Indice

  1. Scelta del romanzo
  2. Romanzo storico
  3. Quadro polemico del Seicento
  4. Ideale manzoniano di società
  5. Intreccio del romanzo e formazione di Renzo e Lucia
  6. Punto della storia e rifiuto dell’idillio
  7. Concezione manzoniana della Provvidenza
  8. Ironia verso la narrazione e i lettori
  9. Ironia verso i personaggi
  10. Fermo e Lucia: un altro romanzo
  11. Problema della lingua

Scelta del romanzo

Con I Promessi sposi Manzoni realizza la sua idea di letteratura romantica. La scelta del romanzo, considerato un genere “minore” dalla tradizione classica (non esiste in latino), fu una rottura coraggiosa. Per lui, invece il romanzo costituiva il mezzo migliore per unire “utile, vero e interessante”. Infatti, permette di raccontare la realtà senza artifici, di arrivare a un vasto pubblico grazie alla lingua accessibile, la lettura piacevole e la vicinanza all’esperienza comune e di diffondere valori morali, storici e civili.

Inoltre, essendo un genere nuovo, permette di esprimersi con piena libertà: Manzoni supera la norma della “separazione degli stili”, per cui i temi elevati vanno trattati con uno stile sublime e generi letterari alti e quelli quotidiani con stile comico. Egli sceglie di rappresentare in forme serie la vicenda di due semplici popolani, dando loro dignità letteraria (moderno realismo europeo). I suoi personaggi non vivono in un mondo astratto, ma dentro la storia del loro tempo: sono individui unici, concreti, realistici, lontani dall’idealizzazione classica (iniziatore della tradizione del romanzo realistico in Italia).


Romanzo storico

Manzoni sceglie la forma del romanzo storico, genere molto in voga in Europa grazie a Walter Scott, per ricostruire il quadro di un’epoca passata mostrando gli eventi politici, i costumi, la mentalità e la società. Come in Scott, i protagonisti non sono grandi personaggi storici, ma personaggi inventati, di condizione umile, che vivono le conseguenze degli avvenimenti del tempo. Dunque, Manzoni racconta la storia “dal basso”, attraverso l’esperienza quotidiana della gente comune.

Per tracciare il suo quadro, Manzoni si documenta come un vero storico, attraverso cronache, testi storici, religiosi e giuridici. Egli rifiuta il “romanzesco” e critica il modo in cui Scott romanza la storia attraverso l’invenzione e sostiene che anche i personaggi e le vicende fittizie devono sembrare così realistici da sembrare parte di una vicenda storica autentica.


Quadro polemico del Seicento

Manzoni, nei Promessi sposi, vuole rappresentare la società lombarda del Seicento sotto la dominazione spagnola in modo fortemente critico. La descrive come dominata da un governo arbitrario, dall’anarchia feudale e popolare, dall’ignoranza e dai pregiudizi. Con un atteggiamento illuminista, denuncia l’irrazionalità, le ingiustizie e la prepotenza del periodo.

La critica al passato compiuta da Manzoni ha anche un significato politico legato al presente. Dopo il fallimento dei moti liberali del 1821, Manzoni inizia a scrivere I promessi sposi. Il suo obbiettivo era capire le cause dell’arretratezza dell’Italia. Attraverso la denuncia delle ingiustizie e dei difetti della società seicentesca, lo scrittore vuole indicare alle nuove forze borghesi un modello di società più giusta e civile da costruire nel futuro.


Ideale manzoniano di società

Dalla critica al Seicento lombardo, Manzoni ricava i principi di un modello di società ideale, che in Italia potrà realizzarsi solo dopo aver raggiunto l’unità e l’indipendenza nazionale. I punti fondamentali di questo modello sono:

  • La necessità di un potere statale forte e giusto;
  • Una legislazione razionale ed equa, applicata da un sistema giudiziario efficiente (illuminismo);
  • Un’organizzazione sociale giusta, senza scontri tra le classi.
  • L’aristocrazia deve usare ricchezze e potere a beneficio della collettività, ispirandosi ai principi cristiani. Le classi popolari devono essere pie e laboriose, accettando le difficoltà senza ribellioni e confidando nell’aiuto dei più ricchi e nella ricompensa divina. I ceti medi non devono chiudersi nell’egoismo, ma agire come mediatori tra aristocrazia e popolo, sostenendo il bene comune. In questo modo Manzoni propone una società cristianamente ispirata, equilibrata e solidale, in cui ogni classe collabora al progresso civile.


