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Capitolo Ventottesimo

La conseguenza immediata del tumulto di Milano e dell'assalto ai forni fu la rovina della scorta di grano che doveva bastare fino al nuovo raccolto. Per tutta la città le botteghe erano chiuse, gli operai disoccupati, il numero degli accattoni incredibilmente accresciuto. Famiglie intere di contadini, lasciate le campagne devastate dai soldati, venivano in città a morirvi di fame. Durante l'inverno e la primavera, diecimila mendicanti furono curati a spese pubbliche nel lazzaretto, dopo scoppiò una pestilenza così acuta, che «il numero giornaliero dei morti nel lazzaretto oltrepassò in poco tempo il centinaio». Col nuovo raccolto cessa la carestia, ma intanto l'Imperatore Ferdinando, per contrastare al Duca di Nevers il possesso di Mantova, manda nel Milanese i suoi Lanzichenecchi, soldati di ventura attratti, più che dalla paga, dal desiderio di bottino e di saccheggio: gente viziosa, malvestita, sporca e con indosso la peste.

Erano 28000 fanti e 7000 cavalieri i quali, appena giunti in Italia, misero a sacco ogni paese e, ciò che non rubarono, rovinarono o distrussero. Da Colico passarono sopra Bellano, entrarono nella Valsassina, da dove, infine, «sboccarono nel territorio di Lecco».

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