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Ultima delle bugie vitali

Il seguente percorso vuole trattare le rappresentazioni metafisiche dell’uomo. Il mondo è una realtà davvero complessa, e l’uomo non è che una sua piccolissima parte. Non è biasimabile colui che, presa coscienza della sua piccolezza all'interno dell’Universo, cerchi qualcosa di più grande a cui affidarsi, per fronteggiare le immensità spaziali del cosmo e i dubbi esistenziali che affliggono le nostre più profonde riflessioni. Esemplare è la scena descritta da Jean-Jacques Rousseau nel suo capolavoro di pedagogia, l’Émile. In una famosa scena Emilio, essendo stato educato senza pregiudizi alcuni, né sul mondo né su ipotetici oltre-mondi, viene un giorno trovato dal suo precettore nell'atto di adorare il Sole. Questo spiega nel migliore dei modi come l’uomo sia un animale metafisico, sempre portato istintivamente a subordinarsi ad una entità superiore, capace di garantire speranza e salvezza in cambio di devozione e asservimento.

Cento anni dopo, un altro filosofo di grande spessore parlò metaforicamente di uomini che, dopo la morte del loro Dio, si misero ad adorare un asino. Il suo nome era Nietzsche, un pensatore che rivoluzionò un secolo. Sebbene infatti molti filosofi diedero la propria interpretazione di Dio, e delle proiezioni metafisiche dell’uomo, la mia attenzione sarà oggi rivolta all'occhio scettico e demolitore di Friederich Nietzsche. Già nel periodo giovanile il filosofo aveva condotto una profonda analisi sugli atteggiamenti metafisici dell’uomo, analizzando ne La Nascita della Tragedia, i due impulsi dello spirito greco, ossia l’apollineo ed il dionisiaco. L’apollineo scaturisce da un atteggiamento di fuga di fronte al divenire, e si esprime nelle forme limpide e armoniche della scultura. Il dionisiaco scaturisce dalla forza vitale e dalla partecipazione al divenire e si esprime nell'esaltazione creatrice della musica e della poesia lirica. Questa divisione sarà una costante del filosofare nietzschiano. Inoltre al filosofo tedesco viene assegnata la teorizzazione della “morte di Dio”. Questi costituisce per Nietzsche la personificazione delle certezze ultime dell’umanità, ossia di tutte le credenze metafisiche e religiose elaborate nella storia per dare un “senso” alla vita. Per Nietzsche “In Dio è dichiarata inimicizia alla vita” (Anticristo). Egli crede infatti che Dio ha storicamente rappresentato una fuga dalla vita. L’immagine di un cosmo ordinato e benefico è soltanto una costruzione della nostra mente, realizzata al fine di sopportare la durezza dell’esistenza. Dinanzi a questo sguardo disincantato, le religioni si palesano per quello che sono: bugie di sopravvivenza. Diceva Nietzsche: “Dio è una risposta grossolana, una indelicatezza verso noi pensatori. In fondo è solo un grossolano divieto che ci vien fatto: non dovete pensare!” (Ecce homo). Come possiamo vedere, il filosofo ha una visiona radicalmente negativa di quella che lui chiama “l’ultima delle bugie vitali”. Alla morte di Dio segue però un senso di vertigine e smarrimento, poiché vengono meno certezze e punti di riferimento assoluti. Per “reggere” la morte di Dio l’uomo deve farsi superuomo. Da qui la necessità di divenire dei noi stessi. Infatti la morte di Dio costituisce un trauma solo in relazione ad un uomo-non-ancora-superuomo. Solo chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà e prendere atto del crollo degli assoluti è ormai maturo. Il superuomo ha davanti a sé il mare aperto delle possibilità connesse ad una libera progettazione della propria esistenza al di là di ogni struttura metafisica data. Secondo alcuni studiosi il discorso nietzschiano è il risultato di una constatazione di tipo storico più che un convincimento teorico. L’uomo può diventare superuomo soltanto dopo essere passato sul cadavere di tutte le divinità.
