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Marta d’Ingillo

Esiste tempo?

il

Saggio

Esiste il tempo?

Per rispondere a questa domanda bisognerebbe sapere cos’è il tempo.

Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne

spiegazione a chi me ne chiede, non lo so: così, in buona fede, posso dire di sapere che se

nulla passasse, non vi sarebbe il tempo passato, e se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe

il tempo futuro, e se nulla fosse, non vi sarebbe il tempo presente.[…] Ciò che ormai appare

chiaro ed evidente è che né il futuro né il passato sono, e che non si può dire con proprietà:

i tempi sono tre, passato, presente e futuro; ma v’è da ritenere che con proprietà si

dovrebbe dire: i tre tempi sono il presente del passato, il presente del presente, il presente

del futuro. Sono questi tre determinati momenti che io vedo nell’anima nostra, e altrove non

li vedo: presente delle cose passate è la memoria, presente delle cose presenti è quanto noi

vediamo, presente delle cose future è quanto attendiamo. […] Il tempo non mi pare dunque

altro che una estensione, e sarebbe strano che non fosse estensione dell’animo stesso1.

Così, nel IV secolo, Agostino concepiva il tempo: come una creazione di Dio che viene

interpretata dalla coscienza e divisa tra passato, presente e futuro.

La riflessione sullo scorrere del tempo ha attraversato tutte le culture e ha portato alla

nascita di posizioni e idee contrastanti.

All’esistenza di un tempo ciclico destinato a ripetersi per l’eternità, della quale erano

fautori i maggiori filosofi dell’antica Grecia e che sarà ripresa nell’Ottocento da

Nietzsche con la sua teoria dell’eterno ritorno, si oppone un tempo lineare.

Quest’ultima concezione si diffuse con l’avvento del cristianesimo, ciò che viene

teorizzato è un universo inserito in un intervallo temporale ben preciso, che inizia con la

creazione e avrà termine con il giorno del Giudizio.

Ciò che i fisici apprezzarono fu l’idea di un tempo assoluto che poteva essere scandito

in intervalli misurabili, nel quale non c’è distinzione tra passato e futuro; e tuttavia,

questa univocità nella concezione del tempo comincerà a venire meno nel Novecento,

quando più moderne teorie filosofiche e scientifiche introdurranno un tempo soggettivo,

non uguale per tutti, bensì in continuo cambiamento a seconda del punto di vista scelto

per giudicarlo o delle percezioni della coscienza.

Di fatto ciò che da sempre agita l’animo degli uomini

è la fuggevolezza della vita e la necessità di

impiegare al meglio ogni suo istante.

Così Orazio nelle sue Odi scriveva

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi

finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios

temptaris numeros.[…] Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero2

e formulava un invito a non sprecare il tempo, già

breve di per sé, per indagare un futuro che non ci è Quinto Orazio Flacco

dato conoscere, e ad occuparlo piuttosto vivendo nel presente e dedicandoci agli affari

quotidiani.

Sulla stessa onda di pensiero si trovava Seneca che svilupperà questa tematica

principalmente in due scritti: il dialogo De brevitate vitae e le Epistulae morales ad

Lucilium.

Le due opere appartengono a momenti differenti della vita dell’autore, infatti il primo

venne composto al ritorno dall’esilio, mentre l’epistolario appartiene al periodo dopo

l’abbandono della vita pubblica, tuttavia le ideologie espresse sono accomunate da

alcune costanti.

Nel decimo dei suoi dialogi il filosofo raccoglie una serie di riflessioni, incentrate sul

modo migliore di impiegare la vita, che sono dedicate al suocero, il prefetto

dell’annona Pompeo Paolino.

L’idea centrale dell’opera è che non è la vita ad essere breve, è l’uomo che la spreca

dedicandosi ad occupazioni superflue, da qui nasce l’invito a preferire l’otium al

negotium.

