Estratto del documento

Istituto I.I.S.S. “M. Picone”

di Lercara Friddi (PA)

Anno scolastico 2007/08

Tesina esami di stato

“Manipolazione delle masse:

controllo ed educazione al consenso”

Giusi Francaviglia

di

1

Introduzione

La comunicazione è considerata come quell’atto mediante il quale si ottiene una trasmissione di informazioni da un emittente (colui che invia il messaggio) ad un ricevente (colui che riceve il messaggio).

A mio parere, su un principio base poggia il concetto stesso di “comunicazione”: quello secondo il quale “non si può non comunicare”.

Nel regno animale, infatti, non c’è componente di qualsiasi specie che, in qualche modo, non cerchi di mettersi in contatto con i suoi simili; che questo contatto lo realizzi con emissioni vocali o atteggiamenti poco importa: in ogni caso, questo vuol dire voler “comunicare”.

Soprattutto per l’essere umano, comunicare, oltre che costituire un’attitudine innata per relazionarsi con i suoi simili, come per il resto del mondo animale, ha da sempre rappresentato la risposta istintiva al suo bisogno naturale di affermazione sulla natura e sulle altre specie, nonché alla sua ricerca della sopravvivenza e conservazione della specie.

L’uomo, cioè, accortosi che per sopravvivere e difendersi dalla natura ostile, sfruttando la sua superiore intelligenza rispetto alle altre specie, capì che meglio poteva spadroneggiare in quella natura selvaggia se si fosse “coalizzato” con gli altri suoi simili; da qui l’intuizione di organizzarsi in gruppo al quale egli ha saputo dare una struttura “sociale” dove la “comunicazione” tra i membri si rivelò di vitale importanza per l’evoluzione della specie umana.

Per comunicare, poi, è stato indispensabile imparare un “linguaggio” che non fosse solo quello dei suoni gutturali e dei comportamenti gestuali, ma che prevedesse anche l’uso di emissioni vocali chiare per meglio esternare idee e sentimenti: ecco la nascita della “parola” senza la quale oggi l’umanità sarebbe rimasta sempre al puro stato animale.

Col passare dei millenni e col progredire della “civiltà umana”, i capi ed i potenti di turno cominciarono ad un certo punto a capire che “la parola”, se fosse stata impressa su di un qualche supporto (pietra, tavoletta di vario materiale, carta, oggi materiali informatici), non solo si sarebbe conservata nel tempo, ma sarebbe anche stata “letta” dal popolo, e non solo “ascoltata” e, pertanto, esso popolo, avendola sempre, diciamo così, presente, meglio ne avrebbe rammentato gli ammonimenti ed i precetti.

Comunicando per iscritto il loro volere, i capi meglio poterono indirizzare quella che oggi chiamiamo “volontà popolare” verso l’assoluta obbedienza.

Dunque, anche i potenti del passato – re, imperatori o faraoni che fossero, ancor prima di gerarchi nazi-fascisti e moderni leader politici – utilizzarono gli strumenti in loro possesso per attuare “comunicazione di massa” strategicamente quella che oggi chiamiamo appunto per orientare la volontà popolare con l’arma subdola della persuasione propagandistica.

Se questa non fosse bastata, allora come oggi, il ricorso alla violenza ed alla prepotenza avrebbe risolto tutto.

La comunicazione, dunque, da sempre, per l’uomo ha costituito la principale arma di sviluppo sociale: essa ha permesso lo scambio di messaggi tra gli esseri umani per mezzo della “parola” del corpo” (poesia), dei “movimenti” (danza), dei “suoni” (musica) e delle “immagini” (arte).

Le immagini, in particolare, possono essere considerate un linguaggio universale, quell’elemento che riesce ad essere compreso facilmente da tutti.

La loro universalità, però, è legata soprattutto all’ambito della rappresentazione naturalistica, per cui le immagini propongono una rappresentazione simile a quella che i nostri occhi ci mostrano.

La maggior parte dell’arte occidentale ha sempre utilizzato la rappresentazione naturalistica della realtà, facendo dell’arte uno dei mezzi di comunicazione più popolare e diffuso.