È così che Nietzsche, nel terzo periodo del suo filosofare, scaglierà il suo profeta Zarathustra contro ogni tipo di credenza metafisica, asserendo: “Io vi annunzio il superuomo!”. Il suo ateismo vuole essere così radicale da arrivare a contestare anche ogni ipotetico surrogato di Dio. Tant'è che nelle pagine finali di Così parlò Zarathustra racconta di quegli uomini già citati in precedenza che, dopo la “morte di Dio” si misero ad adorare un asino. Fuor di metafora l’asino è il simbolo di ogni sostituto di Dio e allude alle varie forme dell’ateismo positivo, nelle quali il Vecchio Dio si trova rimpiazzato da altrettanti supplenti (la scienza, il socialismo, lo Stato,etc..). Dopo la morte di Dio si aprono due possibilità, quella dell'ultimo uomo e quella del superuomo. Il superuomo è colui che è in grado di accettare la dimensione tragica e dionisiaca dell'esistenza, di "reggere" la morte di Dio, di emanciparsi dal cristianesimo e dalla morale, capace di crearsi valori inediti e divenire il "senso stesso della Terra". In questo contesto l'uomo diventa sostanzialmente corpo, e l'anima non ha valore. Nel primo discorso di Zarathustra Nietzsche descrive le tre metamorfosi del genere umano, che da cammello si fa leone per divenire infine fanciullo. Il cammello rappresenta l'uomo che porta i pesi della tradizione; il leone è l'uomo che "con un ruggito" si libera dei fardelli metafisici; il fanciullo rappresenta l'oltre-uomo, che nella sua innocenza ludica sa dire sì alla vita. La liberazione dalle autorità umane e divine tuttavia non riguarda tutta l'umanità, ma solo quei pochi prescelti, che a loro volta presuppongono, in qualità di razza dominatrice, la schiavitù delle masse.
Infine è necessario in questa sede discutere il tema del nichilismo. Il termine nichilismo indica l'assenza di una finalità ultima che orienti il corso della vita. L'uomo si è dapprima immaginato dei fini assoluti e delle realtà trascendenti, capaci di conferirgli delle finalità, ed ora, essendosi reso conto che tali realtà non esistono, è piombato nell'angoscia nichilista; per Nietzsche, che sente di essere il primo perfetto nichilista, in quanto è riuscito a superarlo, il vuoto e il senso di smarrimento causati dalla morte di Dio sono il prezzo da pagare per due millenni di cristianesimo. Bisogna distinguere due tipi di nichilismo: quello incompleto, che è proprio di chi, una volta accettata la caduta di tutti i valori, ha ancora bisogno di verità, e li rimpiazza con altri che hanno la stessa fisionomia dei precedenti, e quello completo, che è il nichilismo vero e proprio. Anche questo però presenta un lato negativo, in quanto esso può configurarsi come nichilismo attivo, espressione della cresciuta potenza dello spirito, o come nichilismo passivo, cioè che si limita a prendere atto del crollo delle certezze ultime, senza agire. Infine Nietzsche definisce nichilismo estremo quella forma di nichilismo attivo che distrugge violentemente ogni residua credenza in qualche verità di tipo metafisico.
Che il tedesco abbia ragione o no riguardo l’esistenza o la non-esistenza di Dio, non spetta a noi decidere. È certo però che le vertigini, il senso di smarrimento e sgomento che suscita la morte di questi, inteso come la totalità delle certezze dell’uomo, ha portato nel XX secolo, talvolta ad una esaltazione dell’uomo e talvolta, insieme ad altri avvenimenti come ad esempio le Grandi Guerre, ad una crisi esistenziale. A lui vengono infatti associati numerosi fenomeni ed ideologie che lo vedono come padre fondatore o semplice precursore, come ad esempio il nazismo, il futurismo, l’esistenzialismo.
Il nome di Nietzsche è stato associato alla cultura nazifascista al punto da parlare del nazismo come un esperimento nietzschiano. Questa lettura è stata agevolata dalle operazioni della sorella Elisabeth, che ha contribuito a diffondere un’immagine del fratello come padre inconsapevole del movimento tedesco. Tuttavia, anche se nei testi del filosofo si riscontrano spunti anti-democratici e anti-egualitari le interpretazioni nazifasciste sono state contestate nel secondo dopoguerra, nel corso di un vistoso processo di denazificazione. Certo è che nella ideologia nazista di cui Hitler (che tra l’altro avevo letto Nietzsche e visitato l’Archivio di Weimar) si fa portavoce alcuni temi come la superiorità della razza ariana, che doveva prevaricare le altre, possono apparire come delle riformulazioni del superomismo. Nel particolare le masse dominate di cui parlava Nietzsche, nell'ideologia nazista si concretizzano nella figura degli ebrei e di tutti quegli altri uomini che non erano all'altezza della razza ariana (omosessuali, portatori di handicap, malati terminali, etc.). L’antisemitismo nazista però, più che le masse dominate, ha come conseguenza le masse sterminate di centinaia di famiglie.