    Intreccio del romanzo e formazione di Renzo e Lucia

    All’inizio del romanzo regna un’apparente serenità. Renzo e Lucia, due giovani contadini, sognano una vita tranquilla fatta di lavoro, fede e amore. Ma presto il loro progetto è distrutto da don Rodrigo, un nobile arrogante che vuole impedirne le nozze. Così i due vengono strappati alla loro vita quieta e travolti dagli eventi storici e sociali del Seicento lombardo. Le loro vicende diventano così un “romanzo di formazione”: venendo a contatto con il negativo della realtà storica, attraverso prove e sofferenze, i personaggi maturano e crescono interiormente.

    Renzo affronta il male sociale e politico (rivolta di San Martino, il caos della peste a Milano). La sua componente ribelle e il suo naturale rifiuto del sopruso rischiano di trasformarsi in ribellione violenta. Le sue esperienze lo portano a frenare l’impulso alla ribellione e capire che la giustizia non può essere ottenuta con la violenza, ma solo con la fiducia nella volontà di Dio. Questo lo porterà a concedere il perdono a don Rodrigo morente nel lazzaretto.

    Lucia rappresenta fin dall’inizio la fede e la rassegnazione cristiana. Però, anche lei compie un percorso di crescita: da una visione ingenua della vita, in cui crede che l’innocenza basti a proteggerla dal male, attraverso le sue dolorose esperienze (il rapimento, la separazione da Renzo) giunge a comprendere che la sofferenza può colpire anche i giusti e che non esiste felicità perfetta sulla terra. Attraverso questa consapevolezza, Lucia arriva a una fede più matura, che non cancella il dolore, ma lo accetta come parte della condizione umana.


    Punto della storia e rifiuto dell’idillio

    Nelle ultime righe del romanzo, vi è una riflessione di Renzo e Lucia sulle loro vicende, che esprime la morale dell’opera: attraverso le sventure hanno capito che il male è parte inevitabile della vita, ma può avere un valore positivo grazie alla Provvidenza, perché permette di raggiungere una più profonda maturità spirituale. Si delinea il concetto manzoniano della “provida sventura”.

    Il messaggio finale è il rifiuto dell’idillio: la vita non può essere solo tranquilla e protetta, isolata dal male e dalla storia, perché il male è sempre presente nella realtà. Anche se alla fine Renzo e Lucia vivono una vita tranquilla, non ignorano più la realtà e la loro felicità non è ingenua né chiusa al mondo. Hanno conosciuto il dolore e ne sono usciti più consapevoli, affrontando la vita con una fede matura e un atteggiamento attivo di fronte al male e alla sofferenza.


    Concezione manzoniana della Provvidenza

    Nella conclusione dei Promessi sposi emerge con chiarezza la concezione manzoniana della Provvidenza. I personaggi, come Renzo e Lucia, hanno una visione semplice e ingenua della Provvidenza: credono che Dio premi sempre i buoni, punisca i malvagi e garantisca la giustizia già nella vita terrena. Per Manzoni, invece, virtù e felicità possono coincidere solo nella prospettiva dell’eterno: sulla terra non c’è garanzia che i giusti siano felici o che i malvagi siano puniti e anche gli innocenti possono soffrire. Tuttavia, la provida sventura è strumento di crescita spirituale e di maturazione morale.
    Manzoni guida Renzo e Lucia verso una consapevolezza più alta e matura della Provvidenza e alla fine del romanzo anche loro comprendono questa verità.


    Ironia verso la narrazione e i lettori

    Nei Promessi sposi la narrazione ha un tono semplice e familiare, come una conversazione con il lettore, arricchita da una sottile ironia, uno degli elementi più originali del romanzo.

    L’ironia può assumere forme diverse e serve a creare distacco. A volte è autoironia, quando il narratore guarda con distacco se stesso o la propria opera, come nell’Introduzione, dove finge di dubitare dell’utilità del romanzo o parla dei suoi ipotetici “venticinque lettori”, come se fossero pochissimi. Vi è una sottile presa di distanza dalla letteratura, che Manzoni sente inferiore alla riflessione storica, filosofica o all’impegno pratico (non a caso, nella maturità abbandonerà la scrittura narrativa).

