La presenza degli umili nel romanzo

I promessi sposi è il romanzo degli umili, di coloro che pur facendo la storia, sono dimenticati. L’ambiente in cui vivono è fatto di poche cose essenziali. Il villaggio è fatto da viottoli, orti e cortili delimitati da un muro da cui spunta la chioma di un fico (cfr. la casa di Agnese), le donne siedono sull’uscio di casa a filare o a rammendare le reti, dalle porte socchiuse si intravedono i fuochi accesi su cui cuociono poche e semplici cose e forse nemmeno sufficienti a sfamare tutte le bocche (cfr. famigliola di Tonio con i bambini dagli occhi lucidi rivolti verso il paiolo dove il padre sta rimestando la polenta) E poi abbiamo un brulichio di saluti fra i contadini che, la sera, stanchi, rientrano a casa dopo una dura giornata di lavoro, mentre il buio avanza e su tutto si sente il suono della campana che annuncia il finire del giorno.
Anche i due protagonisti sono degli umili, entrambi filatori di seta. Intorno a loro, altra gente semplice, a volte ingenua, a volte più astuta: un curato di campagna, la sua governante chiacchierona, più padrona che serva, il console che viene descritto nell’atto di riflettere appoggiato alla vanga con cui sta lavorando il suo campo, il sarto a cui piace leggere opere di divulgazione popolare, i vari osti che sanno bene che è meglio tacere ed osservare invece che parlare per non aver guai. Infine, troviamo i cappuccini che sono paragonati al mare che riceve acqua da tutte le parti che torna a distribuire a tutti fiumi.
Fuori dal convento incontriamo barrocciai, pescatori, venditori di pesce, barcaioli, tutta povera gente, per i quali la vita è continuamente una lotta per sopravvivere, ma le cui azioni sono impregnate di solidarietà e carità cristiana.

Gli umili e il concetto di misericordia cristiana

Gli insegnamenti più profondi e significativi del Cristianesimo sono proprio dati dalle persone più umili o da personaggi altolocati che sanno mettersi allo stesso livello degli umili (cfr. il cardinale Federigo o lo stesso Innominato dopo la conversione). Alcuni critici hanno notato che sono proprio le persone più umili che mettono in pratica e fanno riflettere il lettore sulle quattordici opere di misericordia, di cui sette si focalizzano sui bisogni fisici del corpo quali la salute, la casa, la dignità e il cibo) e altre su esigenze di tipo spirituale come l’ammonizione, il dare un consiglio, la consolazione, il perdono, la preghiera). Lucia riassume questo aspetto nel pronunciare la frase “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”, l’elemento scatenante che risveglia la coscienza e i rimorsi dell’Innominato e gli fornisce la speranza di cui egli è alla ricerca da tempo

Il barcaiolo e il barrocciaio

Il barcaiolo che ha aiutato Renzo, Lucia e Agnese ad attraversare l’Adda rifiuta la ricompensa per il servizio prestato, dicendo: “Siamo quaggiù per aiutarci l’un l’altro”. Anche il barrocciaio che li conduce a Monza rifiuta di essere pagato poiché gli interessa di più la paga cristiana del premio della vita ultraterrena.

Il cugino Bortolo

Bortolo, il cugino di Renzo, ha capito molto bene il significato della ricchezza quando dice: “Dio m’ha dato del bene perché faccia del bene”.

Il sarto

Quando Perpetua afferma che è mala cosa nascere povero, il sarto la corregge, precisando che la disgrazia non è soffrire o nascere povero, la disgrazia è fare del male.
Infine, di nuovo, il sarto di ritorno dalla predica, sottolinea che il Cardinale ha dimostrato che anche i poveri che hanno qualcosa in più sono obbligati a farne parte a chi soffre. Queste riflessioni non restano delle belle parole (e nella disgressione sulla vita del Cardinale Federigo, Manzoni scrive “La vita è il paragone delle parole”) perché il sarto, con un gesto di estrema solidarietà, mette insieme un piatto delle vivande che erano sulla tavola, vi aggiunge un piccolo fiasco di vino e manda una bambina da Maria la vedova affinché passi anch’essa un momento in allegria.

Lucia

Inoltre Lucia, nell’osservare il denaro che sua madre ha avuto dall’Innominato, dopo aver chiesto a Dio di benedire l’uomo afferma che cos’ “…potrete anche fare del bene a qualchedun altro”.

I monatti

Perfino i monatti, difendendosi dalla pistola di don Rodrigo colto dalla peste, vantano la loro delicata funzione, esclamando. “Contro i monatti!........ contro quelli che fanno l’opere di misericordia!”

Lo sbirro

Anche il sedicente Ambrogio Fusella, lo sbirro responsabile dell’arresto del protagonista, dice a Renzo che lo ringrazia d’avergli indicato un’osteria (l’osteria della Luna Piena): “Non siamo obbligati a far servizio al prossimo?”. E’ vero che si tratta di parole non messe in pratica, però costituiscono l’eco delle verità più elementari trasmesse dal cristianesimo.

Agnese

L’aiuto dei più sfortunati fa parte del vivere quotidiano degli umili. Quando Agnese, a volte, si reca da don Abbondio per farsi trasformare in spiccioli una moneta di taglio più grosso non manca mai di lasciare qualcosa per i più poveri di lei.

Gli umili senza nome

Spesso nel romanzo, gli umili non hanno un nome: si tratta di personaggi minori, quasi di comparse, che appaiono per un tempo molto breve. Dopo la peste Renzo torna al paese natale e incontra l’amico che lo scrittore nomina soltanto con la virtù che esercita. Oppure abbiamo la madre di Cecilia, che resta nel ricordo soltanto con il nome della figlia.

I nobili (o ricchi) che si fanno umili

Accanto a tutti questi umili troviamo l’aristocrazia che entra nel romanzo perché sa farsi umile e mettersi a servizi degli umili: il cardinale Federigo, il Marchese successore di don Rodrigo, la ricca vedova, l’Innominato dopo la conversione. Manzoni ci fa capire che non accetta nessun tipo di nobiltà, né di nascita, né di intelligenza, a meno di non inserirsi con efficacia nella vita del popolo.

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community