INTRODUZIONE

L’infanzia è una fase della vita spesso denominata “età dell’oro” o “paradiso perduto” per indicare la beatitudine, l’armonia e la pace che la caratterizzano. I mass media, la televisione e la pubblicità costituiscono e diffondono immagini di bambini sempre sani, belli, gioiosi e vestiti all’ultima moda. Ma l’età infantile è davvero per tutti uno stato di felicità naturale? La visione di un’infanzia come paradiso perduto è realistica oppure si tratta di un’ invenzione, di un’illusione? Nel periodo dell’infanzia, esistono numerose fonti di rischio per il corretto sviluppo del bambino. In questo periodo, infatti, si generano la maggior parte delle condizioni che determineranno la corretta formazione di un individuo sano. Freud cercò infatti, tramite la sua teoria sulla sessualità infantile, di dimostrare come nel bambino vi fossero i germi di tutte le perversioni dell’età adulta. Respinse la convinzione che il bambino fosse un “angioletto asessuato” e lo definì un “essere perverso polimorfo”: perverso, nel senso freudiano, poiché tende a conseguire il piacere senza scopi riproduttivi; polimorfo, in quanto per farlo si serve di tutti gli organi corporei possibili. Alla fine dell’infanzia c’è poi il difficile periodo della pubertà, il passaggio quindi all’età adulta, un tema affrontato artisticamente da Munch, che spesso provoca non pochi problemi negli animi dei giovani. Ma tra i problemi piu evidenti del periodo infantile, tuttora mantenuti quasi esclusivamente nelle aree sottosviluppate dei paesi poveri, vi è il lavoro infantile. Charles Dickens ad esempio, nel suo romanzo Oliver Twist ci mostra come, nell’Inghilterra del primo ‘800, i bambini erano considerati non un elemento da educare in vista del futuro, bensi come un individuo da sfruttare sin dal principio per ogni tipo di lavoro. Prima del ‘900, il bambino era percepito come un individuo da rendere adulto il prima possibile, per questo non era valorizzato il periodo infantile. A seconda della classe sociale le visioni erano diverse, per quanto riguarda le classi più agiate il bambino era circondato da parenti che avevano un ruolo ben definito nella sua vita mentre nelle classi contadine, nella maggior parte dei casi fin dai primi anni di vita il bambino era spinto a lavorare. Solo nei primi anni del ‘900 la crescente necessità di avere una classe operaia specializzata e il bisogno di creare senso nazionale spinse lo stato ad investire sull’istruzione pubblica, posticipando l’entrata nel mondo del lavoro per i giovani. L’esempio piu evidente è senz’altro quello di Mussolini, il cui obbiettivo era quello di creare una società Fascista con componenti preparati sia militarmente che psicologicamente. Prima del ventesimo secolo, l’istruzione dei bambini, quando c’era, era mirata semplicemente alla formazione intellettuale in un determinato ambito piuttosto che in vista della società futura. Ne è un esempio l’autore latino Marco Fabio Quintiliano che nell’unica sua opera a noi pervenuta si occupa dell’insegnamento elementare e della base della retorica. Egli è il vero fondatore della pedagogia: dell’idea che un individuo avvii il suo processo di apprendimento sin dalla prima infanzia. Ma al di là dell’aspetto prettamente economico e sociale, c’è da ricordare che il bambino è un individuo come tutti gli altri, una persona che ha bisogno di vivere la propria vita senza bruciare alcuna tappa, “L’infanzia non è semplicemente un tempo di preparazione alla vita, ma è già vita essa stessa.” (cit. Peter Rosegger). E non sono in pochi a pensare che la vita del bambino sia la piu bella, quella in cui tutto è meraviglioso e ogni cosa suscita ingenuo stupore. Tra i sostenitori di questa idea troviamo il poeta e scrittore italiano Giovanni Pascoli, convinto fermamente che la visione del mondo del “fanciullino” sia la piu vera e l’unica in grado di creare poesia.

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1 – I FASCISTI DEL DOMANI


“La scuola italiana in tutti i suoi gradi e i suoi insegnamenti si ispiri alle idealità del Fascismo, educhi la gioventù italiana a comprendere il Fascismo, a nobilitarsi nel Fascismo e a vivere nel clima storico creato dalla Rivoluzione Fascista”

Tra gli ideali del nostro paese, qualche decennio fa, c’era l’idea di creare l’italiano nuovo, colui che avrebbe portato avanti la politica fascista di Benito Mussolini. Si voleva infatti creare l’immagine di una società dinamica, indirizzata verso obbiettivi grandiosi, inserendo i giovani in un rigido sistema centralizzato e gerarchico. Divise, marce, esercitazioni, disciplina erano gli strumenti per la formazione dell’ “italiano nuovo’’ voluto da Mussolini. Un ruolo molto importate nell’indottrinamento dei bambini fu la creazione dell’ONB (Opera Nazionale Balilla).

L’ONB era un’istituzione fascista complementare all’istituzione scolastica finalizzata all’assistenza, all’educazione fisica e morale della gioventù. Fu fondata nel 1926 da Benito Mussolini e sciolta nel 1937, quando per ordine del Duce confluì nella Gioventù italiana del littorio (GIL). Il suo nome deriva da quello di Giovan Battista Perasso detto Balilla, un giovane di origini genovesi che nel 1746, secondo la tradizione, avrebbe dato inizio alla rivolta contro gli Austriaci che occupavano quelle zone. La sua era un’immagine di modello rivoluzionario molto cara al regime fascista.
Già alle origini del fascismo, ci fu una prima idea di cambiamento e rinnovamento di tutte le istituzioni dello stato italiano, compresa la scuola. Infatti, tra il 1919 e il 1922 si formarono i primi nuclei studenteschi fascisti: le Avanguardie Giovanili Fasciste e i Gruppi Universitari Fascisti (GUF).
Dopo la Marcia su Roma e l’inizio della fase totalitaria del fascismo, ci fu il problema di organizzare il consenso delle masse e di fascistizzare la società. Per questo nel 1926 Mussolini diede il compito a Renato Ricci di riorganizzare la gioventù italiana sia moralmente sia fisicamente. Con la legge numero 2247, del 3 aprile 1926, si sancì la nascita dell’ONB, mentre nel 1927 il regime fascista sciolse tutte le organizzazioni giovanili non fasciste.
L’ONB era stata concepita dai fascisti come uno strumento di penetrazione nelle istituzioni scolastiche e mirava non solo all’educazione spirituale, culturale e religiosa, ma anche all’istruzione premilitare, ginnico-sportiva, professionale e tecnica. Scopo dell’ONB era infondere nei giovani il sentimento della disciplina e dell’educazione militare rendendoli consapevoli della loro italianità, aveva il compito di “formare la coscienza e il pensiero di coloro che saranno i fascisti di domani”.. L’ONB comprendeva ragazzi e ragazze dai 6 ai 18 anni. Era suddivisa nel seguente modo:
Figli della Lupa: ragazzi e ragazze dai 4 agli 8 anni (aggiunti in seguito all’ONB nel 1934);
Balilla: ragazzi dagli 8 ai 14 anni;
Piccole italiane : ragazze dagli 8 ai 14 anni;
Avanguardisti: ragazzi dai 14 ai 18 anni, nei quali veniva curato la preparazione militare dei giovani;
Giovani Italiane: ragazze dai 14 ai 18 anni. Esisteva inoltre un’alternativa ai Balilla: i marinaretti, un’istituzione premarinara alla quale si accedeva dopo aver ottenuto il nulla osta dalla propria Legione di appartenenza. Tutti gli appartenenti all’ONB avevano una divisa che consisteva in una camicia nera, un fazzoletto azzurro, un pantalone grigioverde, un fascia nera e il fez. Inoltre durante le esercitazioni i ragazzi erano dotati di un moschetto (in versione giocattolo per i Figli della lupa).


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I ragazzi quindi ricevevano un insegnamento prettamente militare, in quanto destinati in un prossimo futuro a formare le nuove file della Milizia (MVSN) e iscriversi al Partito. Il tutto passava attraverso il rito della Leva fascista che si teneva sempre il 24 maggio, anniversario dell’entrate in guerra dell’Italia. Le ragazze invece raccolte nelle “Piccole Italiane” prima e nelle “Giovani italiane” in seguito, ricevevano un insegnamento adatto alla loro età e al loro sesso, in quanto future donne della società fascista. Di conseguenza le loro attività comprendevano corsi di taglio e cucito, di ricamo, corsi di igiene, pronto soccorso, economia domestica, esercizio fisico.

