i propri soldi, riducendo le disponibilità economiche delle banche e provocando un’enorme diminuzione della liquidità, con gravi danni sull’economia reale. Le aziende, che ormai non potevano più accedere a nessuna forma di credito, erano costrette a ridurre la produzione e a licenziare (nel 1932 i disoccupati saranno quasi 14 milioni), con una conseguente diminuzione della domanda.
L’economia americana era entrata in una spirale recessiva che fece calare il PIL dell’ 11,97% nel 1930, del 16,12% nel 1931 e del 23,27% nel 1932. L’aggravarsi e il persistere della crisi fu dovuto alla mancata scelta della Federal Reserve Bank di abbandonare la parità tra l’oro e il dollaro, permettendo la svalutazione della moneta nazionale. Diminuendo il valore della propria divisa gli Stati Uniti avrebbero favorito l’aumento della circolazione monetaria, ma soprattutto si sarebbero rilanciate le esportazioni verso i paesi con una valuta più forte, così da aprire nuovi mercati alle merci americane. Tuttavia il presidente Herbert Hoover continuò con una politica di non intervento, ritardando la ripresa economica. 5
Roosevelt e il New Deal
Le decisioni prese dal governo americano avvicinarono i cittadini al partito democratico, così che nel 1932 il candidato democratico Franklin Delano Roosevelt venne eletto con 22,8 milioni di voti. Il nuovo presidente cambiò la politica economica, concentrandosi sui ceti meno abbienti della società e sul rilancio degli investimenti. Venne abbandonato il dogma liberista secondo cui il mercato ha la capacità di riequilibrare spontaneamente, senza interventi esterni, le situazioni di crisi. Si scelse invece una politica di intervento da parte dello Stato, mirata a innalzare il reddito pro capite, a rafforzare la domanda e a ridurre le disuguaglianze sociali. Queste riforme passarono alla storia sotto il nome di “New Deal”.
Il fondamento teorico dell’intervento dello Stato in economia era rappresentato dal pensiero dell’economista inglese John Maynard Keynes, il quale con le sue idee aveva notevolmente influenzato il governo americano.
Durante i primi “cento giorni” il governo Roosevelt varò una serie di riforme che migliorarono le condizioni delle famiglie americane. Le più importanti furono:
- La riforma del sistema creditizio e lo sganciamento del dollaro dalla parità con l’oro, in questo modo il dollaro poteva svalutarsi favorendo le esportazioni e permettendo alle aziende di utilizzare il mercato estero come sbocco per le merci in sovrappiù;
Collegamenti
Grande depressione, tesina
- Storia - "la grande depressione"
- Filosofia - Karl Marx
- Inglese - John Maynard Keynes
- Italiano - Salvatore Quasimodo e l'Ermetismo
- Matematica - la legge di Say