Abbiamo già citato tra i movimenti che trovano le proprie radici nel pensiero nietzschiano il futurismo. La cosiddetta “filosofia del martello” del pensatore tedesco era volta scardinare tutte le certezze e tradizioni passate, e sulla falsa riga del suo filosofare ecco che si fonda il futurismo, un movimento artistico culturale che rinnega il passato e si volge verso il futuro. Il futurismo è il primo movimento che, staccandosi dalla precedente tradizione culturale italiana, si dà un programma preventivo. Il fondatore del Manifesto che illustra le principali ideologie futuriste è Filippo Tommaso Marinetti. Tra i capisaldi descritti nel Manifesto possiamo annoverare l’esaltazione della potenza dell’uomo (volontà di potenza), la velocità della vita moderna, il predominio del dinamico su tutto ciò che è statico (la prevaricazione del dionisiaco sull'apollineo). A causa dell’eccessivo slancio verso la modernità, Marinetti affermerà l’inutilità di tutto ciò che è vecchio, e quindi dei musei e delle biblioteche e di ogni forma d’arte passata. Un altro punto fondamentale è la volontà di azione, e quindi l’esaltazione della vitalità, del movimento, fino addirittura ad esaltare la violenza e l’aggressione, e guardando la guerra non come un qualcosa di brutale e negativo, ma piuttosto come uno slancio di vita e rinnovamento. Come disse Marinetti: “La guerra è la sola igiene del mondo”. E come va interpretata questa frase, e tutti questi concetti, se non come una completa negazione di Dio a favore del superuomo?
Nel quadro a fianco, ad opera di Giacomo Balla, possiamo apprezzare il dinamismo espresso dalle forme di un cane al guinzaglio. Il titolo dell’opera è appunto Dinamismo di un cane al guinzaglio. Balla credeva nel fatto che niente è mai stabile davanti a chi guarda. Per mostrare il movimento in questo quadro lui ripete l'immagine, creando quasi una sbavatura del colore. Questo dipinto sembra quasi un filmato. Le gambe di una donna, il guinzaglio, le zampe e la coda del cane sono rappresentati come se si muovessero sulla tela. Il pittore vuole dare l'idea del movimento reale dei personaggi e degli oggetti. Diceva Balla: “Tutto si muove, nulla è fermo”.

Ma non tutti seppero interpretare positivamente lo slancio vitale proposto da Nietzsche. Come già accennato, infatti, la crisi delle certezze del passato conduce a sgomento, un senso di smarrimento, che negli anni ’50 del XX secolo si concretizzò in figure imponenti della letteratura come Eugenio Montale e nell'esistenzialismo (anche se le prime avvisaglie sono presenti già dalla seconda metà del XIX secolo). Eugenio Montale affianca alla poesia, una riflessione esistenziale costante. Nella raccolta Ossi di Seppia, la realtà non è altro che un insieme di frantumi, residui, relitti, oggetti inutili, ossi di seppia appunto. L’uomo si trova immerso in questa superficie di cose inutili e non sa come uscirne né come trovare un senso alla propria condizione. La poesia si adegua a questo sentimento di crisi del rapporto fra io e mondo e si fa quindi discorso intimo. Ossi di seppia è divisa in quattro sezioni. La prima si chiama Movimenti, dove il rapporto dell’uomo con le cose viene analizzato con lucida dialettica ed è più importante delle cose stesse. La seconda sezione, che dà il nome all'intera raccolta, si chiama appunto Ossi di seppia. Qui i componimenti sono più brevi e si concentrano soprattutto nel cosiddetto male di vivere. Il rapporto con il mondo e la società è infatti problematico e ricco di dolore. Montale inoltre dirige l’accento sulla vanità ingannevole della rappresentazione umana del mondo. È evidente come in questa sezione del libro sono presenti manifesti ancora prima esistenziali che poetici. Per Eugenio Montale quella dell’uomo è una condizione difficile e che non lascia spazio a molte illusioni. Attraverso gli elementi descritti nelle sue poesie l’autore identifica la situazione dell’uomo nel mondo, risultando estraneo sia alla realtà che all'Assoluto. Infatti l’uomo moderno non riesce a capire né l’una né l’altra cosa: tutto ciò porta ad una paralisi conoscitiva per la quale l’individuo rimane sbalordito di fronte ad una realtà che non riesce a conoscere a fondo. La poetica di Montale (il quale fa ricorso all'allegoria – l’emblema – e non alla via dell’analogia) è quindi definita del ‘correlativo oggettivo’: ogni oggetto è emblema di una condizione esistenziale. La terza sezione si chiama Mediterraneo, dove il poeta descrive il mare come emblema di una natura capace di rigenerazione. L’ultima sezione, Meriggio e ombre, segna il punto estremo del tema nichilista.