Nel 1935 Mussolini istituisce il “sabato fascista”; la giornata lavorativa del sabato veniva interrotta alle ore tredici per permettere che venisse praticata la ginnastica e l’attività fisica, per mantenersi in forma e per dare sfoggio della propria abilità.
I ragazzi che appartenevano alle organizzazioni fasciste, vestiti tutti in divisa, dovevano seguire corsi di dottrina fascista e compiere esercizi ginnici: volteggi, maneggiare il moschetto, lanciarsi attraverso cerchi di fuoco. Le ragazze invece, in camicetta bianca e gonna nera, facevano roteare cerchi, clave, bandiere e si esibivano nella corsa e nel salto. Era questo l’ordinamento dell’insegnamento al tempo del fascismo. Nelle scuole era previsto un solo testo per ciascuna delle prime due classi e due testi separati (libro di lettura e sussidiario) per le tre classi rimanenti. Con il Testo unico lo Stato poteva così esercitare un controllo diretto sull’insegnamento: il manuale scolastico si rivelava uno dei più validi strumenti di diffusione dell’ideologia fascista in numerose famiglie, dove forse entrava come unico libro. La scuola diventa il più efficace strumento per l’organizzazione del consenso di massa. Ed è proprio la scuola elementare il primo e più importante gradino di un lungo processo di irreggimentazione e indottrinamento il cui obiettivo primario era quello di costruire futuri soldati, uomini ciecamente pronti a “credere, obbedire e combattere”.
“L’Opera nazionale balilla per l’assistenza e per l’educazione fisica e morale della gioventù” veniva governato a livello nazionale da un “Consiglio centrale”, invece a livello locale dal “Comitato provinciale”. Il consiglio centrale era composto da un presidente, da un vice presidente e da ventitré consiglieri, nominati con decreto reale su proposta del capo del governo primo ministro. Il presidente era scelto tra gli ufficiali di grado non inferiore a quello di console generale (in servizio attivo o fuori quadro) della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Sia il presidente che il vicepresidente duravano in carica quattro anni e potevano essere riconfermati. Gli altri componenti del consiglio centrale venivano scelti fra persone specialmente competenti nelle discipline relative all’assistenza e all’educazione fisica e morale della gioventù, preferibilmente fra i soci benemeriti. Del comitato provinciale facevano parte invece il presidente e dieci consiglieri, di cui tre di diritto: -consigliere di prefettura,nominato dal prefetto; ---un insegnante di istituti medi, nominato dal provveditore agli studi della regione; -il console comandante la locale legione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Il presidente e gli altri sette componenti erano nominati dalla giunta esecutiva dell’Opera nazionale e erano scelti preferibilmente tra i soci dell’Opera stessa residenti in provincia. Il presidente ed i consiglieri avevano una durata di un quadriennio ed erano rieleggibili. Il Comitato aveva sede in locali gratuitamente forniti dalla provincia. Oltre alle esercitazioni dopo-scolastiche e ai “sabati fascisti”, l’Opera nazionale mobilitava i suoi aderenti per adunate e campi scuola (come i “campi Dux”, raduni nazionali dei migliori balilla e avanguardisti). In queste occasioni il regime fascista dava così prova di un processo di fascistizzazione della gioventù ormai compiuto. In realtà le iscrizioni all’Opera nazionale balilla non superarono mai il 50% del totale dei giovani, neppure dopo il 1937, quando la Gioventù del littorio richiese l’iscrizione obbligatoria.


2 – UN ESSERE PERVERSO POLIMORFO

“Divenuto adulto, l’uomo sa, è vero, di essere in possesso di forze maggiori, ma anche la sua comprensione dei pericoli della vita si è accresciuta ed egli ne trae giustamente la conclusione di essere rimasto, in fondo, altrettanto inerme e sprovveduto come all’epoca della sua infanzia, di essere ancora un bambino di fronte al mondo.”


Fu il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, a mettere in luce che la vita psichica del bambino è tutt’altro che elementare: sin dalle primissime fasi l’esistenza del bambino è ricca di drammi e di forti emozioni, di esperienze affettive che condizioneranno profondamente tutta la sua vita successiva. Lo sviluppo psichico dell’individuo, secondo Freud, comporta un passaggio dal dominio dell’Es (la parte inconscia che costituisce la sede degli istinti e delle pulsioni fondamentali) allo sviluppo dell’Io (la parte della coscienza che governa la percezione, la memoria, il linguaggio, e così via) e infine del Super-Io, in parte conscio e in parte inconscio, ma comunque costituito da quell’insieme di norme e valori appresi attraverso la socializzazione, soprattutto per opera della famiglia, che guidano il nostro comportamento. Nell’infanzia questa evoluzione comporta un passaggio dal dominio incontrollato del principio di piacere (dalla nascita ai 2 anni circa) alla graduale affermazione del principio di realtà (dai 3 ai 6 anni circa). Un’altra scoperta rivoluzionaria (e all’epoca scandalosa) di Freud fu che il bambino non è un angioletto asessuato, ma possiede una peculiare forma di sessualità. Freud demoli’ il pregiudizio secondo cui la sessualità apparterebbe solo all’età adulta definendo il piccolo uomo come un individuo capace di perseguire il piacere indipendentemente da scopi riproduttivi. In particolare, sostiene che lo sviluppo psicosessuale avviene attraverso 5 fasi, ciascuna caratterizzata da una specifica zona erogena: la fase orale, anale, fallica della latenza e genitale.
- La Fase Orale riguarda i primi mesi della vita di un neonato e si prolunga fino all’età di un anno e mezzo circa, in cui la zona con carica sessuale principale è la bocca. Il neonato infatti a quest’età mette tutto in bocca, e il suo scopo principale è quello di soddisfare la sua principale funzione vitale: il poppare. Durante la fase orale, la modalità fondamentale di relazione con il mondo esterno è quindi di tipo nutritivo, per questo il neonato assume un forte attaccamento al seno materno. In questa fase sorge il primo nucleo di identità: il neonato si rende conto che il seno materno non fa parte di lui, comincia quindi a distaccarsene molto gradualmente e inizia a rendersi conto della presenza di altri individui oltre alla madre che si occupano di lui. Nascono dunque i primi sentimenti di ambivalenza, inizialmente molto confusi e che nel corso della prima infanzia si trasformano nel complesso di Edipo.
- La Fase Anale riguarda invece quel periodo che va dai 18 mesi ai 3-4 anni circa. E’ l’età in cui il

bambino impara ad andare al bagno e a controllare autonomamente le funzioni escrementizie, la zona erogena diventa dunque quella dell’ano. Ci si sposta dalla funzione fisiologica del nutrimento, quindi dal seno materno e si inizia ad instaurare un rapporto educativo con i genitori. Secondo le teorie di Freud, in questa età puo nascere l’origine delle perversioni sessuali che si manifestano poi in età adulta. Se non viene instaurato un rapporto positivo con i genitori in questa fase, si possono manifestare oltre alle perversioni, anche sentimenti di possessione nei confronti di un futuro partner. C’è inoltre da ricordare che durante la fase anale il bambino inizia per la prima volta a camminare.
3 – La Fase Fallica è quella che va dai 3 ai 6 anni circa. E’ il periodo in cui il bambino inizia ad esplorare il proprio corpo, dunque i propri genitali. Si manifesta in questa fase il Complesso di Edipo in cui il bambino si innamora della madre e vorrebbe che il padre non fosse interposto a questo suo amore. In questa fase nota che la donna non ha il pene e sviluppa la paura che la punizione del padre per essersi innamorato della madre possa essere la castrazione. Le bambine allo stesso modo si innamorano del padre e vorrebbero che la madre non fosse interposta al loro amore (complesso di Elettra). La bambina noterà che la donna non ha il pene, svilupperà rabbia verso la madre per aver ricevuto la castrazione e voglia di avere il pene. In entrambi i casi (sia maschile che femminile) il bambino sviluppa un sentimento di gelosia per il genitore dello stesso sesso.
4 – La Fase Latente inizia all’età di 6 anni fino alla pubertà, riguarda dunque l’infanzia e la prima adolescenza. Il Complesso di Edipo passa in secondo piano, il bambino impara a guadagnarsi l’amore della madre cercando di assomigliare il più possibile al padre e la bambina impara a guadagnarsi l’amore del padre diventando simile alla madre. Il bambino inizia ad entrare a contatto con altri soggetti al di fuori del nucleo familiare e i genitori vengono idealizzati, sono visti come un modello da seguire. E’ in questa fase che si manifestano i primi modelli conformisti, il bambino infatti comincia a percepire i modelli che provengono dall’esterno.
5 – La Fase Genitale inizia con la pubertà e permette all’adolescente di sviluppare le relazioni con l’altro sesso con l’energia della libido concentrata nuovamente nell’area genitale. Iniziano le prime crisi adolescenziali, i giovani iniziano a scoprire l’amore come sentimento vero e proprio collegato alla sessualità e iniziano a crearsi un’identità separata da quella dei genitori. Piu la rottura con i genitori dovuta alle crisi è drastica, piu sorgono problemi in età adulta ( ricordiamo che Es, Io e Superio devono mantenere sempre un certo equilibrio per evitare problemi in futuro) .

