Concetti Chiave

  • Manzoni sceglie una nuova lingua per il suo romanzo, mescolando tragico e comico in una realtà polifonica che riflette diversi orizzonti sociali e morali.
  • In Italia, l'italiano letterario della Crusca era considerato una lingua morta, mentre il dialetto, benché vivo, non era adatto per la comunicazione nazionale.
  • Nel "Fermo e Lucia", Manzoni crea una lingua mista, lontana dal purismo illuminista, arricchita da elementi stranieri, principalmente francesi.
  • La revisione del romanzo "Fermo e Lucia" in "Renzo e Lucia" include numerosi cambiamenti linguistici e narrativi, con un taglio più moderno e omogeneo.
  • Il soggiorno a Firenze nel 1827 aiuta Manzoni a perfezionare il suo linguaggio, adottando il fiorentino colto e abbandonando espressioni dialettali lombarde.

Indice

  1. Introduzione al tema
  2. Situazione linguistica dell’Italia
  3. La soluzione del Manzoni in “Fermo e Lucia”
  4. Dal “Fermo e Lucia” al “Renzo e Lucia” – Il soggiorno a Firenze

Introduzione al tema

La scelta di scrivere il romanzo, per il Manzoni comporta anche la scelta di una lingua nuova. Infatti, egli deve rappresentare secondo le peculiarità di questo genere letterario, una realtà a più voci, o polifonica, in cui il tragico si mescoli al comico e di cui siano protagonisti dei personaggi del popolo, facendo così incrociare orizzonti sociali e morali diversi. Era, quindi, necessaria una ricerca dei toni giusti, conformi al vero. Non poteva essere sufficiente il solenne modello del linguaggio epico o drammatico e nemmeno quello dell’orazione sacra o quello apparentemente rustico del filone comico, iniziato nel Cinquecento con Francesco Berni.

Situazione linguistica dell’Italia

All’obiettivo di dare al romanzo la caratteristica della verità artistica, si unisce la volontà di comunicare con il pubblico in modo efficace. A tal proposito, è utile ricordare quanto il Manzoni scrive nella prima introduzione a “Fermo e Lucia” allorché afferma di non volersi rivolgere all’élite che conosce “la materia dotta e ingegnosa della lettura”, ma piuttosto ai lettori capaci, anche se non troppo istruiti, di “ricevere le impressioni di verità, di bellezza e di benevolenza che uno scritto può fare”. In Italia, fra le numerose parlate popolari, derivate dal frazionamento politico del paese, e l’italiano della tradizione letteraria, fissata nelle corti rinascimentali esisteva un abisso, unico caso in tutta l’Europa. La norma linguistica accettata da secoli da tutti gli scrittori di ogni parte d’Italia era quella conservata nel Vocabolario della Crusca, basata sui grandi modelli toscani del Trecento. Al polo opposto, esisteva la realtà del dialetto che a volte era anche in grado di produrre testi poetici. I dialetti erano degli idiomi vivi, ma per comunicare veramente, gli Italiani avevano bisogno di un altro mezzo di comunicazione con cui superare le frontiere che li dividevano. D’altra parte, l’italiano puramente letterario della Crusca era una lingua morta, bloccata in schemi arcaici, incapace di esprimere idee nuove.

La soluzione del Manzoni in “Fermo e Lucia”

La situazione era molto grave e il Manzoni nell’Introduzione a “Fermo e Lucia” arriva ad un compromesso, costruendo una lingua composta da elementi eterogenei e arricchita di formazioni analogiche da termini derivati dalle lingue straniere, legati soprattutto al modello francese. Si tratta di una scelta lontana dal purismo degli Illuministi del “Caffè”, ma lo scrittore ne era soddisfatto. Successivamente, si distaccherà sempre più dal linguaggio artificiale e soggettivo per accogliere una lingua vera e viva derivata direttamente dalla realtà.

Dal “Fermo e Lucia” al “Renzo e Lucia” – Il soggiorno a Firenze

Nel compiere la revisione del “Fermo e Lucia”, iniziata nel 1824 e portata a termine nel 1827, Manzoni apporta numerosi cambiamenti sia nell’impostazione linguistica che nell’intreccio: opera un notevole taglio alla storia di Gertrude, inverte l’ordine delle vicende di Renzo e Lucia, sopprime alcune riflessioni di tipo economico e morale sulla carestia di Milano ed altre sulla cultura italiana, inserite nella biografia del Cardinale Federigo, prevede un epilo diverso della vicenda di don Rodrigo. Parallelamente, opera un’elaborazione linguistica del testo. Come modello, si orienta ormai verso il toscano che il Manzoni si mette a studiare con l’aiuto di un gran numero di letture di opere di scrittori toscani (il Manzoni conosceva soltanto il lombardo e il francese) Fra gli strumenti più diretti dobbiamo ricordare il viaggio a Firenze del 1827 per quella che lo scrittore definisce “la risciacquatura in Arno” e le preziose indicazioni degli amici toscani. Il modello di lingua a cui si ispira diventa allora più vivo e preciso: il fiorentino parlato dalle persone colte. A poco a poco, le punte troppo letterarie o dialettali vengono sostituite da un linguaggio moderno, omogeneo e ricco della naturalezza del parlato, dove non figurano più le espressioni colorite, care all’uso lombardo.
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