Existentialism is concerning about the problems of the meaning of life, particularly in relation to nihilism, on the limits and possibilities of individual freedom, focusing discussions around these questions: "What is being?" and "What does it mean to exist?". It insisted on the specific value of the individual human existence and its precarious nature. So, in existentialism prevailed the reflection of individuality. Existentialism saw man trapped in an hostile world, and his life as meaningless, in an irrational universe. The consequence was a sense of confusion, desperation and emptiness. Existentialist presented the absurdity of human condition with a lucid language and logical reasoning. Existentialism, in the world of the drama, found its concrete expression since the ‘50s in the Theatre of the Absurd. It was concerned with the metaphysical question of the purpose of human existence. The concept of “absurdity” derived from the existentialists Camus and Sartre. In their work, man was a lonely creature confronted by a vast emptiness in which his acts seemed insignificant. The characters in the drama of the absurd were hopeless and strangely heroic in their desperate attempt to confirm their human identity. Characters, script, action, and scenery were often reduced to the essential. The language was simple, without unnecessary embellishment. Time was very vague, creating a sense of emptiness or undefined situation. Characters were often reductive allegorical figures of mankind as the tramps or outcasts. The action of this place was generally circular, often repeating similar situation from act to act. The basic themes of the Theatre of the Absurd were: the sense of man’s alienation, the cruelty of existence, the meaningless of man’s struggle, the absence or the futility of objectives. A drama which talks about human beings in a state of decay is Waiting for Godot, by Samuel Beckett. The protagonists in Waiting for Godot are Vladimir and Estragon, two tramps who are waiting for a mysterious Godot. This appears contrary to the traditional form of theatre, where the normal unit is events. So is difficult to talk about a plot. Beckett’s plays present static situation: “nothing happens, nobody comes, nobody goes, its awful”. The situation in the drama is absurd: protagonists are waiting for a certain mister Godot, but Godot never comes. Waiting for Godot is so definable as a tragic-comedy. It is tragic not for a dramatic conclusion, but for the situation itself and for the impossibility to escaping it. It is comic because every attempt to evade from their fruitless waiting ends in comedy. The principal themes are the meaningless of man’s struggle and experience, and his pointless existence. As a consequence, the tone is tragic and desperate. Language used by Beckett is an everyday language, characterized by dialogues fragmented by pauses, silences, mime (para-verbal language). The title is very important, and almost surely “Godot” is a biblical allusion. Beckett himself declared that he doesn’t know exactly what “Godot” means, but certainly it has a metaphysical connotation and it is referred to something that we are all waiting. This sense of vagueness and uncertainty reflects perfectly the emptiness created by nihilism.