2 – THE WORKHOUSES


“He only cried bitterly all day; and, when the long, dismal night came on, spread his little hands before his eyes to shut out the darkness, and crouching in the corner, tried to sleep: ever and anon waking with a start and tremble, and drawing himself closer and closer to the wall, as if to feel even its cold hard surface were a protection in the gloom and loneliness which surrounded him.”


The aspect of childhood faced by Charles Dickens, as already mentioned, is related to the workhouses of Victorian England. The choice of this theme is not random, but rather it takes a very important aspect of the life of Dickens. Born in the south coast of England in 1812, Dickens had a particular childhood. In 1824 his father was arrested for debt: locked up in prison, he remains here for a few months and the released thanks to a small inheritance with which the family will eliminate all his debts. During those months, the twelve-year-old Charles knows the hard work of the laborer, the exploitation of minors and the brutality of some representatives of the lower classes. The working conditions were appalling: thrown into a factory that looks like a dirty cabin infested with mice, along with some peers in the slums he must paste labels on bottles of shoe polish. These are experiences that will remain forever in the soul like a wound that never heales and that will be the background to some of his works, in particular that of young Oliver Twist. The novel, published officially in 1838, was the first novel in English to have a boy as a protagonist and one of the first examples of the social novel. Dickens describes the story of a young orphan, Oliver, who tries to survive in a society, the Victorian one, which did not protect in any way the lower classes of the population. Oliver was born in a workhouse at the beginning of 1800. His mother dies after having given birth and the baby is sent to an orphanage run by priests until the age of 8. At this point, his guardians decide that the time has come for him to return to the workhouse, but here Oliver, one night, hungry, commits the "unforgivable" mistake of asking for another ration of food. The priests then decided to send him away and they take on an apprentice with Mr. Sowberry. Here, too, Oliver is treated so badly that he decides to run away to London, where he becomes involved with a gang of thieves who lives in the slums of the city and is headed by the old Fagin. Here the story evolves until the little Oliver discovers he has a brother and an aunt (with whom he will live). Dickens attacked the social evils of his times such as poor houses, unjust courts, and the underworld. With the rise in level of poverty, workhouses run by parishes sprang up all over England to give relief to the poor but, as Dickens points out, instead of alleviating the sufferings of the poor, the officials who ran workhouses, abused their rights as individuals and caused them further misery. And in this whole sad situation Dickens reminds us that children were also involved, such as the young Oliver, who was exploited in spite of his age had to be protected. But during Victorian age that was normal, everyone had to work, unfortunately there were no distinction between adults and children.

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4 – UN MANUALE DI PEDAGOGIA E RETORICA

“Oratorem autem instituimus illum perfectum, qui esse nisi vir bonus non potest, ideoque non dicendi modo eximiam in eo facultatem, sed omnis animi virtutes exigimus”
(“Intendiamo formare l’oratore perfetto, e questo non puo essere che un uomo onesto; percio’ pretendiamo che egli non sia solo straordinariamente eloquente, ma che sia anche fornito di tutte le doti morali”.)


Quintiliano nasce nella Spagna nord-orientale fra il 30 e il 40 d.C. e studia a Roma, dove svolse poi con grande successo l’attività di avvocato e insegno’ retorica per vent’anni ottenendo importanti riconoscimenti pubblici. L'imperatore gli accordò un onorario annuo di 100.000 sesterzi, dando un concreto riconoscimento all'importanza dell'arte retorica nella formazione della gioventù e della futura "classe dirigente". Dopo vent'anni d'insegnamento, decise di abbandonare l'incarico e si dedicò alla stesura in un primo momento di un dialogo in cui espose la propria posizione sulla crescente corruzione dell'arte dell'eloquenza (l'opera perduta De causis corruptae eloquentiae), e poi dell'opera più importante, l'Institutio oratoria. Nel suo tentativo particolare di "recupero formale" della retorica, poi, Quintiliano si oppone da un lato agli eccessi del "Nuovo Stile", cioè della nuova prosa di tipo senecano (Seneca è uno dei suoi bersagli preferiti) e allo stile acceso delle declamazioni (che mirano a "movere" più che a "docere"), dall'altro al troppo scarno gusto arcaico. E propone anche qui - come altrove - il modello di Cicerone (modello di sanità di espressione che è insieme sintomo di saldezza di costumi), reinterpretato ai fini di un equilibrato contemperamento dei tre stili "subtile", "medium" e "grande". L'autore, però, sia in teoria, sia soprattutto nella pratica della sua prosa, testimonia l'indulgere a concessioni al nuovo gusto per l'irregolarità e per il colore vivace. Spesso presenta tratti bozzettistici che evidenziano il compiacimento dell'autore. Il suo intento era quello di scrivere un’opera completa e sistematica, delineando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia. L’opera tratta infatti dell’educazione di un oratore dall’infanzia alla maturità. I primi due libri sono propriamente pedagogici: trattano dell’insegnamento elementare e della base della retorica. Egli è il vero fondatore della pedagogia, dell’idea che un individuo avvii il suo processo di apprendimento sin dalla prima infanzia. Uno dei concetti basilari del pensiero di Quintiliano è che l’istruzione oratoria ha inizio dal momento in cui il bimbo, dopo la nascita, stabilisce i primi contatti con il mondo circostante, e prosegue nell’infanzia e nella prima adolescenza. Le persone con cui il bambino viene a contatto, con cui instaura dei legami affettivi e l’ambiente in cui vive agiscono sul suo sviluppo producendo effetti sia nel cuore che nella mente. Per questo Quintiliano attribuisce forte responsabilità alla figura dei genitori, degli insegnanti e della nutrice. Ed è proprio a queste persone che Quintiliano indirizza la sua opera, quindi tutti gli insegnamenti pedagogici ad essa connessi. Intorno ai 7 anni il bambino viene avviato allo studio in modo sistematico. Prima di tale età il fanciullo non deve ancora essere sottoposto a sforzo perché ciò potrebbe fargli odiare lo studio. Perciò il primo studio a cui si dedicherà sarà il leggere e lo scrivere, insegnato sotto forma quasi di gioco. Nella scuola il bambino incontra il maestro che dovrà guidarlo nella sua ascesa alla maturità.

Esso è il modello a cui gli alunni si rifanno e si propongono di imitare. Il maestro deve saper osservare attentamente i suoi alunni e comprenderne la loro intelligenza emotiva ed intellettuale per permettergli una comprensione adeguata alla loro personalità. Inoltre deve saper contemperare la sua autorità e la sua benevolenza, disconoscendo l’uso, ormai diffuso, delle punizioni corporali. Quintiliano crede che sia molto più semplice colpire i ragazzi che sbagliano con la ferula che spiegargli il motivo del loro errore. Picchiare un bambino all’epoca era una ius, un diritto, ma già Quintiliano si rendeva conto che questo atto era contrario alla dignità dell’uomo libero, indipendentemente dalla sua età. Successivamente fa una distinzione tra scuola individualizzata e scuola pubblica. L’insegnamento individuale, a suo parere, è soltanto istruzione. Egli si pone dalla parte di quello collettivo, nonostante si credeva che i bambini a scuola fossero corrotti dai cattivi esempi dei compagni e dei maestri. All’epoca infatti chiunque poteva improvvisarsi maestro, non esisteva un’abilitazione, perciò avveniva che anche liberti o schiavi fossero insegnanti malpagati e con uno scarsissimo prestigio sociale. Proprio a questo proposito Quintiliano, crede che il motivo della decadenza dell’oratoria sia da ricercare in motivi tecnici dell’educazione (carenza buoni insegnanti) e morali (degenerazione dei costumi) e non da motivi politici. Nonostante ciò la scuola è vista dal retore come una piccola società nella quale l’alunno impara a vivere anche socialmente, a suo parere, il fatto che il maestro non possa occuparsi in modo esclusivo di ogni singolo alunno non è affatto uno svantaggio, anzi risulta funzionale al processo educativo: il bambino si abitua a non dipendere incondizionatamente dall’insegnante e sviluppa una propria iniziativa personale. Impara poi a vincere la timidezza e a non temere la competizione confrontandosi continuamente con i suoi compagni e svegliando il senso dell’emulazione, del maestro e dei compagni. Un altro grande vantaggio dell’insegnamento collettivo è che spesso a scuola si allacciano amicizie destinate a durare anche tutta la vita perché basate su un comune percorso di crescita. Quintiliano specifica inoltre, sempre del primo libro, che fin dalle prime ore di scuola il maestro deve osservare attentamente i suoi alunni in modo da comprenderne le capacità intellettive. Solitamente, l’intelligenza di un bambino di denota soprattutto dalla memoria, ma anche dall’attitudine all’imitazione. Conoscendo l’indole e l’intelligenza di ogni alunno, il maestro puo e deve impostare un lavoro didattico che tenga conto delle differenze e si adatti il piu possibile alle esigenze di ciascun alunno. Per realizzare un insegnamento di questo tipo, è necessario che il maestro abbia un atteggiamento di grande apertura e disponibilità nei confronti dei ragazzi e sappia capire chi ha di fronte. Di rilevante importanza per la formazione del bambino sono anche il gioco e l’intervallo, infatti interrompere l’attività didattica serve a far riposare la mente soddisfacendo una necessità fisiologica in modo da prevenire noia e stanchezza. Ma perché risulti veramente utile, l’intervallo non deve essere né troppo breve né troppo lungo, in modo da consentire il riposo senza pero’ abituare all’inattività. E’ bene anche che queste pause siano dedicate al gioco, cosi da riuscire a osservare meglio l’indole del bambino intraprendendo un efficace intervento di tipo educativo. Quintiliano dà infine il profilo dell’alunno ideale: un ragazzino curioso e avido di sapere ma al tempo stesso disposto a seguire con fiducia i ritmi dell’insegnamento stabiliti dal maestro; in grado di ascoltare con attenzione e di dimostrare attraverso domande pertinenti di aver capito ed assimilato la lezione. Tra gli aspetti piu curiosi dell’intera opera pedagogica di Quintiliano c’è il fatto che tutte le sue argomentazioni sono state confermate dalle analisi, con un metodo decisamente piu formale e scientifico, effettuate dagli studi della psicopedagogia moderna.


