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La società del benessere e dei consumi
Negli anni ’50 e ’60, proprio mentre Fabrizio De André si formava, il mondo industrializzato fu caratterizzato dalla cosiddetta società del benessere. Questa prosperità permeava prima di tutto il campo sociale, nel quale si assistette a due principali trasformazioni.
La prima consistette nel crollo della quota di popolazione attiva impiegata nel settore agricolo, non solo nell’Occidente, ma anche nei paesi del Terzo mondo, anche se in misura minore.
Nell’Occidente, tuttavia, il fenomeno è stato il risultato di un processo di accelerata meccanizzazione delle lavorazioni agricole, con l’impiego delle tecnologie che hanno permesso di richiedere un numero sempre minore di lavoratori; mentre nei paesi del Terzo mondo, l’espulsione di forza-lavoro dalle campagne si è accompagnata al permanere di una forte arretratezza nell’agricoltura e nell’economia, creando dei gravi scompensi sociali.
La seconda trasformazione consiste nella crescita dell’occupazione nel settore terziario, indicatore del grado di sviluppo di un’economia e di una società e dovuta principalmente a due fattori: la crescente complessità e specializzazione del sistema produttivo e l’aumento dei bisogni sociali, cioè la richiesta della cittadinanza di consumi e servizi erogati dallo stato e dai privati.
Queste trasformazioni produttive hanno determinato un’ulteriore crescita dei ceti medi e la diffusione del cosiddetto operaio-massa, in seguito all’introduzione delle lavorazioni della produzione in serie. Questa figura operaia era caratterizzata dal basso livello di qualificazione e di professionalità e in molti paesi questo incarico fu affidato a manodopera immigrata o alle fasce più marginali della popolazione.
L’organizzazione economica e sociale dei paesi industrializzati nel dopoguerra è definita società dei consumi, in cui il termine consumo ha un significato sia economico sia sociologico sia culturale. Dal punto di vista economico, esso costituisce l’acquisto e la fruizione di un bene e di un servizio da parte di un privato e, in questo tipo di società, la funzione economica si dilata al punto che tutta la popolazione entra a far parte della categoria dei consumatori.
Parallelamente si attuò un processo di concentrazione industriale che diede vita a molte e potenti multinazionali, ovvero aziende che possedevano filiali commerciali ed industriali anche in altri Paesi.
In questa situazione, diviene importante, oltre al momento della produzione, il momento della commercializzazione, della distribuzione e della comunicazione intorno ai prodotti, legata allo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa.
La società dei consumi non deriva solo dalla maggiore disponibilità economica ma anche dal mutamento della mentalità sociale, la quale ha reso molto incerta la distinzione tra beni necessari, o primari, e beni secondari. È stato rilevato dalla sociologia che non sempre un bene serve a soddisfare un bisogno materiale, ma spesso ha il significato di status symbol, cioè è segno di una condizione sociale.
Alcuni intellettuali, di fronte a questa situazione, si posero a favore di questa civiltà dei consumi, perché parallelamente queste trasformazioni favorirono le scienze umane e la stessa economia. Altri rifiutarono in blocco questa nuova società, accusandola di praticare una forma subdola di dominio, che sopiva i conflitti sociali con un benessere illusorio o ottenuto a scapito dei popoli del Terzo Mondo.
La scolarizzazione di massa e i giovani
Tra i consumi che in questi anni hanno conosciuto una grande diffusione possiamo certamente individuare l’istruzione. Si è assistito ad una grande espansione della scolarizzazione superiore e universitaria, che ha dato luogo alla scolarizzazione di massa, dovuta principalmente all’innalzamento dei redditi medi e alla richiesta di lavoratori scolarizzati e professionalmente flessibili.
Una delle conseguenze più rilevanti della scolarizzazione di massa è stata l’emergere di un nuovo soggetto sociale: i giovani. Essi sono individui portatori di bisogni, ideali e progetti destinati ad entrare in conflitto con l’ordine politico e il sistema di valori dominanti,
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come dimostra l’esplosione del movimento di protesta comunemente chiamato “il Sessantotto”.
Il Sessantotto e la contestazione giovanile
Vi fu infatti un’aperta contestazione che partì, nel 1966-67, dai giovani appartenenti ai Paesi industrializzati dell’Occidente, al Giappone, alla Cecoslovacchia, alla Polonia, al Messico e alla Jugoslavia nati subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Si trattava infatti di un movimento internazionale ed essenzialmente giovanile, nato nelle università per poi diffondersi ad altri settori sociali ed alla classe operaia.
La diffusione di quest’agitazione fu favorita dai viaggi, dalla circolazione autonoma delle notizie e delle idee, dai mezzi di comunicazione. Ciò che accomunava gli studenti di queste zone così lontane e differenti tra loro era la protesta contro la guerra del Vietnam che simbolizzava la rivolta contro un mondo caratterizzato dal costante contrasto tra miseria e ricchezza.