Gli occupati cercano di pianificare la loro esistenza riservando all’esercizio della

saggezza solo l’ultima parte, e tuttavia non si rendono conto che la morte può coglierli

in ogni momento, e solo allora si accorgeranno di non aver vissuto veramente tutti gli

anni che hanno dedicato alle varie attività sociali e politiche.

Il tempo è scandito in tre momenti

distinti il presente, il futuro e il

passato; l’unico che ci appartiene

veramente è il primo, il secondo

possiamo influenzarlo con le nostre

scelte di oggi, mentre il passato è al di

fuori della nostra portata e non può

essere cambiato.

Il sapiente è colui che non teme lo

scorrere del tempo e vive il presente

ricordando il passato e cercando di

anticipare il futuro, egli dedica la sua

vita alla cura di se stesso e della sua

anima e allo studio delle grandi

questioni.

Alle Epistulae invece, Seneca affida

un esame delle proprie esperienze di

vita, le lettere indirizzate all’amico

hanno uno scopo pedagogico, ed è per

questo che ognuna si conclude con una

sententia tratta da Epicuro.

Lo scopo è delineare le norme a cui un

saggio dovrebbe attenersi, vale a

dire astenersi dalle pratiche

mondane e, piuttosto, raccogliersi in se stesso e meditare alla ricerca del bene.

Lucio Anneo Seneca

Nell’epistolario si nota un punto di vista più sereno, dovuto al fatto che, sebbene nella

maggior parte dei casi venga dissipato, il tempo è comunque in nostro possesso, ed è

sufficiente saperlo utilizzare.

A tal proposito è significativa l’Epistula 1 della quale ho riportato di seguito alcuni

passi:

Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut

subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo:

quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt.

Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris adtendere,

magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud

agentibus. […] In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam

praeterît; quidquid aetatis retro est mors tenet. […] Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus

tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos

misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et

vilissima sunt, certe reparabilia, inputari sibi cum inpetravere patiantur, nemo se

iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus

quidem potest reddere. […] Nam ut visum est maioribus nostris, «Sera parsimonia in

fundo est»; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet3.

Riflessioni di questo genere non appartengono solo al mondo antico, ma attraversano

tutte le epoche, dal Rinascimento quando nella sua Canzona di Bacco Lorenzo de’

Medici suggerisce di godere e gioire del tempo presente perché di doman non c’è

certezza4, all’età romantica con lo scrittore spagnolo Gustavo Adolfo Bécquer.

El poeta en su mayor producción poética, las Rimas, se centra en los temas de la

creación poética, del amor y de la muerte.

Una síntesis eficaz de su concepción de la vida se obtiene por la Rima LXIX:

Al brillar un relámpago nacemos

y aún dura su fulgor cuando morimos:

¡tan corto es el vivir!

La Gloria y el Amor tras que corremos

sombras de un sueño son que perseguimos:

¡despertar es morir!

En este poema, está patente la referencia a la obra La vida es sueño del autor barroco Calderón de la Barca, cuando, nuevamente Gustavo Adolfo Bécquer

en su prisión, Segismundo piensa en la vida y en su suerte.

El tema principal del drama es por supuesto la imposibilidad de distinguir entre sueño y

realidad, que está bien representado en los versos:

¿Qué es la vida? Un frenesí.

¿Qué es la vida? Una ilusión,

una sombra, una ficción,

y el mayor bien es pequeño:

que toda la vida es sueño,

y los sueños, sueños son6.

Este concepto ya había sido expresado en la filosofía

griega por el filósofo Platón en su mito de la cueva.

Otro aspecto de este drama es la vanidad de la vida en

consecuencia al hecho que todo lo que vivimos es una

ilusión.

Por lo que concierne el poema de Bécquer, en esta Pedro Calderón de la Barca, La vida es sueño

Rima el tema principal es la brevedad de la vita, cuyo

carácter ilusorio desaparece sólo en el momento de la morte.