5 – IL FANCIULLINO


“E’ dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi”


Pascoli afferma, riprendendo un mito platonico: "È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi [...] ma lagrime ancora e tripudi suoi". Il fanciullino è dunque una voce nascosta nel profondo di ciascun uomo, che si pone in contatto con il mondo attraverso l'immaginazione e la sensibilità. Nato a San Mauro di Romagna nel 1855, Giovanni Pascoli appartiene ad una famiglia benestante. La sua gioventu fu abbastanza difficile, fu segnata infatti da una serie di lutti: per prima la morte del padre, successivamente della madre, della sorella maggiore e dei due fratelli. Questi tristi episodi lo rendono da subito consapevole della sofferenza e del male, dell’ingiustizia che c’è nel mondo e lo portano a reagire cercando di farsi il piu possibile coraggio. E’ forse anche per questo che affronta spesso la tematica del nido familiare, al quale è molto attaccato. Pascoli infatti ritiene che sia l’unico “posto” sicuro, dove non c’è male e dove ci si puo proteggere dal mondo esterno, quello degli adulti, che appare all’autore minaccioso e pieno di insidie. L’idea del poeta visto come un fanciullino nasce dalla visione che Pascoli ha del mondo: una visione che rispecchia la crisi del Positivismo, il poeta ha infatti una profonda sfiducia nella scienza vista come strumento di interpretazione della realtà. Come per tanti della sua epoca che vivono la stessa crisi, anche per lui, al di là dei confini limitati raggiunti con l’indagine scientifica, c’è sempre l’ignoto, il mistero, l’inconscio verso cui l’anima si interessa. Pascoli ha una visione frantumata e disgregata del mondo, e nel saggio il fanciullino (pubblicato sul “Marzocco” del 1897) esprime quelle che sono le basi della sua poetica. Il poeta per Pascoli coincide con il fanciullo che sopravvive del profondo di ogni uomo, che dà nome alle cose e trovandosi in presenza del “mondo novello”, usa delle “novelle parole”, che utilizzi cioè un linguaggio diverso da quello abituale. In tutti noi c’è un fanciullo che durante l’infanzia fa sentire la sua voce, la quale si confonde con la nostra, mentre in età adulta a causa della lotta per la vita si fa sentire meno, per cui il momento veramente poetico è in definitiva quello dell’infanzia. Difatti il fanciullo vede tutto per la prima volta, quindi con meraviglia; scopre la poesia che c’è nelle cose, queste stesse gli rivelano il loro sorriso, le loro lacrime, per cui il poeta non ha bisogno di creare nulla di nuovo, ma scopre quello che già c'è in natura. La poesia si presenta quindi con un carattere non razionale, ma intuitivo. L’atteggiamento del fanciullo gli permette di penetrare nel mistero della realtà, mistero colto non attraverso la logica, ma attraverso l’intuizione ed espresso con linguaggio non razionale ma fondato sull’analogia e sul simbolo. Grazie al suo modo alogico di vedere le cose, il poeta-fanciullo, ci fa sprofondare, secondo Pascoli, nell’ “abisso della verità”. Non solo, il fanciullino scopre nelle cose “le somiglianze e le relazioni piu ingegnose”, il poeta dunque sembra quasi un veggente, dotato di una vista piu acuta rispetto a quella degli uomini comuni, che puo andare oltre alle INTRODUZIONE

L’infanzia è una fase della vita spesso denominata “età dell’oro” o “paradiso perduto” per indicare la beatitudine, l’armonia e la pace che la caratterizzano. I mass media, la televisione e la pubblicità costituiscono e diffondono immagini di bambini sempre sani, belli, gioiosi e vestiti all’ultima moda. Ma l’età infantile è davvero per tutti uno stato di felicità naturale? La visione di un’infanzia come paradiso perduto è realistica oppure si tratta di un’ invenzione, di un’illusione? Nel periodo dell’infanzia, esistono numerose fonti di rischio per il corretto sviluppo del bambino. In questo periodo, infatti, si generano la maggior parte delle condizioni che determineranno la corretta formazione di un individuo sano. Freud cercò infatti, tramite la sua teoria sulla sessualità infantile, di dimostrare come nel bambino vi fossero i germi di tutte le perversioni dell’età adulta. Respinse la convinzione che il bambino fosse un “angioletto asessuato” e lo definì un “essere perverso polimorfo”: perverso, nel senso freudiano, poiché tende a conseguire il piacere senza scopi riproduttivi; polimorfo, in quanto per farlo si serve di tutti gli organi corporei possibili. Alla fine dell’infanzia c’è poi il difficile periodo della pubertà, il passaggio quindi all’età adulta, un tema affrontato artisticamente da Munch, che spesso provoca non pochi problemi negli animi dei giovani. Ma tra i problemi piu evidenti del periodo infantile, tuttora mantenuti quasi esclusivamente nelle aree sottosviluppate dei paesi poveri, vi è il lavoro infantile. Charles Dickens ad esempio, nel suo romanzo Oliver Twist ci mostra come, nell’Inghilterra del primo ‘800, i bambini erano considerati non un elemento da educare in vista del futuro, bensi come un individuo da sfruttare sin dal principio per ogni tipo di lavoro. Prima del ‘900, il bambino era percepito come un individuo da rendere adulto il prima possibile, per questo non era valorizzato il periodo infantile. A seconda della classe sociale le visioni erano diverse, per quanto riguarda le classi più agiate il bambino era circondato da parenti che avevano un ruolo ben definito nella sua vita mentre nelle classi contadine, nella maggior parte dei casi fin dai primi anni di vita il bambino era spinto a lavorare. Solo nei primi anni del ‘900 la crescente necessità di avere una classe operaia specializzata e il bisogno di creare senso nazionale spinse lo stato ad investire sull’istruzione pubblica, posticipando l’entrata nel mondo del lavoro per i giovani. L’esempio piu evidente è senz’altro quello di Mussolini, il cui obbiettivo era quello di creare una società Fascista con componenti preparati sia militarmente che psicologicamente. Prima del ventesimo secolo, l’istruzione dei bambini, quando c’era, era mirata semplicemente alla formazione intellettuale in un determinato ambito piuttosto che in vista della società futura. Ne è un esempio l’autore latino Marco Fabio Quintiliano che nell’unica sua opera a noi pervenuta si occupa dell’insegnamento elementare e della base della retorica. Egli è il vero fondatore della pedagogia: dell’idea che un individuo avvii il suo processo di apprendimento sin dalla prima infanzia. Ma al di là dell’aspetto prettamente economico e sociale, c’è da ricordare che il bambino è un individuo come tutti gli altri, una persona che ha bisogno di vivere la propria vita senza bruciare alcuna tappa, “L’infanzia non è semplicemente un tempo di preparazione alla vita, ma è già vita essa stessa.” (cit. Peter Rosegger). E non sono in pochi a pensare che la vita del bambino sia la piu bella, quella in cui tutto è meraviglioso e ogni cosa suscita ingenuo stupore. Tra i sostenitori di questa idea troviamo il poeta e scrittore italiano Giovanni Pascoli, convinto fermamente che la visione del mondo del “fanciullino” sia la piu vera e l’unica in grado di creare poesia.
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1 – I FASCISTI DEL DOMANI


“La scuola italiana in tutti i suoi gradi e i suoi insegnamenti si ispiri alle idealità del Fascismo, educhi la gioventù italiana a comprendere il Fascismo, a nobilitarsi nel Fascismo e a vivere nel clima storico creato dalla Rivoluzione Fascista”

