Estratto del documento

...Gioco il jolly!!!

Essere e Tempo

Filosofia: Heidegger

De Brevitate Vitae

Latino: Seneca

Da dove veniamo? Cosa siamo? Dove andiamo?

Arte: Gauguin

L’Infinito Sublime

Italiano: – il sentimento del Leopardi

Geografia Astronomica: Il vulcanismo

Fisica: La relatività - Einstein

Storia: Il mito della razza ariana

Inglese: Aspettando Godot - Beckett

Matematica: La probabilità

Sono ancora il jolly

e m’inchino al mondo,

svolazzando la mia mano

adorna di campanelli e maniche di pizzo.

Sotto al trucco un sorriso,

il più intenso che ti abbia mai toccato…

Sono un jolly, prendi ancora questa mano

E ridiamo insieme

Della meraviglia di questo giorno.

Esami di Stato a.s. 2006-07

Liceo Scientifico “G. Battaglini” (TA)

Classe 5 sez. E

Candidata: Maria Grazia Mancini

Il jolly e l’esistenza

d’azzardo, né una chiromante.

Non sono una giocatrice

Sono solo una che camminando per vie più o meno affollate spesso si chiede:

“Quell’uomo laggiù... che carta sarebbe in un mazzo?”

Sarà paradossale, ma provate a pensarla così: siamo stati gettati sul tavolo

dell’universo, la prima

tutto sommato, senza volerlo, direbbe Heidegger…

scelta (la scelta di vivere) non è la nostra! Noi non siamo fondamento del

nostro fondamento! ma ormai è qui che dobbiamo giocare la nostra partita,

comporre il nostro solitario! Ogni uomo ha la sua missione, ognuno il suo

colore, il suo seme, il suo numero…AssoDiCuori, FanteDiPicche, 9diFiori... e ognuno recita ruoli

iper-improvvisati nel magico teatro della civiltà; e ognuno è talmente immerso nel proprio ruolo che

pubblico: non c’è nessun estraneo, nessuno sguardo obiettivo!

la rappresentazione non ha mai

Eppure ad un tratto qualcuno risponde alla fatidica domanda pseudo-folle con un

semplicissimo:

“E me lo chiedi?...sarei un jolly!”

sicuramente

e allora l’intero solitario sembra essere sul punto di autodistruggersi... perché il

jolly non ha un seme e non ha un valore, non ha la forza dei re, né la grazia delle

donne o la presenza del fante; non ha un posto definito nel solitario della vita come i Due, i Tre, i

Nove, fa parte del mazzo ma ne è estraneo, tanto da poterlo togliere senza che nessuno sembri

sentirne la mancanza. E proprio per questo non subisce il gioco del mazziere, perché il jolly riesce a

e contemporaneamente ad esserne suo spettatore... è l’unico

costruire la sua rappresentazione che fa

un passo indietro, e dallo schermo riesce a saltare in sala (a dispetto del regista!), trovando la strada

per i posti a sedere… il jolly si aggira senza pace tra gli “elfi”, come una spia nella fiaba. Arriva a

certe conclusioni, ma non ha nessuno a cui riferirle... ogni istante si guarda allo specchio e stenta a

riconoscersi: ha una sfumatura diversa il suo sguardo oggi... e in ogni istante gli sembra così

inverosimile il fatto di poter esistere davvero, che non riesce ad abituarsi all’idea!

esistenza degli altri, sempre più sbiaditi e meno presenti a se stessi, lui è l’unico a

E nell’inautentica

notare il generale vuoto di coscienza di sé. Lui sa di appartenere ad un enigma che non si riesce a

decifrare... e proprio per le sue strane certezze e per la sua ferma instabilità si sente considerato

Matto dagli “elfi”... sono pochi quelli come lui, con il suo stesso tintinnante cappello colorato... ma

poco importa! Lui continuerà a cercare risposte alle spiazzanti domande che pone a se stesso, pronto

a fermarsi guardandosi indietro, mostrando orgoglioso i suoi pensieri e sperando che, come i suoi

campanelli tintinnanti, essi sveglino tutti dal torpore del solitario, rendendoli parte attiva del tutto...

nella voglia di non rimanere “esseri gettati su un’isola”, ma di diventare piuttosto

per caso

“esserci”, con piena consapevolezza di sé, per avere cura degli altri e prendersi cura del mondo!

Essere e tempo

è proprio questo l’intento di Heidegger: quello di costruire un’ontologia

In Essere e Tempo (studio

dell’essere in che partendo da una vaghissima comprensione dell’essere giunga a una

quanto tale)

determinazione piena e completa del suo senso.

