Fabrizio Del Dongo
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Indice

  1. Introduzione generale al capitolo
  2. La scena del pranzo
  3. Il discorso del conte zio
  4. Il discorso del padre provinciale
  5. La figura dell’Innominato
  6. Il binomio inganno violenza e la complicità del padre provinciale
  7. Il binomio inganno-violenza e la complicità dell’Innominato

Introduzione generale al capitolo

Il capitolo inizia con un’ironica similitudine che accosta alla mente dello zio conte l’immagine del campo mal coltivato e al nuovo progetto cresciuto in essa, il rigoglio di un’erba infestante. La riflessione fa nascere una trama di simmetrie che sboccano nella conclusione ironica. Alle risorse dell’individuo fanno riscontro, centuplicate e dominate dal calcolo, quelle di colui che socialmente è collocato al di sopra di molti individui e, in aggiunta, possiede doti che mancano al singolo: la capacità di “scansare” e l’abilità nel “salvare”. Di colpo, questo potere si trasforma, paradossalmente, in un assedio “da cento parti”. Significativo è anche l’accenno al rapporto amichevole esistente fra il padre provinciale e il conte zio. Il fatto che fa i due personaggi esisteva un’antica conoscenza viene smentito da quanto segue, che rivela la sostanziale estraneità fra i due, camuffata da convenzioni e da complimenti. Un’uguale superficialità di rapporti, deformata ad arte, è presente anche nel racconto del conte zio, quando, nel capitolo XVIII, egli rievoca l’incontro a Madrid con l’Olivares che l’aveva trattato con una attenzione particolare e ammesso alla sua confidenza, rivolgendogli delle parole molto banali.

La scena del pranzo

Si passa, quindi, alla “coreografia” del pranzo che nasconde, sotto l’apparenza innocua, il fine di accrescere il concetto e la realtà del potere del conte zio. Tutti i presenti collaborano alla messa in scena: i titolati, i cortigiani e le “ombre” che vivono soltanto nel loro annuire, con le parole e con l’anima, i come convitati de’ quali si riferisce soltanto che mangiano, tengono il capo chino, sorridono ed approvano ogni cosa. La loro disinvoltura studiata , da assimilare dunque ad un’abile noncuranza, ci fa pensare alla “sprezzatura” che li accomuna al loro modello di cortigiano rinascimentale a cui Baldesar Castiglione consigliava di evitare l’affettazione.

Il discorso del conte zio

Il discorso del conte zio è ricco di sospensioni, spesso insinuate dopo forme al condizionale o espressioni vaghe, secondo le norme di una diplomazia che rifugge da ogni definizione netta. Infatti non viene detto nulla di chiaro sui motivi che oppongono padre Cristoforo a don Rodrigo, né si fa mai cenno a Lucia. Infatti, si preferisce far credere a un pericolo tanto più grave quanto più indefinito. A queste battute si adattano alla perfezione le parole che descrivono il conte zio, al suo primo apparire: un modo di parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo del discorso, una strizzata di occhio con significato che non si può parlare, una lusinga che non promette nulla oppure una minaccia sotto una forma cerimoniosa.

Il discorso del padre provinciale

Il conte zio sembra interamente calato nel suo ruolo e soprattutto nella sua maschera e il narratore scopre i pensieri dell’altro personaggio. Il monologo silenzioso filtra la scena attraverso il punto di vista del frate e contrappone alle frasi convenzionali del dialogo la vivacità immediata delle prime reazioni, rese con una sintassi elementare ed un lessico grossolano. Per esempio, è da sottolineare il contrasto fra “quel benedetto Cristoforo” del monologo del Padre Provinciale e “il padre Cristoforo” nel discorso che segue. Nel suo discorso, il padre provinciale mostra spesso di preoccuparsi soprattutto della gloria dell’abito che indossa, ossia dell’onore dell’abito. Egli non difende un interesse personale, ma il prestigio dell’Ordine, più importante ai suoi occhi dei casi dei suoi frati La difesa e l’abbandono di padre Cristoforo sono subordinati a questo fine. Quando il conte zio riferisce che padre Cristoforo “si è messo a cozzare” contro il nipote don Rodrigo, l’atmosfera cambia. La sorpresa viene espressa direttamente nelle parole del padre provinciale, senza più la mediazione di un monologo. Come già era avvenuto per don Abbondio e per l’Azzecca-garbugli, il frate è scosso nel sentire proferire il nome di don Rodrigo, poiché esso sembra concentrare ogni forma possibile di minaccia. La capitolazione del padre provinciale ha così inizio. l’ipotesi “se il padre Cristoforo avrà mancato…” corrisponde ad una prima concessione a cui ne faranno seguito molte altre. Anche il linguaggio subisce modifiche: si ritorno all’appellativo “vostra magnificenza” che inizialmente era stato abbandonato per “signor conte”.
La morale del conte zio è assai discutibile. Innanzitutto, egli propone delle misure immediate senza fare, prima, degli accertamenti. Egli sollecita dal padre provinciale una specie di alleanza familiare dei vecchi contro i giovani, sottolineando le affinità che crede di vedere tra sé e il padre provinciale e fra Rodrigo e un Padre Cristoforo a suo giudizio, entrambi alquanto scapestrati. Solo per un attimo, affiora la natura nascosta del conte; nel colloquio con Attilio, c’è un’espressione di malinconia, in quello con padre provinciale affiora il sospiro e la rassegnazione della vecchiaia, vista soprattutto come un ostacolo ad un ulteriore sviluppo della carriera. Solo in questa circostanza la finzione sparisce.