Tra gli ideali del nostro paese, qualche decennio fa, c’era l’idea di creare l’italiano nuovo, colui che avrebbe portato avanti la politica fascista di Benito Mussolini. Si voleva infatti creare l’immagine di una società dinamica, indirizzata verso obbiettivi grandiosi, inserendo i giovani in un rigido sistema centralizzato e gerarchico. Divise, marce, esercitazioni, disciplina erano gli strumenti per la formazione dell’ “italiano nuovo’’ voluto da Mussolini. Un ruolo molto importate nell’indottrinamento dei bambini fu la creazione dell’ONB (Opera Nazionale Balilla).
L’ONB era un’istituzione fascista complementare all’istituzione scolastica finalizzata all’assistenza, all’educazione fisica e morale della gioventù. Fu fondata nel 1926 da Benito Mussolini e sciolta nel 1937, quando per ordine del Duce confluì nella Gioventù italiana del littorio (GIL). Il suo nome deriva da quello di Giovan Battista Perasso detto Balilla, un giovane di origini genovesi che nel 1746, secondo la tradizione, avrebbe dato inizio alla rivolta contro gli Austriaci che occupavano quelle zone. La sua era un’immagine di modello rivoluzionario molto cara al regime fascista.
Già alle origini del fascismo, ci fu una prima idea di cambiamento e rinnovamento di tutte le istituzioni dello stato italiano, compresa la scuola. Infatti, tra il 1919 e il 1922 si formarono i primi nuclei studenteschi fascisti: le Avanguardie Giovanili Fasciste e i Gruppi Universitari Fascisti (GUF).
Dopo la Marcia su Roma e l’inizio della fase totalitaria del fascismo, ci fu il problema di organizzare il consenso delle masse e di fascistizzare la società. Per questo nel 1926 Mussolini diede il compito a Renato Ricci di riorganizzare la gioventù italiana sia moralmente sia fisicamente. Con la legge numero 2247, del 3 aprile 1926, si sancì la nascita dell’ONB, mentre nel 1927 il regime fascista sciolse tutte le organizzazioni giovanili non fasciste.
L’ONB era stata concepita dai fascisti come uno strumento di penetrazione nelle istituzioni scolastiche e mirava non solo all’educazione spirituale, culturale e religiosa, ma anche all’istruzione premilitare, ginnico-sportiva, professionale e tecnica. Scopo dell’ONB era infondere nei giovani il sentimento della disciplina e dell’educazione militare rendendoli consapevoli della loro italianità, aveva il compito di “formare la coscienza e il pensiero di coloro che saranno i fascisti di domani”.. L’ONB comprendeva ragazzi e ragazze dai 6 ai 18 anni. Era suddivisa nel seguente modo:
Figli della Lupa: ragazzi e ragazze dai 4 agli 8 anni (aggiunti in seguito all’ONB nel 1934);
Balilla: ragazzi dagli 8 ai 14 anni;
Piccole italiane : ragazze dagli 8 ai 14 anni;
Avanguardisti: ragazzi dai 14 ai 18 anni, nei quali veniva curato la preparazione militare dei giovani;
Giovani Italiane: ragazze dai 14 ai 18 anni. Esisteva inoltre un’alternativa ai Balilla: i marinaretti, un’istituzione premarinara alla quale si accedeva dopo aver ottenuto il nulla osta dalla propria Legione di appartenenza. Tutti gli appartenenti all’ONB avevano una divisa che consisteva in una camicia nera, un fazzoletto azzurro, un pantalone grigioverde, un fascia nera e il fez. Inoltre durante le esercitazioni i ragazzi erano dotati di un moschetto (in versione giocattolo per i Figli della lupa).


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I ragazzi quindi ricevevano un insegnamento prettamente militare, in quanto destinati in un prossimo futuro a formare le nuove file della Milizia (MVSN) e iscriversi al Partito. Il tutto passava attraverso il rito della Leva fascista che si teneva sempre il 24 maggio, anniversario dell’entrate in guerra dell’Italia. Le ragazze invece raccolte nelle “Piccole Italiane” prima e nelle “Giovani italiane” in seguito, ricevevano un insegnamento adatto alla loro età e al loro sesso, in quanto future donne della società fascista. Di conseguenza le loro attività comprendevano corsi di taglio e cucito, di ricamo, corsi di igiene, pronto soccorso, economia domestica, esercizio fisico.
Nel 1935 Mussolini istituisce il “sabato fascista”; la giornata lavorativa del sabato veniva interrotta alle ore tredici per permettere che venisse praticata la ginnastica e l’attività fisica, per mantenersi in forma e per dare sfoggio della propria abilità.
I ragazzi che appartenevano alle organizzazioni fasciste, vestiti tutti in divisa, dovevano seguire corsi di dottrina fascista e compiere esercizi ginnici: volteggi, maneggiare il moschetto, lanciarsi attraverso cerchi di fuoco. Le ragazze invece, in camicetta bianca e gonna nera, facevano roteare cerchi, clave, bandiere e si esibivano nella corsa e nel salto. Era questo l’ordinamento dell’insegnamento al tempo del fascismo. Nelle scuole era previsto un solo testo per ciascuna delle prime due classi e due testi separati (libro di lettura e sussidiario) per le tre classi rimanenti. Con il Testo unico lo Stato poteva così esercitare un controllo diretto sull’insegnamento: il manuale scolastico si rivelava uno dei più validi strumenti di diffusione dell’ideologia fascista in numerose famiglie, dove forse entrava come unico libro. La scuola diventa il più efficace strumento per l’organizzazione del consenso di massa. Ed è proprio la scuola elementare il primo e più importante gradino di un lungo processo di irreggimentazione e indottrinamento il cui obiettivo primario era quello di costruire futuri soldati, uomini ciecamente pronti a “credere, obbedire e combattere”.
“L’Opera nazionale balilla per l’assistenza e per l’educazione fisica e morale della gioventù” veniva governato a livello nazionale da un “Consiglio centrale”, invece a livello locale dal “Comitato provinciale”. Il consiglio centrale era composto da un presidente, da un vice presidente e da ventitré consiglieri, nominati con decreto reale su proposta del capo del governo primo ministro. Il presidente era scelto tra gli ufficiali di grado non inferiore a quello di console generale (in servizio attivo o fuori quadro) della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Sia il presidente che il vicepresidente duravano in carica quattro anni e potevano essere riconfermati. Gli altri componenti del consiglio centrale venivano scelti fra persone specialmente competenti nelle discipline relative all’assistenza e all’educazione fisica e morale della gioventù, preferibilmente fra i soci benemeriti. Del comitato provinciale facevano parte invece il presidente e dieci consiglieri, di cui tre di diritto: -consigliere di prefettura,nominato dal prefetto; ---un insegnante di istituti medi, nominato dal provveditore agli studi della regione; -il console comandante la locale legione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Il presidente e gli altri sette componenti erano nominati dalla giunta esecutiva dell’Opera nazionale e erano scelti preferibilmente tra i soci dell’Opera stessa residenti in provincia. Il presidente ed i consiglieri avevano una durata di un quadriennio ed erano rieleggibili. Il Comitato aveva sede in locali gratuitamente forniti dalla provincia. Oltre alle esercitazioni dopo-scolastiche e ai “sabati fascisti”, l’Opera nazionale mobilitava i suoi aderenti per adunate e campi scuola (come i “campi Dux”, raduni nazionali dei migliori balilla e avanguardisti). In queste occasioni il regime fascista dava così prova di un processo di fascistizzazione della gioventù ormai compiuto. In realtà le iscrizioni all’Opera nazionale balilla non superarono mai il 50% del totale dei giovani, neppure dopo il 1937, quando la Gioventù del littorio richiese l’iscrizione obbligatoria.

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2 – UN ESSERE PERVERSO POLIMORFO

“Divenuto adulto, l’uomo sa, è vero, di essere in possesso di forze maggiori, ma anche la sua comprensione dei pericoli della vita si è accresciuta ed egli ne trae giustamente la conclusione di essere rimasto, in fondo, altrettanto inerme e sprovveduto come all’epoca della sua infanzia, di essere ancora un bambino di fronte al mondo.”