Oltre all’uso delle immagini, prima forma di comunicazione fin dall’era preistorica, i primi mezzi di trasmissione di messaggi rivolti ad un grande numero di individui nascono durante il XIX secolo, anche se il primo tentativo di “massificare” la cultura si ebbe nel tardo umanesimo con l’invenzione della “stampa a caratteri mobili” da parte di Gutenberg.

Questa nuova invenzione aprì le porte verso quel mondo non certo nuovissimo, come ho cercato sopra di chiarire, ma sicuramente scientificamente ora perseguito come esclusivo modello di sviluppo sociale: quello della “comunicazione di massa”, appunto.

Un mondo che prevedeva ora come suo fondamento di sviluppo la capacità, per un messaggio lanciato, di qualsivoglia natura, di poter raggiungere un pubblico molto vasto.

Tale scopo divenne facile da raggiungersi attraverso, ad esempio, la pubblicazione di quotidiani e riviste sulle pagine dei quali, a metà del XVII secolo, cominciarono a comparire i primi annunci pubblicitari.

Con essi inizia a diffondersi, come mezzo primario di comunicazione di massa, il cosiddetto “manifesto”, usato soprattutto per proporre al pubblico le merci che le industrie producevano.

Nel corso del XIX secolo, i vari progressi scientifici e lo sviluppo della tecnologia favorirono la nascita dei primi mezzi elettrici ed elettronici di comunicazione di massa: ricordiamo il “telegrafo” (Samuel Morse, 1837), il “telefono” (Alexander Bell, 1876), l’invenzione del “microfono” (1878), la produzione di “onde radio” (Hertz), il “cinematografo” (Fratelli Lumière, 1895), la “radio” (Marconi, 1895).

È nel 1906 che iniziano le prime trasmissioni radiofoniche (nel 1924 in Italia) e sempre nei primi anni del XX secolo si effettuano le prime proiezioni cinematografiche.

In breve tempo lo sviluppo dei mass media fu tale che si arrivò a considerarli come il “quarto potere”, dopo i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario e, grazie allo sviluppo della tecnologia, l’informazione fu accessibile ad un numero sempre maggiore di persone.

Ben presto si cominciò a parlare di “cultura di massa”, la cui diffusione fu favorita soprattutto dallo sviluppo dell’industria culturale e dell’urbanizzazione.

Il sociologo Marshall McLuhan, nella sua opera intitolata “Gli strumenti del comunicare”, afferma che i mass media riescono a raggiungere un grande numero di persone diventando potenti mezzi di controllo ma anche di mobilitazione politica.

Ed è questo, in effetti, l’uso che si fece dei mass media durante tutto il Novecento e si continua a fare, anche in questo inizio di terzo millennio che stiamo vivendo, con una sempre crescente insistenza.

Il concetto sopra accennato circa l’utilizzo degli strumenti della “comunicazione di massa” da parte di capi, re, imperatori, leader politici, possiamo comprenderlo meglio se analizziamo come, ad esempio in Italia ed in Germania, agli inizi del “900”, due organizzazioni politiche, da semplici movimenti modellati alle ideologie predominanti all’epoca, rispettivamente il “Fascismo” ed il “Nazismo”, poterono trasformarsi in veri e propri regimi totalitari così passivamente osannati dal popolo, a dispetto della violenza, ferocia e crudeltà con cui i capi, Mussolini ed Hitler, esercitarono il loro potere politico.

Questi due regimi totalitari si prestano bene a quello che è lo scopo che mi sono prefissa in questo lavoro di dimostrare come l’utilizzo dei mezzi della “comunicazione di massa” sia stato essenziale per soggiogare la volontà del popolo in quanto ambedue regimi seppero sfruttare le potenzialità della “comunicazione di massa” messa al servizio in maniera scientifica della propaganda politica.

3

Breve storia del fascismo

Nel 1921, sfruttando la crisi economica bancaria, l’incremento della disoccupazione, l’indebolimento del fronte sindacale, Mussolini cercò di sfruttare il momento per raccogliere consensi e creare un nuovo soggetto politico che si facesse interprete delle più immediate esigenze delle masse popolari italiane e, al tempo stesso, di tutte le altre classi sociali.