Nuestra vida transcurre mientras seguimos deseos vanos, como la gloria y l’amore, che

no son más che sombras inmersas en un sueño.

Esta idea fue ampliada y analizada por Jorge Luis Borges en el ensayo Nueva refutación

del tiempo recogido en el libro Otras inquisiciones.

Borges sabe que el tiempo rige la vida cotidiana y que su demolición no es tarea fácil.

A lo largo de su obra, reelabora su argumentación de que el tiempo no existe de diversas

maneras.

El primer argumento gira en torno al célebre sueño de Chuang Tzu, filósofo chino del

IV siglo a.C.

Chuang Tzu soñó que era una mariposa, y

al despertar no sabía si era Chuang Tzu

que había soñado que era una mariposa o

si era una mariposa que estaba soñando

que era Chuang Tzu.

La fijación del sueño de Chuang Tzu en

cualquiera período histórico, dirá Borges,

resulta arbitraria porque no aparecen

referencias a ella en las percepciones del

sueño.

Nuestra vida diurna, como la de los

sueños, consta de percepciones, lo que es

válido para la última lo es también para la

primera.

Por lo tanto, las cronologías, el tiempo, no

son más que una construcción del hombre,

en última instancia una ficción, y lo único

real sería el instante.

El segundo argumento remite a su

experiencia personal.

Jorge Luis Borges

Borges retoma la anécdota de cuando habiéndose puesto a caminar por la noche se

detuvo de repente en una calle en donde tuvo la impresión de experimentar la misma

sensación que pudiera haber vivido treinta años atrás.

La anécdota motiva la siguiente reflexión: la repetición de la experiencia implica la

repetición del tiempo, y esto terminaría por desbaratar la serie causal de los instantes,

porque los episodios concomitantes a cada una de tales repeticiones (la de esa calle hoy

por ejemplo) aparecerían próximos a la otra (la de esa calle treinta años atrás), no

habiendo así cronología alguna en condiciones de ordenar lo acontecido.

En el final del ensayo aparece un poema:

El tiempo es la sustancia de que estoy hecho.

El tiempo es un río que me arrebata, pero yo soy el río;

es un tigre que me destroza, pero yo soy el tigre;

es un fuego que me consume, pero yo soy el fuego.

El ‘mundo, desgraciadamente, es real;

yo, desgraciadamente, soy Borges7.

Para remarcar el carácter ficticio del tiempo Borges

afirma ser él mismo el tiempo, y que cada de los

elementos a que lo ha comparado coincide a su vez

con él, procede, es decir, de su fantasía.

La concepción del tempo tuvo una evolución también

en el campo scientifico.

Il padre della scienza moderna fu Galileo Galilei che,

vissuto tra il XVI e il XVII secolo, fece importanti

studi nel campo della dinamica e dell’astronomia.

1 S. Agostino, Confessiones XI, 14, 17, 20, 26, 33

2 Quinto Orazio Flacco, Odi 1,11 2

3 Lucio Anneo Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 1,1

4 Lorenzo de’ Medici, Canzona di Bacco

5 Gustavo Adolfo Bécquer, Rimas, LXIX, 1859-1870

6 Calderón de la Barca, La vida es sueño, acto II, vv. 1197-1202

7 Jorge Luis Borges, Nueva refutación del tiempo

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Sintesi

Latino

Orazio (Odi 1,11), Seneca (Epistulae morales ad Lucilium; De brevitate vitae)

Spagnolo

Bécquer (Rimas; La vida es sueño), Calderón de la Barca (La vida es sueño), Borges (Otras inquisiciones; Nueva refutación del tiempo)

Fisica

La relatività galileiana; le trasformazioni galileiane; la relatività di Einstein

Filosofia

Bergson (Saggio sui dati immediati della coscienza; Materia e memoria)

Italiano

Ungaretti (Sentimento del tempo; Inni)

Arte

Dalí (La persistenza della memoria)

Scienze

Hawking (La teoria sui buchi neri)

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