Fu il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, a mettere in luce che la vita psichica del bambino è tutt’altro che elementare: sin dalle primissime fasi l’esistenza del bambino è ricca di drammi e di forti emozioni, di esperienze affettive che condizioneranno profondamente tutta la sua vita successiva. Lo sviluppo psichico dell’individuo, secondo Freud, comporta un passaggio dal dominio dell’Es (la parte inconscia che costituisce la sede degli istinti e delle pulsioni fondamentali) allo sviluppo dell’Io (la parte della coscienza che governa la percezione, la memoria, il linguaggio, e così via) e infine del Super-Io, in parte conscio e in parte inconscio, ma comunque costituito da quell’insieme di norme e valori appresi attraverso la socializzazione, soprattutto per opera della famiglia, che guidano il nostro comportamento. Nell’infanzia questa evoluzione comporta un passaggio dal dominio incontrollato del principio di piacere (dalla nascita ai 2 anni circa) alla graduale affermazione del principio di realtà (dai 3 ai 6 anni circa). Un’altra scoperta rivoluzionaria (e all’epoca scandalosa) di Freud fu che il bambino non è un angioletto asessuato, ma possiede una peculiare forma di sessualità. Freud demoli’ il pregiudizio secondo cui la sessualità apparterebbe solo all’età adulta definendo il piccolo uomo come un individuo capace di perseguire il piacere indipendentemente da scopi riproduttivi. In particolare, sostiene che lo sviluppo psicosessuale avviene attraverso 5 fasi, ciascuna caratterizzata da una specifica zona erogena: la fase orale, anale, fallica della latenza e genitale.
- La Fase Orale riguarda i primi mesi della vita di un neonato e si prolunga fino all’età di un anno e mezzo circa, in cui la zona con carica sessuale principale è la bocca. Il neonato infatti a quest’età mette tutto in bocca, e il suo scopo principale è quello di soddisfare la sua principale funzione vitale: il poppare. Durante la fase orale, la modalità fondamentale di relazione con il mondo esterno è quindi di tipo nutritivo, per questo il neonato assume un forte attaccamento al seno materno. In questa fase sorge il primo nucleo di identità: il neonato si rende conto che il seno materno non fa parte di lui, comincia quindi a distaccarsene molto gradualmente e inizia a rendersi conto della presenza di altri individui oltre alla madre che si occupano di lui. Nascono dunque i primi sentimenti di ambivalenza, inizialmente molto confusi e che nel corso della prima infanzia si trasformano nel complesso di Edipo.
- La Fase Anale riguarda invece quel periodo che va dai 18 mesi ai 3-4 anni circa. E’ l’età in cui il
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bambino impara ad andare al bagno e a controllare autonomamente le funzioni escrementizie, la zona erogena diventa dunque quella dell’ano. Ci si sposta dalla funzione fisiologica del nutrimento, quindi dal seno materno e si inizia ad instaurare un rapporto educativo con i genitori. Secondo le teorie di Freud, in questa età puo nascere l’origine delle perversioni sessuali che si manifestano poi in età adulta. Se non viene instaurato un rapporto positivo con i genitori in questa fase, si possono manifestare oltre alle perversioni, anche sentimenti di possessione nei confronti di un futuro partner. C’è inoltre da ricordare che durante la fase anale il bambino inizia per la prima volta a camminare.
3 – La Fase Fallica è quella che va dai 3 ai 6 anni circa. E’ il periodo in cui il bambino inizia ad esplorare il proprio corpo, dunque i propri genitali. Si manifesta in questa fase il Complesso di Edipo in cui il bambino si innamora della madre e vorrebbe che il padre non fosse interposto a questo suo amore. In questa fase nota che la donna non ha il pene e sviluppa la paura che la punizione del padre per essersi innamorato della madre possa essere la castrazione. Le bambine allo stesso modo si innamorano del padre e vorrebbero che la madre non fosse interposta al loro amore (complesso di Elettra). La bambina noterà che la donna non ha il pene, svilupperà rabbia verso la madre per aver ricevuto la castrazione e voglia di avere il pene. In entrambi i casi (sia maschile che femminile) il bambino sviluppa un sentimento di gelosia per il genitore dello stesso sesso.
4 – La Fase Latente inizia all’età di 6 anni fino alla pubertà, riguarda dunque l’infanzia e la prima adolescenza. Il Complesso di Edipo passa in secondo piano, il bambino impara a guadagnarsi l’amore della madre cercando di assomigliare il più possibile al padre e la bambina impara a guadagnarsi l’amore del padre diventando simile alla madre. Il bambino inizia ad entrare a contatto con altri soggetti al di fuori del nucleo familiare e i genitori vengono idealizzati, sono visti come un modello da seguire. E’ in questa fase che si manifestano i primi modelli conformisti, il bambino infatti comincia a percepire i modelli che provengono dall’esterno.
5 – La Fase Genitale inizia con la pubertà e permette all’adolescente di sviluppare le relazioni con l’altro sesso con l’energia della libido concentrata nuovamente nell’area genitale. Iniziano le prime crisi adolescenziali, i giovani iniziano a scoprire l’amore come sentimento vero e proprio collegato alla sessualità e iniziano a crearsi un’identità separata da quella dei genitori. Piu la rottura con i genitori dovuta alle crisi è drastica, piu sorgono problemi in età adulta ( ricordiamo che Es, Io e Superio devono mantenere sempre un certo equilibrio per evitare problemi in futuro) .

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4 – UN MANUALE DI PEDAGOGIA E RETORICA

“Oratorem autem instituimus illum perfectum, qui esse nisi vir bonus non potest, ideoque non dicendi modo eximiam in eo facultatem, sed omnis animi virtutes exigimus”
(“Intendiamo formare l’oratore perfetto, e questo non puo essere che un uomo onesto; percio’ pretendiamo che egli non sia solo straordinariamente eloquente, ma che sia anche fornito di tutte le doti morali”.)


Quintiliano nasce nella Spagna nord-orientale fra il 30 e il 40 d.C. e studia a Roma, dove svolse poi con grande successo l’attività di avvocato e insegno’ retorica per vent’anni ottenendo importanti riconoscimenti pubblici. L'imperatore gli accordò un onorario annuo di 100.000 sesterzi, dando un concreto riconoscimento all'importanza dell'arte retorica nella formazione della gioventù e della futura "classe dirigente". Dopo vent'anni d'insegnamento, decise di abbandonare l'incarico e si dedicò alla stesura in un primo momento di un dialogo in cui espose la propria posizione sulla crescente corruzione dell'arte dell'eloquenza (l'opera perduta De causis corruptae eloquentiae), e poi dell'opera più importante, l'Institutio oratoria. Nel suo tentativo particolare di "recupero formale" della retorica, poi, Quintiliano si oppone da un lato agli eccessi del "Nuovo Stile", cioè della nuova prosa di tipo senecano (Seneca è uno dei suoi bersagli preferiti) e allo stile acceso delle declamazioni (che mirano a "movere" più che a "docere"), dall'altro al troppo scarno gusto arcaico. E propone anche qui - come altrove - il modello di Cicerone (modello di sanità di espressione che è insieme sintomo di saldezza di costumi), reinterpretato ai fini di un equilibrato contemperamento dei tre stili "subtile", "medium" e "grande". L'autore, però, sia in teoria, sia soprattutto nella pratica della sua prosa, testimonia l'indulgere a concessioni al nuovo gusto per l'irregolarità e per il colore vivace. Spesso presenta tratti bozzettistici che evidenziano il compiacimento dell'autore. Il suo intento era quello di scrivere un’opera completa e sistematica, delineando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia. L’opera tratta infatti dell’educazione di un oratore dall’infanzia alla maturità. I primi due libri sono propriamente pedagogici: trattano dell’insegnamento elementare e della base della retorica. Egli è il vero fondatore della pedagogia, dell’idea che un individuo avvii il suo processo di apprendimento sin dalla prima infanzia. Uno dei concetti basilari del pensiero di Quintiliano è che l’istruzione oratoria ha inizio dal momento in cui il bimbo, dopo la nascita, stabilisce i primi contatti con il mondo circostante, e prosegue nell’infanzia e nella prima adolescenza. Le persone con cui il bambino viene a contatto, con cui instaura dei legami affettivi e l’ambiente in cui vive agiscono sul suo sviluppo producendo effetti sia nel cuore che nella mente. Per questo Quintiliano attribuisce forte responsabilità alla figura dei genitori, degli insegnanti e della nutrice. Ed è proprio a queste persone che Quintiliano indirizza la sua opera, quindi tutti gli insegnamenti pedagogici ad essa connessi. Intorno ai 7 anni il bambino viene avviato allo studio in modo sistematico. Prima di tale età il fanciullo non deve ancora essere sottoposto a sforzo perché ciò potrebbe fargli odiare lo studio. Perciò il primo studio a cui si dedicherà sarà il leggere e lo scrivere, insegnato sotto forma quasi di gioco. Nella scuola il bambino incontra il maestro che dovrà guidarlo nella sua ascesa alla maturità.
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Esso è il modello a cui gli alunni si rifanno e si propongono di imitare. Il maestro deve saper osservare attentamente i suoi alunni e comprenderne la loro intelligenza emotiva ed intellettuale per permettergli una comprensione adeguata alla loro personalità. Inoltre deve saper contemperare la sua autorità e la sua benevolenza, disconoscendo l’uso, ormai diffuso, delle punizioni corporali. Quintiliano crede che sia molto più semplice colpire i ragazzi che sbagliano con la ferula che spiegargli il motivo del loro errore. Picchiare un bambino all’epoca era una ius, un diritto, ma già Quintiliano si rendeva conto che questo atto era contrario alla dignità dell’uomo libero, indipendentemente dalla sua età. Successivamente fa una distinzione tra scuola individualizzata e scuola pubblica. L’insegnamento individuale, a suo parere, è soltanto istruzione. Egli si pone dalla parte di quello collettivo, nonostante si credeva che i bambini a scuola fossero corrotti dai cattivi esempi dei compagni e dei maestri. All’epoca infatti chiunque poteva improvvisarsi maestro, non esisteva un’abilitazione, perciò avveniva che anche liberti o schiavi fossero insegnanti malpagati e con uno scarsissimo prestigio sociale. Proprio a questo proposito Quintiliano, crede che il motivo della decadenza dell’oratoria sia da ricercare in motivi tecnici dell’educazione (carenza buoni insegnanti) e morali (degenerazione dei costumi) e non da motivi politici. Nonostante ciò la scuola è vista dal retore come una piccola società nella quale l’alunno impara a vivere anche socialmente, a suo parere, il fatto che il maestro non possa occuparsi in modo esclusivo di ogni singolo alunno non è affatto uno svantaggio, anzi risulta funzionale al processo educativo: il bambino si abitua a non dipendere incondizionatamente dall’insegnante e sviluppa una propria iniziativa personale. Impara poi a vincere la timidezza e a non temere la competizione confrontandosi continuamente con i suoi compagni e svegliando il senso dell’emulazione, del maestro e dei compagni. Un altro grande vantaggio dell’insegnamento collettivo è che spesso a scuola si allacciano amicizie destinate a durare anche tutta la vita perché basate su un comune percorso di crescita. Quintiliano specifica inoltre, sempre del primo libro, che fin dalle prime ore di scuola il maestro deve osservare attentamente i suoi alunni in modo da comprenderne le capacità intellettive. Solitamente, l’intelligenza di un bambino di denota soprattutto dalla memoria, ma anche dall’attitudine all’imitazione. Conoscendo l’indole e l’intelligenza di ogni alunno, il maestro puo e deve impostare un lavoro didattico che tenga conto delle differenze e si adatti il piu possibile alle esigenze di ciascun alunno. Per realizzare un insegnamento di questo tipo, è necessario che il maestro abbia un atteggiamento di grande apertura e disponibilità nei confronti dei ragazzi e sappia capire chi ha di fronte. Di rilevante importanza per la formazione del bambino sono anche il gioco e l’intervallo, infatti interrompere l’attività didattica serve a far riposare la mente soddisfacendo una necessità fisiologica in modo da prevenire noia e stanchezza. Ma perché risulti veramente utile, l’intervallo non deve essere né troppo breve né troppo lungo, in modo da consentire il riposo senza pero’ abituare all’inattività. E’ bene anche che queste pause siano dedicate al gioco, cosi da riuscire a osservare meglio l’indole del bambino intraprendendo un efficace intervento di tipo educativo. Quintiliano dà infine il profilo dell’alunno ideale: un ragazzino curioso e avido di sapere ma al tempo stesso disposto a seguire con fiducia i ritmi dell’insegnamento stabiliti dal maestro; in grado di ascoltare con attenzione e di dimostrare attraverso domande pertinenti di aver capito ed assimilato la lezione. Tra gli aspetti piu curiosi dell’intera opera pedagogica di Quintiliano c’è il fatto che tutte le sue argomentazioni sono state confermate dalle analisi, con un metodo decisamente piu formale e scientifico, effettuate dagli studi della psicopedagogia moderna.