Terminato il nostro discorso sul pensiero nietzschiano e sulle influenze che esercitò nel Novecento, poniamo adesso la nostra attenzione verso un periodo storico totalmente differente. Tornando indietro nel tempo e dando uno sguardo al I secolo d.C. bisogna ammettere che i cristiani lottarono davvero tanto per la diffusione del proprio culto e per l’affermazione della propria religione all'interno di quell'istituzione che allora costituiva la totalità della civiltà occidentale: l’Impero romano. Bisogna tener conto che una società molto meno “attrezzata” della nostra dal punto di vista scientifico e informativo rappresenta un terreno fertile per la diffusione di nuove credenze metafisiche; certo è però che il cristianesimo ebbe una presa davvero formidabile sull'uomo. Tantissimi persero la vita, tantissimi la rischiarono, tantissimi rinunciarono ai propri beni ed ai propri scopi preesistenti per adempiere al cammino religioso cristiano. La diffusione del cristianesimo fu un fenomeno imponente nella Roma imperiale. Il cristianesimo visse nell'arco dei secoli situazione completamente differenti in anni anche vicini tra loro, registrando alti e bassi, periodi di persecuzione e periodi di tolleranza. La prima violenta repressione su larga scala si ebbe con Domiziano, il quale era già stato anticipato a Roma da Nerone, che aveva accusato i cristiani dell'incendio di Roma. Adriano simpatizzò per i cristiani, mentre Marco Aurelio consentì episodi di intolleranza, che, più avanti, con Diocleziano riassunsero i caratteri di vera e propria repressione. Con Costantino, nel 313, il cristianesimo diveniva, grazie all'Editto di Milano, religio licita. Infine con Teodosio assunse la valenza di religione di stato, grazie all'Editto di Tessalonica.
Ciò che aveva mosso i pagani a reprimere con la forza la religione cristiana era soprattutto il fatto che, chi riconosceva Gesù Cristo come unico Signore della vita e della storia, non poteva ammetterne né venerarne altri e rifiutava così la figura del princeps: costoro meritavano la morte. Nonostante tutto, la letteratura cristiana, che si poneva al servizio della fede, era tra le più prolifere nell'ambito dell'impero romano. Questo è dovuto soprattutto al largo consenso nelle masse popolari. Il messaggio di Cristo chiedeva di raggiungere tutti, anche i più umili, fino ad allora esclusi dalla letteratura. Nei tasti sacri, dalla Bibbia ai Vangeli, l'alto si mescolava con il basso, l'assoluto con la vita quotidiana.
Uno dei già citati uomini che abbandonarono i propri beni per dedicare la propria vita a Dio fu l’autore delle Confessiones; si tratta di Agostino, uno scrittore tra i più prolifici della letteratura cristiana. Inizialmente Agostino lesse anche la Bibbia (oltre ad un ampia gamma di classici) ma la giudicò troppo semplicistica e di poco spessore, e si avvicinò al manichesimo. Trasferitosi a Milano tuttavia, grazie alle prediche del vescovo Ambrogio, perse fiducia nel manichesimo e si avvicinò al cristianesimo. Nel 387 venne battezzato. Ritornato nella città natale, Agostino, dopo aver donato i propri beni ai poveri, iniziò un'esperienza di vita monastica e intraprese l'attività di scrittore (diventa vescovo di Ippona, e scrive 93 opere). La sua vita sarà dunque finalizzata all'attività pastorale fino alla sua morte. Le opere più famose di Agostino sono appunto i 13 libri delle Confessiones che appartengono ad un genere assolutamente nuovo: l’autobiografia spirituale. Agostino, attraverso la descrizione della propria personalità anche nei suoi aspetti più oscuri, ed un colloquio interiore con Dio, mette per iscritto la storia di un'anima insieme ad una incessante rivelazione dell'opera della grazia divina. La modernità di quest'opera sta nella profondità raggiunta nell'analisi interiore di sé stesso, mettendo completamente a nudo la propria figura. Agostino è uno scrittore davvero erudito, e la sua sicurezza retorica gli consente di adoperare differenti scelte stilistiche e linguistiche, funzionali al tipo di opera, di messaggio, di destinatario che egli desideri. Ad esempio, nelle Confessiones si alternano pagine liriche, a sezioni di estremo rigore logico; nel De civitate Dei le frasi brevi si trasformano in ampie architetture retoriche, destinate ad un pubblico abituato al periodare ciceroniano; nei testi di polemica anticlericale e dogmatica riscontriamo una notevole precisione terminologica; nelle Epistulae indirizzate ai suoi discepoli notiamo l'autorevolezza e la tenerezza delle parole; nei Sermones si osserva una grande chiarezza e semplicità, e così via.