Nacque così il Partito Fascista, organizzato gerarchicamente, che voleva accattivarsi, oltre che, come detto, le simpatie popolari, quelle monarchiche e papali in primo luogo e perseguire anche l’uso della violenza contro il movimento operaio per indebolirlo.

All’ascesa del Partito contribuì non solo il tacito consenso dei liberali che, quando capirono la gravità della situazione ed istituirono l’Alleanza del lavoro per ripristinare la legalità, era ormai troppo tardi, ma anche la decadenza del Partito Socialista, che si divise in PSU e Partito Comunista d’Italia.

Compreso che lo stato liberale era ormai in crisi, il Fascismo organizzò un’insurrezione il 28 ottobre 1922, marciando su Roma per occuparla militarmente con la forza.

Alla proposta di Facta, l’allora capo del governo, di decretare lo stato d’assedio per poter difendere l’attacco alle istituzioni, il re Vittorio Emanuele III affidò invece l’incarico di formare un nuovo governo a Mussolini il quale arrivò comodamente da Milano in vagone letto.

L’Italia così imboccava la strada che l’avrebbe condotta alla dittatura grazie all’appoggio del re e della borghesia ed anche alla neutralità della Chiesa.

Con l’avvento del nuovo regime si assistì ad una ripresa economica, si dichiararono decadute le leggi del governo Giolitti, si ridusse il debito pubblico; inoltre, venne limitata la libertà di stampa e di espressione (Ministero della Cultura Popolare), si diede più libertà di iniziativa economica che portò ad un boom delle esportazioni, mentre per diminuire le importazioni vennero intraprese due iniziative: la battaglia del grano e la bonifica integrale per aumentare la produzione agricola e diminuire la disoccupazione.

A livello istituzionale si assistette alla nascita della Milizia e del Gran Consiglio del Fascismo.

Nelle elezioni del 1924, che assegnarono la vittoria al listone, ci furono dei brogli che vennero denunciati da G. Matteotti, deputato socialista che venne poi assassinato.

È da segnalare un’indignazione popolare cui seguì la cosiddetta “secessione dell’Aventino” per protesta.

Il regime fascista nacque ufficialmente nel 1926 e portò alla fine del regime liberal-parlamentare: lo Statuto Albertino non venne abrogato ma rimase solo virtualmente in vita; la funzione legislativa del Parlamento fu affidata al Governo: sindaci e presidenti vennero sostituiti dai podestà e dai presidi; tutti i movimenti antifascisti vennero dichiarati illegali; vennero creati Tribunali speciali per la sicurezza dello Stato e sempre più frequente fu il fenomeno del Fuoriuscitismo.

Le leggi sindacali rendevano illegali scioperi e serrate e i sindacati vennero sostituiti da corporazioni che raggruppavano datori di lavoro e operai (i cui contrasti erano risolti dalla Magistratura del Lavoro).

Venne poi emanata la Carta del Lavoro che conteneva i diritti degli industriali.

Per la svalutazione della Lira e l’inflazione venne poi intrapresa una rigida politica economica improntata sul Protezionismo: fu così che la “Quota 90” con la sterlina fu raggiunta e fu un gran successo per Mussolini che voleva affermare la propria autorità anche a livello industriale, mentre la rinuncia alle esportazioni penalizzò il settore agricolo.

Poiché le industrie dipendevano sempre più dagli istituti di credito, la banca mista venne smantellata e sostituita dall’IRI (Istituto ricostruzione industriale), con il quale lo Stato si proponeva come imprenditore e banchiere allo stesso tempo.

Più tardi la politica economica protezionistica (il cosiddetto “dirigismo economico”) fu potenziata e venne chiamata autarchia, che dava comunque sempre più potere agli industriali.

Solo nel 1935 si ebbe il vero programma di rilancio dell’economia nazionale con la decisione di fare la guerra in Etiopia.

Prendendo come pretesto alcuni incidenti avvenuti alla frontiera dei possedimenti italiani in Somalia ed Eritrea, fu dichiarata guerra alla Somalia conquistata un anno dopo (1936) anche grazie all’uso di armi chimiche.