Basata sulla domanda “Che cosa è l’essere?”, l’ontologia prevede un ente da interrogare alla ricerca

di risposte. Ed è sull’uomo, col suo primato ontologico sugli altri enti, che deve cadere la scelta

dell’interrogato. Colui che è in grado di porsi questo interrogativo, Heidegger lo chiama Esserci,

prima l’ho chiamato jolly. L’Esserci, l’essere (poiché

non solo può comprendere in grado di

“rapportarsi” sia al proprio essere, che all’essere in generale), ma può anche essere (poiché è ciò che

“scegliersi”, conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi

lui stesso progetta di essere); può

solo “apparentemente” (scelta ontica).

affatto o conquistarsi Può scegliere se essere il jolly,

l’inaspettato, oppure una carta qualunque, con un ruolo e una maschera dei quali è completamente

inconsapevole o, peggio ancora, che ha dimenticato dopo essersi perso nel gioco e nelle abitudini,

non esistendo più (ex-sistere: stare al di fuori, al di là) ma lasciandosi vivere.

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tuttavia, appare fortemente influenzata dalla condizione ontologica dell’uomo in

Questa scelta,

genere, poiché l’uomo, studiato nella sua quotidianità, non è mai completamente isolato: è sempre

un essere-nel-mondo e un essere fra gli altri.

è nel mondo in modo tale da progettare il mondo stesso secondo un piano globale di

L’uomo

utilizzabilità, volto a subordinare le cose ai suoi bisogni e ai suoi scopi (prendersi cura delle cose) e

contemporaneamente deve aver cura degli altri uomini, atteggiamento che può significare sottrarre

agli altri le loro cure (esistenza inautentica), oppure aiutarli ad essere liberi di assumersi le loro cure

(esistenza autentica), magari facendoli risvegliare dal torpore che li avvolge.

L’esistenza anonima, basata sul “si dice”, sulla chiacchiera, sulla curiosità e sull’equivoco, non è

sottoposta a condanna, e alla base della sua scelta c’è la cioè la caduta dell’essere

deiezione,

dell’uomo al livello delle cose del mondo, l’uomo diventa fatto, si sente abbandonato ad essere ciò

E chi rimane disperso nel mondo, nello stato dell’essere gettato, cioè in balia della sorte, dei

che è.

desideri e dei pregiudizi, non si appartiene!

Ciò che richiama l’uomo alla sua esistenza autentica (il tintinnio dei sonagli) è la voce della

coscienza, il richiamo dell’esistenza a se stessa. Così l’uomo si rende conto che il suo essere è

di trascendere, di progettarsi in avanti, viene gettato all’indietro

temporalità, perché nel tentativo a

che lo inchioda al passato, mentre, nell’esistenza inautentica, è soggetto

causa del suo essere di fatto

alla deiezione che non gli permette di vivere autenticamente il presente.

Il tempo, in questa visione, è, quindi, una realtà utilizzabile e da utilizzare: il buon uso delle cose è

ciò che fa di un uomo un saggio, dotato di virtù, che si possiede pienamente.

Il tempo e Seneca

Così lo definisce Seneca nel De Brevitate Vitae, opera dialogica scritta probabilmente nel 49, di

ritorno dall’esilio. l’uomo,

Spesso invece immerso e conficcato (infixos) nei desideri, fatica a

rivolgersi a se stesso; e così, si lamenta della brevità della vita. A questa richiesta di tempo, Seneca-

è proprio l’uomo

rivolgendosi al destinatario Paolino- risponde affermando che, in realtà, che si

un po’ come le figure sbiadite del solitario

lamenta che non sa usare il tempo concessogli, che, non

possedendo se stesse, farneticanti, perdono di vista la Verità; in realtà vita, si uti scias, longa est,

lunga. Bisogna saper vivere…

cioè: la vita, se sai farne buon uso, è

Chi è occupato non intende l’iter della vita, questa navigazione anche difficile, e così perde il

passato, tutto proteso al futuro e indotto dalla cupidigia alla lotta vorticosa del presente, di cui sente

talora noia: in tal modo, pauroso del suo passato, per i vizi di cui si è macchiato, perde uno dei suoi

possessi più certi. Il presente è sempre in corsa e finisce ancora prima di essere giunto. Dunque agli

occupati, che sono rivolti all’instabile presente, il tempo sfugge di continuo. Al contrario, il saggio

che ama la stabilità tende a sottrarsi al moto del presente e niente dissipa.