Le cose cambiarono radicalmente nel millennio successivo. Le istituzioni e le credenze cristiane avevano ormai una inesorabile presa sulle masse popolari e non solo. La Chiesa, l’istituzione cristiana per eccellenza, aveva ormai un vastissimo potere, sia temporale che spirituale ed esercitava il massimo controllo su tutti i territori di matrice cristiana. Il suo potere era talmente vasto da influenzare persino le figure politiche che condussero le redini dell’Europa del secondo millennio d.C. . Si può quasi dire che la figura del Papa, il Capo della Chiesa, prese il posto degli imperatori romani che si comportarono da persecutori, mandando al rogo migliaia di streghe, maghi e qualsivoglia profeta che osasse professare dottrine differenti da quelle cristiane. In questo mondo dove l’eresia veniva punita con la pena capitale non c’era posto per scienziati, matematici, fisici, astronomi, che contraddicessero anche in parte i dogmi della Bibbia. E fu così che brillanti uomini che cambiarono il mondo vennero brutalmente eliminati o semplicemente allontanati da quella istituzione stessa che professava pace, amore, fratellanza e libertà.
Ad esempio Galileo Galilei, il padre della scienza moderna, fu processato e condannato dal Sant'Uffizio, nonché costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni astronomiche e al confino nella propria villa di Arcetri per il suo sostegno alla teoria eliocentrica copernicana, che rifiutava il modello geocentrico imposto dalla Chiesa. Convinto della correttezza della cosmologia copernicana, Galileo naturalmente era ben consapevole che questa non si accordava con diverse affermazioni della Bibbia e di Padri della Chiesa. E poiché la Chiesa considerava le Sacre Scritture ispirate dallo Spirito Santo, la teoria eliocentrica poteva essere accettata, al più, soltanto come un semplice modello matematico senza alcuna attinenza con la reale posizione dei corpi celesti. Galileo, scienziato cattolico, credette di poter risolvere il problema rovesciando la soluzione allora corrente: la teoria copernicana è vera, sono le Scritture a essere state scritte - quando era il caso - senza corrispondenza con la realtà, utilizzando un linguaggio che esprime un modello utile e comprensibile all'uomo. Un altro scienziato che si ispirò al copernicanesimo fu Giovanni Keplero, che contribuì a dissolvere completamente la teoria geocentrica. Partendo appunto dalla considerazione che sono i pianeti a girare intorno al Sole e non il contrario, e attraverso accurate osservazioni sul loro movimento, Keplero formulò tre leggi, che sono tutt'ora valide:
1) I pianeti descrivono orbite ellittiche, quasi complanari, aventi tutte un fuoco comune in cui si trova il Sole.
Il movimento di un pianeta intorno al Sole è chiamato rivoluzione. Il senso della rivoluzione intorno al Sole è in genere antiorario.
2) Il raggio che unisce il centro del Sole al centro di un pianeta descrive superfici uguali in tempi uguali.
Le arre sono perciò proporzionali ai tempi impiegati a percorrerle, ed un pianeta si muove più velocemente quando si trova in perielio(più vicino al Sole) e più lentamente quando si trova in afelio(più lontano).
3) I quadrati dei tempi che i pianeti impiegano a percorrere le orbite sono proporzionali ai cubi delle loro distanze medie dal Sole.
Quindi la velocità media di un pianeta è tanto minore quanto più esso è lontano dal Sole.
Fu poi Isaac Newton, altra grande mente di quel tempo a sistematizzare e, possiamo dire, confermare le tre leggi di Keplero. Egli infatti intuì l’esistenza della forza di attrazione tra i corpi, che definì con il termine gravitas, che in latino vuol dire appunto “peso”. Inoltre ne descrisse gli effetti attraverso la legge della gravitazione universale, in base alla quale due corpi si attirano in modo direttamente proporzionale alla loro massa e in ragion inversa al quadrato della loro distanza.
Sulla base di questa legge, Charles Augustin de Coulomb, descrisse invece la forza di attrazione o repulsione tra due cariche elettriche. Due cariche puntiformi infatti, si attraggono o si respingono (rispettivamente se hanno segno opposto o uguale) con una forza proporzionale al prodotto delle due cariche ed in ragion inversa della loro distanza.

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