La figura dell’Innominato

L’ultima parte del capitolo è riservata all’Innominato, il signorotto a cui don Rodrigo pensa di rivolgersi per portare a termine il suo misfatto.
Da premettere che la presentazione di questo personaggio è anteposta al suo ingresso in azione, come già avveniva in altri ritratti del romanzo. Rispetto a questi, però, troviamo una maggiore consistenza storica; infatti, i richiami ai cronisti del tempo sono assai più fitti rispetto al caso di Gertrude e le voci popolari che si affiancano creano l’immagine di un personaggio di rilievo. Tuttavia, il narratore preferisce l’enigma al chiarimento e lascia intatti i silenzi delle cronache storiche, senza approfondire. Per questo motivo, nonostante i vari richiami ai documenti, il mistero del personaggio si accresce e la sua identità resta ignota.
Dopo la premessa sull’identità misteriosa e sulla storicità del personaggio, inizia il ritratto morale dell’uomo, violento, ma non corrotto, pronto all’antagonismo e giunto ad una certa superiorità sugli altri. L’attenzione dello scrittore si concentra su questo personaggio fondamentalmente isolato, con amici, se così si può dire, subordinati e solitario anche tra i tiranni di pari grado sociale, in lotta con la società e con le autorità civili che lo bandiscono e sono da lui disprezzate. Occorre notare in tutta questa parte riservata all’Innominato, la ricorrenza dei termini che descrivono l’eccezionalità del personaggio e il costruirsi intorno a lui di una leggenda ricca di mistero che ha un riscontro sia nelle cronache storiche che nei racconti popolari. Nell’immagine di violenza che ne risulta, si insinuano, tuttavia, dei contrasti, appena percettibili: il misto sentimento di invidia e di sdegno che agita la giovinezza dell’uomo alla vista delle prepotenze altrui e la disponibilità a sostenere, a volte, qualche “debole oppresso”, vittima delle vessazioni di un prepotente; questi aspetti avvicinano l’Innominato a padre Cristoforo proprio nel momento del racconto in cui il frate esce di scena.

Il binomio inganno violenza e la complicità del padre provinciale

Di complice in complice, la catena degli inganni giunge fino al padre provinciale; nel colloquio, il conte zio fa la politica della sua famiglia mentre il padre provinciale fa gli interessi del suo ordine religioso. Sono messi in comune gli aspetti salienti di entrambi: abilità nel rappresentare gli interessi di categoria e il tema della doppiezza del linguaggio. Al termine dell’incontro, anziché ad essere il nipote scapestrato ad essere punito, è il “figlio” (padre Cristoforo è definito tale dal Padre provinciale) a subire le conseguenze di una decisione subdola. Fra’ Cristoforo viene colpito dall’ingiustizia attraverso mediazioni che escludono, come già per Renzo, ogni forma di confronto a viso aperto.

Il binomio inganno-violenza e la complicità dell’Innominato

Eliminato dalla scena padre Cristoforo, cade così l’ultimo anello rimasto alla catena di alleanze che sosteneva Lucia, lasciata sola da Renzo e dalla madre e affidata alle inutili cure della monaca di Monza. L’unico difensore attivo viene allontanato proprio mentre si rafforza la trama di don Rodrigo, che trova un nuovo complice, più temibile dei precedenti. All’Innominato è chiesto il contributo della sua straordinaria forza: come il conte Attilio ha cercato nelle sfere alte della società civile ed ecclesiastica l’inganno per sconfiggere padre Cristoforo, così don Rodrigo cerca un tiranno superiore a lui, un fuori legge quasi al disopra della società stessa il cui appoggio violento gli sarà utile per impossessarsi di Lucia.

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