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La visita di Padre Cristoforo al castello di don Rodrigo

L'episodio della visita di padre Cristoforo al castello di don Rodrigo appare nettamente diviso in due parti molto diverse l'una dall'altra, la prima della quali funge da preludio sornione, fatuo, apparentemente svagato all'improvvisa temperatura drammatica che scoppia nella seconda. Si pensa infatti dalla scena rumorosa del banchetto al silenzio gelido e pieno di tensione della sala in cui si svolge il colloquio a quattrocchi tra il frate e il signorotto. Appena giunto, padre Cristoforo si trova improvvisamene introdotto, contro ogni sua voglia, nell'ambiente chiassoso del banchetto, ove stanno, oltre al padrone di casa, il cugino conte Attilio, il podestà del luogo, il dottor Azzecca-garbugli e due altri invitati del tutto anonimi, esercitanti quella funzione che i latini indicavano col nome efficace di "umbrae". Si può notare che, pur entro una tonalità dominante fatta di fatuità, emergono i vari tipi psicologici che alla loro volta più che corrispondere a caratteristiche individuali ed esclusive di determinate persone assurgono a rappresentare il modo di pensare di alcune categorie sociali. Il conte Attilio, ad esempio, mostra tutta la tracotanza del nobile che si sente superiore ad ogni senso di rispetto verso il prossimo e che pretende di distinguere gli uomini in due categorie: quelli dabbene, tali esclusivamente per nascita e per posizione sociale e i mascalzoni, termine che, a suo avviso, si può estendere a tutti gli altri appartenenti al consorzio umano. Ad esempio, il messaggero che porta a un nobile il cartello di sfida per conto di un altro nobile può essere impunemente bastonato perché appartenente alla classe degli umili, dei non nobili: questa la risposta del conte Attilio al quesito cavalleresco sottoposto all'attenzione dei commensali. Il podestà dal canto suo rappresenta un ceto borghese che, per quanto del tutto arrendevole nel confronti della nobiltà, pretende di tutelare, almeno formalmente, la validità di certe norme di giustizia contro i soprusi e le licenze individuali.

Gli unici due che non partecipano alle futilità dell'ambiente sono padre Cristoforo e don Rodrigo stesso che intende oscuramente che la presenza del frate non significa niente di buono per lui. Ad un certo punto, don Rodrigo decide di invitare il frate a seguirlo in una sala appartata. Don Rodrigo assume subito un tono perentorio, altezzoso, fatto per troncare sul nascere ogni discorso cortese e umano. Padre Cristoforo si propone di mantenere una condotta irreprensibile, imponendosi di inghiottire il boccone amaro delle impertinenze lanciate al suo indirizzo dal padrone di casa. Ma questa sua prudenza e moderazione si rivelano ben presto del tutto inutili: don Rodrigo infatti non è disposto a fare la benché minima concessione e le sue risposte divengono sempre più arroganti e insolenti. Ma sotto la gragnola delle offese lanciategli contro e sopratutto alla rivelazione di tanta nefandezza dell'animo, padre Cristoforo ritrova l'antico spirito combattivo, che ora però ritorna trasformato in modo del tutto conforme all'abito che indossa. Passa infatti dall'umiltà francescana fin lì mantenuta a un tono di alta riprovazione biblica, e si erge in tutta la sua forza morale a pronunciare la più forte condanna che mai si sia abbattuta ad accusare la ribalderia di don Rodrigo.

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