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Il grande inquisitore

Dostoevskij e la libertà

Federico Burzio VC

Liceo Scientifico G.B. Bodoni

Premessa

Ho deciso di occuparmi de Il grande inquisitore di Dostoevskij perché già dalla prima lettura sono rimasto affascinato e colpito dal modo in cui il grande scrittore russo tratta temi di una certa importanza in poche pagine.

Ho iniziato ad appassionarmi alla lettura di questo grande autore da solo: conoscevo di fama il nome dello scrittore e alcuni suoi libri. Così, incuriosito dalla grande notorietà che si portavano dietro alcuni grandi romanzi, ho iniziato a leggere Delitto e castigo e successivamente Il giocatore, Le notti bianche, per arrivare infine all’opera più importante per la comprensione globale del pensiero di Dostoevskij: I fratelli Karamazov.

Ovviamente sarebbe stato molto difficile trattare tutte le tematiche delle mille e più pagine del libro, perciò mi sono limitato ad affrontare i temi e le problematiche inerenti ad un solo capitolo dei Fratelli Karamazov: Il grande inquisitore. È una storia che è stata, ed è, molto attuale e che spinge l’uomo a porsi ancora oggi domande che forse mai troveranno una vera e definitiva risposta. Domande riguardanti la fede, il libero arbitrio, il peccato, la giustizia, l’individualismo e la responsabilità universale.

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Il contesto del Grande inquisitore

Il grande inquisitore è uno dei capitoli dei Fratelli Karamazov, romanzo scritto da Fëdor Dostoevskij nel 1880, che narra le drammatiche vicende di quattro fratelli (Dimitri, Ivan, Alioscia e l’illegittimo Smerdjakov) e del loro padre Fëdor. Tutto il romanzo ruota attorno all’assassinio del padre e al successivo processo che porta alla condanna ingiusta, ma forse inevitabile, di Dimitri, il figlio maggiore.

Tutti i componenti della famiglia, eccezion fatta per Alioscia, sono incapaci di governare le proprie passioni e la loro irrefrenabile lussuria, che, inevitabilmente, portano prima alla frammentazione, e poi alla vera e propria distruzione della famiglia.

Il preambolo de Il grande inquisitore narra di un pranzo in una trattoria tra Alioscia e Ivan. Entrambi i fratelli avevano avuto un’infanzia molto difficile, dovuta alla morte della madre e al disinteresse del padre, troppo impegnato a soddisfare la propria lussuria per badare ai figli. Ma nonostante le esperienze comuni vissute durante l’infanzia, i due giovani fratelli crescono con idee differenti e con caratteri molto diversi che si evidenziano durante il pranzo. Ivan, di qualche anno più vecchio di Alioscia, ha grandissime capacità intellettuali, scrive articoli su alcuni giornali di San Pietroburgo, ma è tormentato dal fatto di non riuscire a credere in Dio. Come esempio dell’inconciliabilità dell’esistenza di Dio con la presenza del male, cita la profonda ingiustizia del male subito dai bambini, simboli dell’innocenza dal momento che non sono ancora colpevoli di nulla. Ivan allora si chiede perché un Dio possa permettere che esseri completamente innocenti subiscano il male, e a questa domanda non riesce a dare una spiegazione se non negando l’esistenza dello stesso Dio.

D’altro canto, Alioscia, essendo un filantropo che vive in un monastero ispirato dalla figura di un monaco che gli fa da guida, risponde ad Ivan argomentando che lo stesso Cristo, il più innocente di tutti, è sceso sulla Terra e ha sofferto più di tutti gli altri, riuscendo allo stesso tempo a salvare e a perdonare tutta l’umanità.

Da questi discorsi si può intravedere il contrasto tra l’ateo e il credente impersonati rispettivamente da Ivan e da Alioscia. Da ciò che si percepisce leggendo i suoi libri,

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Dostoevskij, pur essendo uno spirito travagliato e angosciato, crede fermamente nelle stesse cose in cui crede il giovane Alioscia. Il racconto inizia con le parole di Ivan in questo modo «Ho composto un poema circa un anno fa… ho inventato un poema e l’ho tenuto a mente…»

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Riassunto della “Leggenda”

Il poema di Ivan è ambientato in Spagna nel XVI secolo, il periodo in cui l’Inquisizione spagnola ha maggior potere e condanna ogni giorno qualche eretico al rogo.