Gli occupati sono inquieti. E perché tanto timore anche nelle gioie? “perché esse non si fondano su

vanità da cui hanno origine”. Difatti, tutto ciò che

solide realtà ma sono turbate dalla medesima

hanno viene da fuori, dalla fortuna che è instabile (mentre stabile è solo la ragione e l’otium che le

si dedica). Ecco dunque l’invito di Seneca a Paolino (ancora una volta!): ritirarsi dalla falsa vita,

preda di desideri e di falsi valori.

Quando infatti l’uomo scopre autenticamente il mondo, se dischiude a se stesso il suo essere vero,

rimuove con ciò stesso i velamenti e gli oscuramenti di prima e chiarifica le contraffazioni con cui

si rendeva prigioniero. Pertanto, liberatosi dal suo numero e dal suo seme, inizia a progettarsi in

diventa ‘scelta di sé’ e ‘voler aver

base alle sue possibilità, grazie alla riflessione filosofica,

e dunque è decisione.

coscienza’

In ciò ha grande spazio il precorrimento o anticipazione della morte. La meditatio mortis libera

dalla paura della morte, insegna a morire (e a vivere), dona piena sicurezza di fronte a un fatto che è

In Heidegger “la morte è la possibilità più propria dell’esserci”, per cui

effetto di una legge naturale.

il singolo si fa consapevole della possibilità ineluttabile della fine, non prevedibile né voluta (come

neppure il nascere), del suo tempo. La morte è, in realtà, l’unico momento in cui il singolo uomo è

veramente isolato dal resto.

La voglia di morte, invece, è frutto della dispersione dell’io nelle cose… Seneca, infatti, consiglia di

imparare a “trar partito dalle cose per non esserne vinto”. Chi teme la morte non farà mai nulla da

uomo vivo; chi invece sa ciò che gli è stato fissato in sorte fin dal concepimento è preparato alla

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che conduce all’amor fati,

sorte destinatagli: ecco la strada maestra rassegnazione ferma e non

contrapposti all’errare degli uomini che si

passiva, fermo pensare e agire di chi ha mete precise,

affaticano inutilmente… Di fronte allo spettacolo talora odioso dell’umanità, Seneca perviene a

“bisogna mescolare queste condizioni e

elogiare la semplicità e la schiettezza; infine scrive:

alternarle, la solitudine e la frequentazione degli altri. La prima ci farà desiderare la compagnia

degli uomini, la seconda la compagnia di noi stessi; e l’una sarà rimedio all’altra: la solitudine

guarirà l’odio della folla e la folla il tedio della solitudine. Né la mente deve essere tenuta

talora divertirla col gioco...”.

costantemente nel medesimo stato di tensione, ma bisogna

Il saggio e il jolly

L’importante, direbbe Heidegger, è che l’esserci non si abbandoni alla deiezione, disperdendosi

non a “casa propria”, l’esserci

nelle cose. Emotivamente spaesato, (il saggio) è a disagio con sé e

col mondo, come il jolly che pur essendo parte del mazzo, ne è fondamentalmente estraneo. Il

saggio avverte il suo isolamento, ma con ciò anche la possibilità di scegliersi e di conquistarsi,

grazie alla nausea del nulla, per cui, pur calato nella temporalità, riesce a porsi sopra le cose,

stoicamente, sopra la fortuna!

Certamente appare impossibile conquistare risposte in un mondo sovraffollato e rumoroso….

E per quella voglia di capire, spesso, il jolly, in quella voglia di solitudine, si rintana nel suo

mondo, rendendo “arte e poesia” quei dialoghi da solitario con la sua unica

cantuccio a guardare il

compagnia, pronto a dedicarli a quella folla dalla quale è fuggito alla ricerca di sé.

Gauguin e la ricerca dell’autenticità

l’evasione

Proprio dalla società moderna è il tema centrale della poetica artistica di Gauguin.

Desideroso di ritrovare la condizione quasi mitologica dell’autenticità, egli fugge dal mondo

complicato, alla ricerca di semplicità, alla ricerca di Natura.

dare senso alla sua ricerca e all’immaginazione artistica deve estraniarsi dalla

Se Gauguin per non c’è più spazio né tempo per l’immaginazione: la “non-civiltà”

società moderna, è perché in essa ma quella dell’uomo che, in nome della

non è quella dei popoli primitivi, modernità, si allontana da

se stesso.