Somalia, Eritrea, Etiopia formarono l’AOI (Africa Orientale Italiana), un’area subito sfruttata per far fronte alla disoccupazione italiana e per allargare il mercato nazionale.

La politica estera del regime fu orientata in senso revisionista, cioè a rivedere l’equilibrio internazionale dopo i trattati di Versailles e intraprendere accordi diplomatici in Europa.

Ma c’erano timori per la crescente potenza tedesca e venne perseguito l’obiettivo, poi raggiunto, di estendere l’influenza sui Balcani.

In seguito alla guerra d’Africa, l’Italia ebbe sanzioni economiche dalla Società delle Nazioni per aver violato gli accordi e peggiorò le sue relazioni diplomatiche con Inghilterra e Francia.

In tal modo si avvicinò alla Germania e firmò con essa l’asse Roma-Berlino (1936), alleanza tra stati fascisti che rompeva l’equilibrio internazionale.

Nel 1929 vennero stipulati i Patti Lateranensi tra lo Stato Italiano e la Chiesa, che posero fine alla Questione Romana (1870 presa di Roma), diedero piena indipendenza territoriale e giuridica alla Santa Sede e posero la religione cattolica come religione di Stato, il cui insegnamento fu reso obbligatorio nelle scuole.

Inoltre venne riconosciuto il matrimonio religioso che aveva anche effetti civili.

Tutto ciò portò al consenso popolare che nelle elezioni plebiscitarie (voto con un sì o un no) condusse il regime Fascista alla vittoria.

Mussolini fu inoltre chiamato “uomo della Provvidenza” dal Pontefice ma, intanto, molti cattolici furono costretti all’esilio.

Lo stato Fascista, parte integrante del regime, cercò in ogni modo di allargare il consenso anche tramite la creazione di organismi giovanili, di organizzazioni dei lavoratori in cui furono coinvolte anche le donne; inoltre la scuola perse ogni autonomia culturale con la Riforma Scolastica che prevedeva un unico testo nazionale e il giuramento di fedeltà al Fascismo da parte degli insegnanti.

Il controllo della società fu anche dato dalla Fascistizzazione di stampa, radio, cinema.

Accanto alla politica del consenso si affiancava così la politica di repressione del dissenso (polizia segreta, l’OVRA, o meglio Opera Vigilanza Repressione Antifascismo).

Anche se la società italiana iniziava a modernizzarsi e la popolazione del nord tendeva a lasciare le campagne per trasferirsi in città, la popolazione del sud tendeva invece a fare il contrario.

Occorre, però, rilevare che, in generale, le condizioni di vita migliorarono, soprattutto con la scomparsa di molte malattie; e questo, a tutto vantaggio del regime Fascista.

Il Fascismo e il controllo dei mass media

La comprensione dell’importanza che i nuovi mezzi di comunicazione di massa stavano assumendo fu, nella prima metà del 900, l’arma vincente della dittatura fascista e nazista.

I due regimi totalitari basarono il loro sistema politico sul monopolio dell’informazione e sulle nuove tecniche di propaganda.

In Italia Benito Mussolini, da acuto giornalista, capì subito l’importanza fondamentale della propaganda, in particolare attraverso la stampa, per affermare il suo potere.

Il sistema totalitario del nuovo capo di governo fu caratterizzato da una grande capacità comunicativa attraverso la quale fu stabilito un controllo totale sull’informazione e sulla cultura, tanto che la propaganda fascista conquistò subito un grande numero di consensi senza mascherare il suo volto dichiaratamente autoritario e antidemocratico.

La potente opera di strumentalizzazione dell’informazione e della cultura sfruttò il facile “indottrinamento” delle masse, sempre più omologate al regime instaurato.

Avvenne infatti un drastico annullamento della volontà individuale per trasmettere tra le masse l’esaltazione del sacrificio e della totale sottomissione alla volontà del DUCE (capo dello Stato).