    Altre volte l’ironia è rivolta ai lettori, come alla fine del romanzo, quando l’autore dice di non raccontare la vita serena di Renzo e Lucia perché “seccherebbe a morte” il pubblico: qui Manzoni ironizza sui gusti dei lettori, troppo attratti da avventure e colpi di scena, mentre lui attribuisce al romanzo un compito più alto, quello di educare moralmente e civilmente.


    Ironia verso i personaggi

    Nei Promessi sposi l’ironia investe anche i personaggi, ma in forme e toni diversi.

  • Verso la gente del popolo (come Perpetua o Agnese) l’ironia segna la distanza del colto narratore dalla gente umile e sprovveduta: il narratore colto sorride delle loro ingenuità, ma riconosce in loro una profonda umanità, superiore a quella delle classi alte.
  • Nei confronti di Renzo l’ironia serve a sottolinearne gli errori e l’impulsività, ma resta benevola. Talvolta l’ironia è esplicita, attraverso commenti del narratore, altre volte nasce dal contrasto oggettivo tra le parole di Renzo e la realtà degli eventi che il lettore conosce.
  • Con don Abbondio, invece, l’ironia diventa severa e critica: la sua codardia e il suo egoismo sono messe in ridicolo per contrastare le figure eroiche e mostrare la verità della natura umana, fatta anche di debolezze e viltà, rendendo la narrazione più verosimile.
  • Infine, verso i potenti, l’ironia si trasforma in sarcasmo impietoso, diventando strumento di denuncia morale e politica.

  • Fermo e Lucia: un altro romanzo

    Manzoni ha lasciato tre redazioni del suo romanzo.

  • La prima, scritta tra il 1821 e il 1823 e pubblicata solo un secolo dopo con il titolo Gli sposi promessi e poi Fermo e Lucia, differisce molto dalle successive.
  • La seconda fu pubblicata dall’autore nel 1827 con il titolo definitivo I Promessi sposi.
  • La terza tra il 1840 e il 1842 è la versione che oggi leggiamo.
  • Le differenze tra le due edizioni pubblicate riguardano soprattutto la lingua. Dopo il 1827 Manzoni revisionò il romanzo seguendo la teoria della fiorentinità della lingua, rendendo la seconda e la terza edizione più omogenee, mentre Il Fermo e Lucia può essere considerato quasi un’altra opera. Nel Fermo e Lucia la struttura narrativa è differente: prima vengono raccontate le vicende di Lucia e poi quelle di Fermo, mentre nei Promessi sposi le storie si alternano.

    Anche i personaggi cambiano: il Conte del Sagrato, precursore dell’Innominato, è un tiranno violento e privo di profondità morale; Lucia appare più realistica e legata alla realtà sociale del Seicento.

    Alcuni episodi, come la storia della monaca di Monza, sono più dettagliati e psicologicamente complessi nella prima redazione, ma vengono snelliti nei Promessi sposi. In generale, nel Fermo e Lucia Manzoni inserisce molte digressioni storiche e saggistiche, mentre nei Promessi sposi preferisce esprimere le stesse idee attraverso una sottile trama simbolica.

    Infine, il tono del Fermo e Lucia è più duro e polemico, con una netta contrapposizione tra bene e male. Nei Promessi sposi invece il tono è più ironico e vi è una prospettiva più misurata e problematica, poiché positivo e negativo appaiono più vicini.


    Problema della lingua

    Con la versione definitiva dei Promessi sposi (1840), Manzoni compì una svolta decisiva sul piano linguistico, offrendo alla letteratura italiana un nuovo modello di lingua moderna, adatta a un pubblico ampio e alla futura Italia unita.

    All’inizio, con il Fermo e Lucia, usò una lingua mista, basata sul toscano letterario ma arricchita da elementi popolari e francesi. Successivamente, tra il 1824 e il 1827, durante la revisione per la pubblicazione, si orientò verso il toscanismo, basato sul fiorentino parlato dalle persone colte, naturale e fluido: I Promessi sposi divennero così un modello di lingua viva e moderna.

    Le sue tesi furono accolte dallo Stato unitario: nel 1868 Manzoni presiedette una commissione ministeriale sull’unità della lingua, proponendo di diffondere il fiorentino tramite un vocabolario insegnanti toscani nelle scuole. Anche se poi la lingua nazionale si formò poi attraverso processi più lenti e complessi.

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