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5 – IL FANCIULLINO


“E’ dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi”


Pascoli afferma, riprendendo un mito platonico: "È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi [...] ma lagrime ancora e tripudi suoi". Il fanciullino è dunque una voce nascosta nel profondo di ciascun uomo, che si pone in contatto con il mondo attraverso l'immaginazione e la sensibilità. Nato a San Mauro di Romagna nel 1855, Giovanni Pascoli appartiene ad una famiglia benestante. La sua gioventu fu abbastanza difficile, fu segnata infatti da una serie di lutti: per prima la morte del padre, successivamente della madre, della sorella maggiore e dei due fratelli. Questi tristi episodi lo rendono da subito consapevole della sofferenza e del male, dell’ingiustizia che c’è nel mondo e lo portano a reagire cercando di farsi il piu possibile coraggio. E’ forse anche per questo che affronta spesso la tematica del nido familiare, al quale è molto attaccato. Pascoli infatti ritiene che sia l’unico “posto” sicuro, dove non c’è male e dove ci si puo proteggere dal mondo esterno, quello degli adulti, che appare all’autore minaccioso e pieno di insidie. L’idea del poeta visto come un fanciullino nasce dalla visione che Pascoli ha del mondo: una visione che rispecchia la crisi del Positivismo, il poeta ha infatti una profonda sfiducia nella scienza vista come strumento di interpretazione della realtà. Come per tanti della sua epoca che vivono la stessa crisi, anche per lui, al di là dei confini limitati raggiunti con l’indagine scientifica, c’è sempre l’ignoto, il mistero, l’inconscio verso cui l’anima si interessa. Pascoli ha una visione frantumata e disgregata del mondo, e nel saggio il fanciullino (pubblicato sul “Marzocco” del 1897) esprime quelle che sono le basi della sua poetica. Il poeta per Pascoli coincide con il fanciullo che sopravvive del profondo di ogni uomo, che dà nome alle cose e trovandosi in presenza del “mondo novello”, usa delle “novelle parole”, che utilizzi cioè un linguaggio diverso da quello abituale. In tutti noi c’è un fanciullo che durante l’infanzia fa sentire la sua voce, la quale si confonde con la nostra, mentre in età adulta a causa della lotta per la vita si fa sentire meno, per cui il momento veramente poetico è in definitiva quello dell’infanzia. Difatti il fanciullo vede tutto per la prima volta, quindi con meraviglia; scopre la poesia che c’è nelle cose, queste stesse gli rivelano il loro sorriso, le loro lacrime, per cui il poeta non ha bisogno di creare nulla di nuovo, ma scopre quello che già c'è in natura. La poesia si presenta quindi con un carattere non razionale, ma intuitivo. L’atteggiamento del fanciullo gli permette di penetrare nel mistero della realtà, mistero colto non attraverso la logica, ma attraverso l’intuizione ed espresso con linguaggio non razionale ma fondato sull’analogia e sul simbolo. Grazie al suo modo alogico di vedere le cose, il poeta-fanciullo, ci fa sprofondare, secondo Pascoli, nell’ “abisso della verità”. Non solo, il fanciullino scopre nelle cose “le somiglianze e le relazioni piu ingegnose”, il poeta dunque sembra quasi un veggente, dotato di una vista piu acuta rispetto a quella degli uomini comuni, che puo andare oltre alle esperienze sensibili avvicinandosi all’ignoto e al mistero. Spesso tale fanciullino è soffocato e ignorato dal mondo esterno
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degli adulti, ma se si risveglia fa sognare a occhi aperti, fa scoprire il lato attraente e misterioso di ogni cosa, fa volare con la fantasia in mondi meravigliosi. Proprio come nel tempo dell'infanzia, tale fanciullino ha conservato la facoltà di parlare con gli alberi, i fiori, gli animali, e in qualsiasi momento si può tornare ad ascoltare la sua voce. Il fanciullino osserva le piccole-grandi cose della campagna con una prospettiva rovesciata: le cose grandi le vede piccole ( il brillare delle stelle ad esempio gli sembra un pigolio), le cose piccole invece le ingrandisce ( un ciuffo di fili d’erba gli sembra una foresta). Nella metafora di Pascoli, questo fanciullo non è una condizione anagrafica, ma è una condizione interiore. Essa rappresenta quella natura pura e ingenua, candida e innocente, che, nella psicologia di un individuo, può conservarsi anche in età avanzata; l'individuo cresce e invecchia, ma il fanciullino rimane piccolo dentro di lui, e piange e ride senza perché. L'importante è non soffocare definitivamente questa voce, che ancora vibra nella parte dell'anima rimasta, appunto, fanciulla. Parlando di tecniche invece, Se la poesia appartiene al fanciullino, è evidente che essa dovrà rinunciare all’eloquenza, alla dottrina, all’ammirazione. Il fanciullino s’ispira al canto dell’usignolo, all’arpa che tintinna; e se il fanciullino vede le cose in maniera discontinua, slegata, accosta immagini in maniera prelogica, se non irrazionale, così pure, frammentistica e analogica dovrà essere la sua poesia. Il fanciullo vede solo i primi piani, non il prima e il dopo: tutto gli appare ugualmente importante, gli sfuggono le giuste dimensioni, inoltre, il fanciullo non soffre di complessi di superiorità nei confronti della natura; le sue parole sono quelle incontaminate della gente semplice di campagna: parlate dialettali, gerghi di arti e mestieri, tutto concorre a ringiovanire l’espressione poetica.


