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Capitolo  28 Promessi Sposi - Riassunto (2) Pag. 1
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Sintesi

Riassunto del capitolo 28 dei Promessi Sposi


Il capitolo riprende a livello cronologico le vicende del dodicesimo capitolo del Romanzo, narrando gli eventi successivi ai giorni dei tumulti di san Martino; in questo caso, il prezzo del grano, e quindi del pane, si è notevolmente abbassato e pertanto tutti i cittadini si rivolgono ai fornai esaurendo così in pochissimo tempo tutte le scorte; da questo momento la situazione precipita: gli uomini al potere non sono in grado di gestire la situazione, in quanto continuano ad emanare delle gride senza alcun senso sotto il punto di vista economico, ma solo per accontentare il popolo (addirittura si pensò di aggiungere il riso nell’impasto del pane per sopperire alla mancanza di materie prime).

Tutto ciò, unito allo sperpero e al consumo scellerato della popolazione in quel periodo, non può che portare a conseguenze catastrofiche: moltissimi cittadini, per vari motivi, si ritrovano per la strada senza una casa e senza denaro; tra questi vi sono anche alcuni bravi, per esempio, che sono stati licenziati dai rispettivi padroni e anche i contadini, che hanno trovato i loro campi e le loro dimore in campagna completamente distrutti dal passaggio momentaneo di alcune guarnigioni di soldati.
In mezzo a questa catastrofe, l’unica nota positiva è costituita dal cardinale arcivescovo Federigo Borromeo, che cerca di offrire alla popolazione cibo e denaro, anche tramite alcuni preti mandati per le città; tuttavia, il suo intervento per quanto importante non è sufficiente a risolvere tutte le difficoltà, poiché molte persone continuano a perire, chi per la fame e chi per stenti.

Una volta morte tutte queste, però, le vie della città non si spopolano affatto, in quanto queste vengono sostituite da altre in continuazione; ad un certo punto, in contrasto con il parere della Sanità pubblica, il governo sceglie per arginare il rischio della diffusione di malattie, di riunire gli accattoni nel lazzaretto, un luogo di isolamento, dove però le morti non cessano, anzi aumentano a dismisura, e le condizioni di vita si fanno sempre più dure.
Tutto ciò, però, pare essere frenato nell’estate del 1629, anche grazie al nuovo raccolto e alla diminuzione delle malattie; ma, come gli accattoni che perivano venivano sostituiti da altri, anche in questo caso arriva un’altra catastrofe a rendere il tutto più difficile: si tratta delle squadre, in tutto 20, dei lanzichenecchi agli ordini dell’Imperatore d’Austria che per raggiungere il ducato di Mantova devono passare anche per quello di Milano.

Il medico Alessandro Tadino cerca di avvertire il governo, e soprattutto il governatore, del rischio che possono portare con loro: infatti, conscio del rischio di trasmissione della peste, cerca di avvisarli di vietare l’acquisto di merce dagli stessi mercenari, ordine che però non viene recepito a dovere.
In seguito il governatore viene sollevato dal suo incarico e sostituito da Ambrogio Spinola, mentre nel settembre del 1629 i lanzichenecchi iniziano a devastare i paesi in cui mettono piede: partendo da colico, essi razziano tutto ciò che rimane a disposizione, bruciando case, stuprando le donne e compiendo altre scelleratezze (di cui però viene evidenziato dal narratore il bisogno, dato che anche le paghe dai signori di cui erano al servizio arrivavano con parecchio ritardo).
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