Introduzione
L’analisi del capitolo XXIII può essere articolata in tre direzioni: 1) Opposizioni e simmetrie 2) Trasformazione di ruoli e inizio della riparazione del male 3) Contrasto fra ideale e reale (l’Innominato e don Abbondio)
Opposizioni e simmetrie
L’incontro fra l’Innominato e il cardinale pone di fronte due esseri profondamente diverso per scelte e vicende ed anche per cultura: il visitatore appartiene al mondo delle armi, mentre Federigo appartiene a quello della cultura e dello studio. Infatti, quando l’Innominato arriva in suo cospetto, il prelato era intento a studiare come era solito sempre fare, persino nei ritagli di tempo. Ma lo stesso dinamismo e lo stesso desiderio di incontrarsi li spingono a deporre l’arma e il libro e a dialogare. La “bellezza senile” del cardinale si accosta alla vecchiaia dell’Innominato: Federigo si po0ne sullo stresso piano del suo interlocutore, accusa, anzi, se stesso e manifesta fiducia nell’altro, fino all’abbraccio fraterno che annulla i divari e riconcilia l’offensore con gli uomini e, attraverso loro, con Dio
La trasformazione dei ruoli: inizia la riparazione del male
La conversione si traduce subito in atto e affronta senza indugio il quotidiano, per riparare il male passato: ne esce una trama di mediazioni positive, prontamente organizzate dal cardinale e dall’Innominato. I due personaggi sono ora alleati concordi, capaci di coinvolgere anche gli altri nel servizio al bene, fino all’anonima donna “di cuore e di testa”, che dovrà rassicurare
Lucia e all’anonimo uomo “di giudizio” che avrà il compiti di andare a prendere Agnese. Alla congiura degli oppressori che ha trionfato nel capitolo XX, si oppone, ora, quest’opera corale di giustizia che ruota intorno all’Innominato: colui che ha rapito e fatto prigioniera Lucia sarà il suo liberatore, il complice di
don Rodrigo diventerà così il servitore degli oppressi. Il bandito violento e senza scrupoli, che non ha ancora deposto le armi, si trasforma in “soldato di Cristo”.
Il contrasto fra reale e ideale: l’Innominato e don Abbondio
Il cambiamento interiore deve subito fare i conti con l’altra faccia della realtà, con la routine di coloro che non cambiano, in un susseguirsi di occhiate e citazioni bibliche pronte a chiudere la vicenda nell’”exemplum” edificante, senza comprenderne la profonda ricchezza. Emblema della comoda vita fatta di abitudini e dell’inconsapevolezza del potere della grazia divina è ancora una volta
don Abbondio, chiamato in scena a viva forza, sottratto di nuovo dalla sua quiete e, addirittura costretto a sostituirsi al cardinale e a continuarne l’azione, fino a seguire l’Innominato a cavallo nel ritorno verso il castello, in un duetto alquanto singolare che sembra riecheggiare, in modo ironico, l’accostamento di Sancio Panza e don Chisciotte. La situazione iniziale del capitolo è pertanto capovolta: “la polifonia” del romanzo trasforma il tono alto in un registro comico-realistico, e la conversione è filtrata dalla visione grossolana della realtà che ne dà la paura di don Abbondio, diffidente della grazia e della santità e incapace di cogliere il volto nuovo del suo compagno di viaggio, come se nessuna trasformazione si fosse compiuta.