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6 – DALL’ETA’ INFANTILE ALL’ETA’ ADULTA

Autore Edvard Munch

Data 1894-1895

Tecnica olio su tela

Dimensioni 151,5 cm × 110 cm
Ubicazione Galleria nazionale, Oslo

Il delicatissimo momento di passaggio dall’età infantile a quella adulta ed i sentimenti di cambiamento e paura che questo rappresenta è un tema affrontato anche artisticamente. Ne è un esempio il quadro “la Pubertà” di Edvard Munch, un olio su tela realizzato tra il 1894 e il 1895. Protagonista del dipinto è una giovane donna, adolescente, seduta su un letto in primo piano, nuda nel’atto di coprirsi il pube. I colori sono piuttosto scuri e vi è un uso efficace del rosso (il colore dei capelli della ragazza, che richiama quello del sangue, con un evidente rimando alla pubescenza). La leggera inclinazione del corpo e l’incrocio delle mani all’altezza del bacino, sono gli unici espedienti che conferiscono un accenno di dinamismo, rompendo così la fissità dell’immagine. La scena è molto essenziale: la figura umana occupa gran parte dello spazio, in cui possiamo riconoscere solamente il letto con le lenzuola bianche, unico oggetto presente sulla tela. La stanza si risolve sullo sfondo in una parete scura, la quale colore accentua il senso opprimente, quasi claustrofobico, già suggerito dalla verticalità che stringe la visuale. Munch ne La pubertà evita l’inserimento di ogni elemento superfluo, come la caratterizzazione degli ambienti, marcando in questo modo il sentimento di solitudine che questa giovane donna deve provare nei confronti della sua condizione: la fase in cui psicologicamente si è ancora legati all’infanzia, ma in cui il corpo cambia così in fretta da rendere ogni emozione, ogni sensazione nuova e incomprensibile. Questa adolescente è terrorizzata, è sola nella sua camera, luogo più intimo della casa, in cui si è soli con se stessi; la sua figura getta una forte ombra scura sulla parete di fondo, creando un contrasto tra il chiarore della giovane pelle nuda ed il nero che questa proietta, che può essere letto come raffigurazione di un sentimento di angoscia e confusione, ma anche come prefigurazione delle difficoltà della vita dopo l’abbandono della spensieratezza infantile. In quest’opera Munch dipinge un tema fino ad allora fortemente connesso ad implicazioni psicologiche, ma non bisogna dimenticare anche la volontà da parte del pittore di affrontare un argomento così associato a tabù e divieti sociali, richiamato nella nudità di una ragazza troppo giovane per mostrarsi, come nello spavento che questa manifesta nel dover affrontare l’inizio di una nuova fase, in cui tutto appare già prestabilito: il dover essere moglie, madre, e la consapevolezza che si sta per affrontare il percorso di una vita che, inevitabilmente, porterà alla morte. Centro dell'interesse di Munch è infatti l'uomo,il dramma del suo esistere, del suo essere solo di fronte a tutto ciò che lo circonda: con i propri conflitti psichici e le proprie paure. La figura è realistica, il volto incerto e spaurito dice il turbamento della ragazza per il mutamento che sente compiersi nel proprio essere. Il trapasso dallo stato di fanciulla a quello di donna, il cui destino forzato è di amare, procreare, morire, non è per Munch un evento fisico-psicologico, ma un problema sociale.
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esperienze sensibili avvicinandosi all’ignoto e al mistero. Spesso tale fanciullino è soffocato e ignorato dal mondo esterno
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degli adulti, ma se si risveglia fa sognare a occhi aperti, fa scoprire il lato attraente e misterioso di ogni cosa, fa volare con la fantasia in mondi meravigliosi. Proprio come nel tempo dell'infanzia, tale fanciullino ha conservato la facoltà di parlare con gli alberi, i fiori, gli animali, e in qualsiasi momento si può tornare ad ascoltare la sua voce. Il fanciullino osserva le piccole-grandi cose della campagna con una prospettiva rovesciata: le cose grandi le vede piccole ( il brillare delle stelle ad esempio gli sembra un pigolio), le cose piccole invece le ingrandisce ( un ciuffo di fili d’erba gli sembra una foresta). Nella metafora di Pascoli, questo fanciullo non è una condizione anagrafica, ma è una condizione interiore. Essa rappresenta quella natura pura e ingenua, candida e innocente, che, nella psicologia di un individuo, può conservarsi anche in età avanzata; l'individuo cresce e invecchia, ma il fanciullino rimane piccolo dentro di lui, e piange e ride senza perché. L'importante è non soffocare definitivamente questa voce, che ancora vibra nella parte dell'anima rimasta, appunto, fanciulla. Parlando di tecniche invece, Se la poesia appartiene al fanciullino, è evidente che essa dovrà rinunciare all’eloquenza, alla dottrina, all’ammirazione. Il fanciullino s’ispira al canto dell’usignolo, all’arpa che tintinna; e se il fanciullino vede le cose in maniera discontinua, slegata, accosta immagini in maniera prelogica, se non irrazionale, così pure, frammentistica e analogica dovrà essere la sua poesia. Il fanciullo vede solo i primi piani, non il prima e il dopo: tutto gli appare ugualmente importante, gli sfuggono le giuste dimensioni, inoltre, il fanciullo non soffre di complessi di superiorità nei confronti della natura; le sue parole sono quelle incontaminate della gente semplice di campagna: parlate dialettali, gerghi di arti e mestieri, tutto concorre a ringiovanire l’espressione poetica.

6 – DALL’ETA’ INFANTILE ALL’ETA’ ADULTA

Autore Edvard Munch

Data 1894-1895

Tecnica olio su tela

Dimensioni 151,5 cm × 110 cm
Ubicazione Galleria nazionale, Oslo

Il delicatissimo momento di passaggio dall’età infantile a quella adulta ed i sentimenti di cambiamento e paura che questo rappresenta è un tema affrontato anche artisticamente. Ne è un esempio il quadro “la Pubertà” di Edvard Munch, un olio su tela realizzato tra il 1894 e il 1895. Protagonista del dipinto è una giovane donna, adolescente, seduta su un letto in primo piano, nuda nel’atto di coprirsi il pube. I colori sono piuttosto scuri e vi è un uso efficace del rosso (il colore dei capelli della ragazza, che richiama quello del sangue, con un evidente rimando alla pubescenza). La leggera inclinazione del corpo e l’incrocio delle mani all’altezza del bacino, sono gli unici espedienti che conferiscono un accenno di dinamismo, rompendo così la fissità dell’immagine. La scena è molto essenziale: la figura umana occupa gran parte dello spazio, in cui possiamo riconoscere solamente il letto con le lenzuola bianche, unico oggetto presente sulla tela. La stanza si risolve sullo sfondo in una parete scura, la quale colore accentua il senso opprimente, quasi claustrofobico, già suggerito dalla verticalità che stringe la visuale. Munch ne La pubertà evita l’inserimento di ogni elemento superfluo, come la caratterizzazione degli ambienti, marcando in questo modo il sentimento di solitudine che questa giovane donna deve provare nei confronti della sua condizione: la fase in cui psicologicamente si è ancora legati all’infanzia, ma in cui il corpo cambia così in fretta da rendere ogni emozione, ogni sensazione nuova e incomprensibile. Questa adolescente è terrorizzata, è sola nella sua camera, luogo più intimo della casa, in cui si è soli con se stessi; la sua figura getta una forte ombra scura sulla parete di fondo, creando un contrasto tra il chiarore della giovane pelle nuda ed il nero che questa proietta, che può essere letto come raffigurazione di un sentimento di angoscia e confusione, ma anche come prefigurazione delle difficoltà della vita dopo l’abbandono della spensieratezza infantile. In quest’opera Munch dipinge un tema fino ad allora fortemente connesso ad implicazioni psicologiche, ma non bisogna dimenticare anche la volontà da parte del pittore di affrontare un argomento così associato a tabù e divieti sociali, richiamato nella nudità di una ragazza troppo giovane per mostrarsi, come nello spavento che questa manifesta nel dover affrontare l’inizio di una nuova fase, in cui tutto appare già prestabilito: il dover essere moglie, madre, e la consapevolezza che si sta per affrontare il percorso di una vita che, inevitabilmente, porterà alla morte. Centro dell'interesse di Munch è infatti l'uomo,il dramma del suo esistere, del suo essere solo di fronte a tutto ciò che lo circonda: con i propri conflitti psichici e le proprie paure. La figura è realistica, il volto incerto e spaurito dice il turbamento della ragazza per il mutamento che sente compiersi nel proprio essere. Il trapasso dallo stato di fanciulla a quello di donna, il cui destino forzato è di amare, procreare, morire, non è per Munch un evento fisico-psicologico, ma un problema sociale.
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