In questo contesto vengono descritte le gesta miracolose di un uomo speciale, di cui la gente dopo non molto tempo capisce la vera identità: si tratta di Gesù Cristo. Egli, dopo aver compiuto diversi miracoli (ma bisogna far attenzione a comprendere che la gente l’avrebbe riconosciuto anche senza questi prodigiosi atti) viene notato dall’occhio vigile del Grande Inquisitore, la persona più importante della Chiesa spagnola che non indossa ricchi abiti cardinalizi, bensì un vecchio saio monastico; fisicamente viene descritto come «un vecchio sui novant’anni, alto e diritto, con un volto scarno e occhi incavati da cui tuttavia si sprigiona ancora, quasi una scintilla infuocata, un lucente bagliore».

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Subito il vecchio riconosce la figura del Cristo, e non appena si rende conto dell’ascendente che può avere sulla gente, lo fa arrestare, suscitando approvazione e consenso da parte della folla che lo stima e lo teme allo stesso tempo. In prigione il vecchio va a incontrare il figlio di Dio e proprio qui inizia il monologo dell’inquisitore. Monologo perché in tutto il racconto Cristo non dice una sola parola. Nel lungo discorso vengono affrontati moltissimi temi (che verranno approfonditi successivamente), ma il vecchio critica e rimprovera le azioni compiute da Gesù, troppo fiducioso nell’umanità, sulla terra.

Alla fine del monologo, il racconto si chiude in un modo particolare: Cristo dopo avere ascoltato attentamente tutto quello che aveva da dire l’inquisitore gli si avvicina e «bacia le sue labbra esangui, da novantenne».

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L’inquisitore spiazzato da quest’azione non sa più cosa fare e quindi lo lascia libero dicendogli di non tornare mai più.

1 Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Dalai editore, Milano 2011.

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Il monologo del Grande Inquisitore

Tutto il lungo discorso tenuto dall’inquisitore ha come tema centrale la libertà. Libertà che non viene assolutamente vista in maniera positiva dal vecchio, ma anzi, considerata la rovina degli uomini comuni. Egli infatti, dopo aver verificato di avere realmente davanti a sé il figlio di Dio, muove subito un rimprovero a Cristo dicendogli che ha sopravvalutato troppo gli uomini concedendo loro tutta la libertà, conseguente la sua crocefissione. Senz’altro il vecchio sa che la libertà è una grandissima cosa, ma proprio per questo gli uomini non sono in grado di utilizzarla nel modo corretto e questa condizione non permette loro di avere una serena esistenza.

Tutto il tormento derivante dalla libertà regalata da Cristo li porta a odiare il dono che è stato loro concesso, e per questo pur di vivere senza tante preoccupazioni, preferiscono delegare la propria libertà a qualcun altro (non importa chi esso sia) che li pone in uno stato di sottomissione, fisica o morale. Significativa è questa frase pronunciata dall’inquisitore: «Sappi però che mai come adesso gli uomini sono convinti di essere assolutamente liberi, e invece sono stati loro stessi a portarci con le proprie mani la libertà, a deporla umilmente ai nostri piedi. Questo è il frutto della nostra opera, e sarebbe questa la libertà che desideravi?».

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Nella sua visione negativa della libertà, l’inquisitore si vede come un martire che se da un lato deve ingannare gli uomini, dall’altro pensa che ciò sia necessario per il bene dell’uomo, per sollevarlo dall’immenso peso della libertà. Ma da dove scaturisce questa visione così pessimistica dell’uomo? L’inquisitore reputa infatti l’uomo come un essere vile, ribelle, ma debole. Si può dire che tutto il rimprovero mosso nei confronti del figlio di Dio, parta da quel giorno in cui «Lo spirito intelligente e tremendo, il grande spirito dell’autodistruzione e del non essere ti parlò nel deserto e le scritture tramandano che ti avrebbe tentato».

3 Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Dalai editore, Milano 2011.

4 Ivi.

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E le scritture tramandano che ti avrebbe tentato». Ovviamente qui il vecchio si sta riferendo all’episodio biblico in cui Gesù, nel deserto, è stato messo alla prova da Satana, sotto la forma di tre grandi tentazioni e lo spirito intelligente e tremendo è proprio il diavolo, che come si vedrà, nella visione dostoevskijana, ha gli stessi principi ed è mosso dalle stesse idee che possiede l’inquisitore. È anche importante notare che a ogni tentazione, Dostoevskij affianca un elemento, che l’inquisitore rimprovera a Cristo di non aver adoperato, quando era sceso 1500 anni prima, per portare la felicità agli uomini, donando invece la libertà che tanto teme e disprezza.

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Sintesi

Materie e argomenti

  • Filosofia: Hobbes, Pascal, Hegel, Kierkegaard, Freud
  • Letteratura: letteratura russa del '900, George Orwell
  • Storia: il modello politico russo del '900
  • Teologia: l'inquisizione, il problema della libertà
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