Con la voglia di tracciare nuovi percorsi artistici originali, benché provi ammirazione per Cézanne e

amicizia per Van Gogh, dà voce al suo entusiasmo per la natura, con un atteggiamento né esotico né

qualcosa d’altro o di diverso, ma l’indagine della realtà

romantico: non cerca profonda del proprio

essere; Gauguin esplora il mondo per scoprire le origini e i motivi remoti delle proprie sensazioni,

“sintetismo”, uno stile che il critico contemporaneo

per poi rappresentarlo con il Albert Aurier

definirà tipico di un’arte “idealista, simbolista, sintetica, soggettiva e decorativa”.

Nei dipinti di Gauguin non c’è rilievo né profondità, le opere non risultano “piatte”: la loro

eppure

profondità non è di spazio, ma di tempo, un tempo remoto e profondo sul quale le immagini si

adagiano e dilatano.

Dato che per Gauguin le immagini occupano uno spazio e un tempo interiore, egli non le tratta con

effetti di luce, come gli Impressionisti, ma fa in modo che la luce stessa sia emanata dai corpi delle

figure. Trasforma la struttura Impressionista del quadro in una struttura di comunicazione

E in questa chiave di lettura dell’opera d’arte, riesce a rispondere, in modo originale,

espressionista.

alle domande del jolly:

Da dove veniamo? Cosa siamo? Dove andiamo?

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Da dove veniamo? Cosa siamo? Dove andiamo?

Gauguin, stanco, deluso, avvilito, probabilmente nel timore di essere ormai un deserto i cui

giacimenti erano tutti esauriti, volle dipingere questo quadro, come una sorta di testamento

dell’esserci e del

spirituale prima del suicidio, in forza della una totale presa di coscienza suo

primato ontologico. Pensava che questa sua enorme rappresentazione simbolica contenesse tutti gli

elementi chiave per spiegare una vita, pensava di aver ormai terminato le sue scoperte.

Poi, però, il suicidio non riuscì, dimostrando che non era così e che la vita gli riservava ancora delle

scelte. In forza di questa scoperta, Gauguin scrisse varie lettere parlando della tela che sarebbe stata

“un affresco su una parete d’oro, con gli angoli

eseguita in un mese di lavoro, descrivendola come

rovinati” angoli superiori sono gialli e contengono l’uno il titolo, l’altro la firma). È dunque un

(gli

poema figurato, da non intendersi tuttavia né come una narrazione di fatti, né come un’allegoria

ogni elemento dell’iconografia ha significato simbolico e rimanda a qualche aspetto del

evidente;

percorso della vita umana. Questo vuol dire che tutto ciò che vediamo lì rappresentato, parole e

cose, non ha un unico significato, ma cambia e si approfondisce per mezzo della nostra capacità di

conoscere i segreti collegamenti tra tutte le cose e le parole.

A destra, in basso, un bambino addormentato (simbolo della nascita) e tre donne sedute. Due figure

vestite di porpora si confidano i propri pensieri. Una grande figura accovacciata, che elude

volutamente le leggi della prospettiva, leva il braccio e guarda attonita le due donne che osano

pensare al loro destino. Il centro della tela è dedicato al mondo degli adulti con le loro gioie, i loro

dolori e, spesso, la loro disillusione. Spicca una figura più grande e luminosa di una fanciulla che

coglie frutti (simbolo della Vita). Vari animali popolano la tela, nostri compagni di viaggio. Un

l’aldilà, una

idolo, con le braccia alzate misteriosamente e aritmicamente, sembra additare fanciulla

seduta pare ascoltare l’idolo. Infine una vecchia rassegnata, prossima alla morte (e sua allegoria),

placata e presa dai suoi pensieri, (quasi come il saggio stoico raccontato da Seneca) completa la

storia, mentre uno strano uccello bianco, che tiene una lucertola con gli artigli, rappresenta la vanità

delle parole.

Si svolge tutto sullo sfondo di un corso d’acqua, in un bosco, simbolo dello scorrere del tempo

nell’imperturbabilità della Natura. un’isola vicina.

Più lontano il mare e le montagne di Così, come

la storia si esprime attraverso le diverse età della vita e la rappresentazione di statue o elementi della

mitologia religiosa, il paesaggio è quello strato ondulato di caldi colori terrestri che allontanandosi

verso l’orizzonte tendono finalmente al blu, su cui le figure nude risaltano in un audace arancione.

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Sintesi

Un viaggio nel Solitario della Vita

per imparare a vivere da jolly l'immensità di ogni singolo istante... senza lasciarsi vivere dalla quotidianità, dimentichi di se stessi...

Materie trattate:

  • Filosofia
  • Letteratura latina
  • Storia dell'arte
  • Letteratura italiana
  • Geografia astronomica
  • Fisica
  • Storia
  • Inglese
  • Matematica
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