I bersagli furono il mondo dei padri, l’autoritarismo, l’imperialismo (ideologico) americano, la cultura tradizionale ed i media. Uno dei principali obiettivi di questi giovani fu quello di costruire un’umanità che possa restituire un senso a parole ormai svuotate come libertà, uguaglianza, solidarietà.
In particolare, la contestazione nacque negli Stati Uniti, dove i giovani cominciavano a rendersi conto di quanta povertà ci fosse nel loro stesso paese (circa il 40% della popolazione totale), anche di fronte all’innegabile stato di degrado e emarginazione che si poteva osservare in alcuni quartieri delle grandi metropoli, gli slums.
Nel Sessantotto statunitense troviamo la figura degli hippies, i “figli dei fiori”, che predicavano il rifiuto della civiltà dei consumi, la non violenza, la vita comunitaria, la religiosità orientale, il consumo di droghe leggere e l’ascolto di nuova musica.
La protesta studentesca negli Stati Uniti ebbe come centri propulsori le università e contestava la guerra del Vietnam e la segregazione razziale; le persone di colore espressero la loro rabbia nei confronti del razzismo con atti di violenza, ispirati dall’ideologia del “Black Power”.
Il Maggio Francese
Uno degli episodi più cruenti di tutta la contestazione si ebbe però nel maggio 1968 in Francia, detto “Maggio Francese”, quando il Quartiere Latino di Parigi fu il campo di battaglia di una guerriglia urbana che vedeva contrapposti studenti e poliziotti e che fu duramente repressa al punto da spingere altri strati sociali ad affiancare i giovani, tra i quali intellettuali, tecnici, lavoratori statali, operai di grandi fabbriche.
Dopo settimane di occupazioni di fabbriche e scontri di strada, la minaccia del Presidente De Gaulle di un ritorno all’ordine a qualsiasi prezzo si intreccia con una fase di stanchezza e divisione del movimento, che precipita quando i sindacati ottengono dei notevoli aumenti di salari e smettono così di scioperare.
Una volte frantumate le basi del Maggio Francese, un’azione riformista nelle università mise fine al movimento.
La contestazione in Italia
In Italia la contestazione giovanile si caratterizzava, oltre che per i temi e gli obiettivi già portati avanti dagli altri movimenti studenteschi, per un deciso rifiuto, basato sull’ideologia di matrice marxista e rivoluzionaria, nei confronti della mentalità borghese e del capitalismo.
Proprio per questo rifarsi a Marx, si faceva di tutto per spronare la classe operaia ad agire, nella convinzione che fosse il proletariato a dover esercitare il ruolo di classe egemone.
Gli operai risposero bene a questa ideologia, sorretti anche da alcuni fra i nuovi gruppi politici, tanto che combatterono una serie di lotte nel periodo definito “autunno caldo”, che servirono a riavvicinare momentaneamente Cgil, Cisl e Uil, le quali riuscirono a sedare i disordini e ad ottenere dei migliori riconoscimenti per la classe operaia.
Importante è lo “Statuto dei lavoratori”, una serie di norme che tutelavano le libertà sindacali e i diritti degli operai all’interno delle industrie.
Fabrizio De André e la contestazione
Il noto cantautore italiano Fabrizio De André in questi anni ha vissuto a contatto con i gruppi di estrema sinistra, condividendo non la violenza, quanto più l’obiettivo di questa rivolta, ovverosia quello di contrastare un certo modo di gestire la società che non teneva minimamente conto della società stessa e, quindi, quello di diminuire la distanza tra potere e società.
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Egli, nel 1973, incide l’album Storia di un impiegato, in cui racconta la storia di un impiegato il quale, dopo cinque anni, ascolta una delle canzoni del maggio francese, che ricorda gli avvenimenti accaduti durante la rivolta degli studenti e si rivolge, allo stesso tempo, a chi a quella lotta non ha partecipato ricordando che chiunque, anche chi per paura in quei giorni si è chiuso in casa, è coinvolto in ciò che è avvenuto.
L’impiegato paragona così la sua vita fatta di buonsenso, individualismo e paure a quella degli studenti che si sono ribellati al sistema che li opprimeva; egli vuole unirsi idealmente ad essi, seppure con qualche anno di ritardo, scegliendo però un approccio individualista e violento per liberarsi da tutti i problemi che lo incatenano al posto di lavoro.
L’album rappresenta il percorso dell’impiegato e la sua evoluzione: egli, pur volendo ribellarsi, non è in grado di liberarsi dall’individualismo, dalla lotta che mira solo a scopi personali e dai codici di comportamenti che distinguono chi si divide il potere.
Solo nel momento in cui viene arrestato, grazie al carcere che rappresenta una situazione di collettività, riesce a imparare un nuovo modo di agire, di pensare e di gestire la propria persona, tenendo conto della
Storia
L'Italia del Boom e il '68
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Umberto Saba (Città vecchia)
Psicologia
L'emarginazione
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Seneca (Epistulae Ad Lucilium)
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Edgar Lee Masters (Spoon River Anthology)