Analisi del I capitolo de I Promessi Sposi

Il romanzo di Manzoni, si apre con una sequenza descrittiva, in cui ci presenta una minuziosa e dettagliata descrizione dei luoghi in cui si ambientano le vicende, che potremmo anche interpretare come una particolare introduzione al primo degli avvenimenti del capitolo e del romanzo; infatti inizia descrivendo gli ambienti andando dall’alto scendendo verso il basso, fino a quando, non potendo più scendere, comincia a narrare l’episodio che ha luogo nelle vicinanze dei posti che ha appena descritto, ovvero i pressi di Lecco, i monti, i fiumi e i paesini circostanti proprio come se li vedesse dall’alto. Al bel paesaggio però si contrappone la dura situazione della Lombardia del ‘600, sottomessa agli spagnoli dei quali l’autore ci presenta, attraverso la sua ironia, che accompagna l’intero romanzo, i soprusi ai danni della popolazione. Poi la descrizione del paesaggio riprende, soffermando l’attenzione su una delle stradicciole per le quali era solito passare il primo personaggio presentatoci dal Manzoni, don Abbondio. L’autore ne fa una rapida descrizione di nome, stato sociale e atteggiamenti, facendo intendere che il personaggio non è affatto una figura coraggiosa, e fa un riferimento alla sua storia, anche con una similitudine al verso 319 dicendo “un vaso di terracotta in mezzo a tanti vasi di ferro”, richiamando il fatto che il vero motivo per il quale si era fatto sacerdote, non era stata certo una vocazione, piuttosto il desiderio di sentirsi protetto, in quanto non avrebbe avuto modo di mettersi contro i potenti signorotti del luogo. Infatti la struttura sociale dell’epoca era di tipo “a cupola” ovvero con a capo non tanto i veri e propri governatori quanto i nobili aristocratici molto potenti, che opprimevano il ceto dei poveri. Da qui si può dedurre che Manzoni decide di far capire sin dall’inizio del romanzo in quale tipo di società vivevano i protagonisti, mettendo in luce la tematica più importante che è la giustizia, o meglio la “non-giustizia” dell’epoca.
Don Abbondio ad un certo punto della passeggiata si ritrova ad un bivio con due persone che non avrebbe voluto incontrare: i bravi, cioè i servitori, di Don Rodrigo, l’antagonista del romanzo. Egli è infatti uno dei nobili del paese, noto come tanti altri, per le sue angherie, che decide di impedire il matrimonio tra Renzo e Lucia, i promessi sposi, per un capriccio nei confronti di Lucia.
Da qui il romanzo dà luogo ad una lunga digressione sulle “grida” ovvero le leggi dell’epoca contro i bravi, dicendo che sin dall’antichità esistevano i bravi, seppure diversi, ed esistevano anche le grida contro di loro, ma che non venivano mai rispettate.
Da qui in poi inizia la prima vera sequenza narrativa, dove Manzoni comincia dare luogo alla storia del romanzo e alle peripezie dei personaggi. E’ presente nel libro per la prima volta un dialogo, quello tra don Abbondio e i bravi, che sotto minaccia, lo costringono a non celebrare le nozze.
Tornando a casa, tramite una sequenza riflessiva, don Abbondio comincia a fare tanti pensieri, conteso fra il suo mondo interiore e quello della società nella quale vive.
Arrivato a destinazione stravolto, dopo vari tentennamenti, si confida alla sua serva, Perpetua, una donna popolana decisa e un po’ pettegola, che riesce a farsi facilmente raccontare il fatto che stava distruggendo psicologicamente il sacerdote. Perpetua gli consiglia di rivolgersi al vescovo di Milano, ma Don Abbondio, terrorizzato all’idea di ribellarsi a un potente, rifiuta il saggio consiglio e, infine, stremato, si ritira nella sua stanza.
Durante la notte, don Abbondio non riesce a fare altro che pensare alle scuse che dovrà dire a Renzo per non celebrare o comunque rimandare il matrimonio. Nel romanzo questi pensieri sono rappresentati sottoforma di monologo interiore, in cui don Abbondio si pone molti interrogativi.
Fino a questo punto del romanzo il ritmo delle sequenze è stato variabile, in quanto sono presenti sia sequenze riflessive che narrative.
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