Per creare il consenso al fascismo, Mussolini assunse il controllo dei mezzi di comunicazione di massa dell’epoca quali radio, cinema e stampa attraverso i quali egli diede pratica attuazione al processo di “fascistizzazione” del Paese.

Lo scopo fu quello di orientare l’opinione pubblica verso il consenso al regime comunicando, principalmente, la sua missione nazionale.

Il popolo italiano fu investito da una continua e aggressiva emissione di messaggi tesi a mostrare del fascismo la sua natura giusta e potente.

Esemplari, in questo senso, furono le giustificazioni alle iniziative di guerra e di conquista attraverso l’uso politico della storia e la sua riscrittura in chiave fascista (basti ricordare i miti della romanità).

Inoltre Mussolini creò lo stereotipo del perfetto fascista con il volto sbarbato ed il corpo allenato da una vita attiva e sportiva.

I movimenti del perfetto fascista dovevano essere scattanti e veloci per dare l’impressione della sicurezza personale; egli era riconoscibile per il suo modo di salutare: il tipico saluto romano con braccio e mano tesi in avanti.

L’esaltazione della forza fisica fu uno dei principali obiettivi dell’ideologia fascista.

Infatti fin dagli anni trenta venne perseguita la realizzazione di una educazione fisica di massa.

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Sintesi

Tesina - Premio maturità 2008

Titolo: Educazione al consenso e controllo delle masse

Autore: Giusi Francaviglia

Descrizione: un excursus sul mondo della comunicazione di massa nel contesto della nascente cultura di massa ai primi del Novecento, età dell'ansia...

Materie trattate: storia, arte, italiano, filosofia, latino, fisica, inglese

Area: umanistica

Sommario

La comunicazione è considerata come quell'atto mediante il quale si ottiene una trasmissione di informazioni da un emittente (colui che invia il messaggio) ad un ricevente (colui che riceve il messaggio). A mio parere, su un principio base poggia il concetto stesso di "comunicazione": quello secondo il quale "non si può non comunicare". Nel regno animale, infatti, non c'è componente di qualsiasi specie che, in qualche modo, non cerchi di mettersi in contatto con i suoi simili; che questo contatto lo realizzi con emissioni vocali o atteggiamenti poco importa: in ogni caso, questo vuol dire voler "comunicare".

Soprattutto per l'essere umano, comunicare, oltre che costituire un'attitudine innata per relazionarsi con i suoi simili, come per il resto del mondo animale, ha da sempre rappresentato la risposta istintiva al suo bisogno naturale di affermazione sulla natura e sulle altre specie, nonché alla sua ricerca della sopravvivenza e conservazione della specie. L'uomo, cioè, accortosi che per sopravvivere e difendersi dalla natura ostile, sfruttando la sua superiore intelligenza rispetto alle altre specie, capì che meglio poteva spadroneggiare in quella natura selvaggia se si fosse "coalizzato" con gli altri suoi simili; da qui l'intuizione di organizzarsi in gruppo al quale egli ha saputo dare una struttura "sociale" dove la "comunicazione" tra i membri si rivelò di vitale importanza per l'evoluzione della specie umana.

Per comunicare, poi, è stato indispensabile imparare un "linguaggio" che non fosse solo quello dei suoni gutturali e dei comportamenti gestuali, ma che prevedesse anche l'uso di emissioni vocali chiare per meglio esternare idee e sentimenti: ecco la nascita della "parola" senza la quale oggi l'umanità sarebbe rimasta sempre al puro stato animale.

Col passare dei millenni e col progredire della "civiltà umana", i capi ed i potenti di turno cominciarono ad un certo punto a capire che "la parola", se fosse stata impressa su di un qualche supporto (pietra, tavoletta di vario materiale, carta, oggi materiali informatici), non solo si sarebbe conservata nel tempo, ma sarebbe anche stata "letta" dal popolo, e non solo "ascoltata" e, pertanto, esso popolo, avendola sempre, diciamo così, presente, meglio ne avrebbe rammentato gli ammonimenti ed i precetti.

Comunicando per iscritto il loro volere, i capi meglio poterono indirizzare quella che oggi chiamiamo "volontà popolare" verso l'assoluta obbedienza.

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