
L’idea della traccia mista alla seconda prova è uno di quegli spauracchi che tornano puntuali ogni anno, soprattutto quando si avvicina il momento in cui il Ministero deve scoprire le carte.
Ed è facile capire perché: una prova scritta che incrocia due materie significa più contenuti da padroneggiare, più incognite, meno margine di controllo. Un incubo, appunto.
Ma quanto è reale questo rischio per la Maturità 2026? Molto meno di quanto sembri. Il punto è distinguere tra ciò che in teoria è possibile e ciò che nella pratica è estremamente raro.
Oltretutto va aggiunto il contesto: quest’anno l’esame cambia già parecchio assetto, tra nuove regole per l’orale, peso della condotta e ridefinizione delle materie. Aggiungere anche una seconda prova “dopata” sarebbe una scelta forte, e tutt’altro che neutra.
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La doppia materia è possibile, ma è (quasi) impossibile
Sulla carta, il Ministero dell'Istruzione e del Merito può decidere di assegnare una seconda prova su più discipline. Non è vietato, non è escluso, non è un’ipotesi fantascientifica. Ma c’è un dettaglio che pesa più di mille rassicurazioni: è successo una sola volta. Nel 2019.
Quell’anno gli studenti si trovarono davanti alla famigerata seconda prova multidisciplinare. Cosa che, per lo scientifico, significò affrontare matematica e fisica insieme, un accoppiamento tutt’altro che morbido. E non se la passarono meglio i maturandi classici, che se la videro con latino e greco.
I dati di Skuola.net sulla Maturità del 2019, d’altronde, restituiscono un quadro piuttosto scivoloso: quasi uno studente su due giudicò la prova difficile e si registrò un picco anomalo di “copioni”, con due maturandi su cinque che ammisero di non aver fatto tutto da soli.
Un segnale evidente che la complessità della traccia aveva superato una certa soglia di sostenibilità. Da allora, nonostante le ansie cicliche, l’esperimento non è mai stato ripetuto.
Perché nel 2026 è ancora più improbabile del solito
Se già negli anni passati la traccia mista è rimasta nel cassetto, nel 2026 le probabilità scendono ulteriormente. Il motivo è semplice: la Maturità ha già cambiato pelle.
Il colloquio orale viene ristretto a quattro materie, diventando più mirato ma anche più incisivo. L’orale torna vincolante: chi non si presenta o rifiuta di sostenerlo non supera l’esame, a prescindere dagli scritti. Entra poi in gioco il voto di condotta, con una prova supplementare per chi ha il 6, basata su un elaborato di cittadinanza attiva.
Tradotto: il sistema è già carico di novità, e non marginali. In un contesto del genere, introdurre anche una seconda prova multidisciplinare significherebbe aggiungere un ulteriore fattore destabilizzante.
Difficile immaginare che il Ministero scelga consapevolmente di moltiplicare gli elementi di tensione in un anno in cui l’impianto dell’esame è già sotto osservazione.
Fine gennaio: cosa si saprà davvero e cosa no
L’unico momento in cui l’incubo potrà essere archiviato (o confermato?) è la fine di gennaio, quando verrà pubblicato il decreto con le materie della Maturità 2026.
È una finestra temporale piuttosto stabile: negli ultimi anni la comunicazione è arrivata il 26 gennaio nel 2023 e il 29 gennaio sia nel 2024 sia nel 2025.
Solo allora si saprà qual è la materia della seconda prova per ogni indirizzo e quali sono le quattro discipline che faranno da perno al colloquio orale.
Italiano, in ogni caso, è già dentro: la prima prova è obbligatoriamente coperta da un commissario e rientra sempre tra le materie dell’orale. Per alcuni indirizzi, poi, la seconda prova è di fatto già scritta, perché esiste una sola disciplina caratterizzante. Per tutti gli altri, il decreto servirà a chiudere il cerchio.
Fino ad allora, la traccia mista resta quello che è stata negli ultimi anni: più un’ombra lunga che una minaccia concreta. Ma come sempre, la certezza arriverà solo nero su bianco.