Introduzione
Nel romanzo, le figure femminili con cui
don Abbondio entra in contatto sono tre: Perpetua, Agnese e
Lucia. A queste, si aggiunge la breve apparizione davanti a don Abbondio della ricca vedova, alla fine del romanzo. Nei loro confronti egli manifesta disagio, nella convinzione che esse costituiscano una fonte di guai, che creino molestie e soprattutto che siano all’origine di imprevisti che minacciano la tranquillità della sua vita.
Perpetua
Perpetua, la governante, è a contatto quotidianamente con il curato, con cui ha anche una certa confidenza. È vero che essa ama spettegolare, però al momento giusto sa anche dare un saggio consiglio.
Venuta a sapere dell’intimidazione di
don Rodrigo, suggerisce subito a don Abbondio di informare il cardinale dell’accaduto e quando quest’ultimo è in visita pastorale, lo spinge a presentarsi a lui insieme agli altri curati della zona. Quando si viene a sapere che i Lanzichenecchi stanno arrivando, prima di fuggire, pensa nascondere sotto terra i beni più preziosi. Per don Abbondio è come una confidente, però ha paura delle sue risposte dirette e prive di ipocrisia. Di carattere energico, e solita concentrarsi più sui fatti e le azioni che non sulle considerazioni teoriche ed è per questo che la teme. Alla fine del romanzo tramite il curato veniamo a sapere che essa è morta di peste. Nel riferire la notizia, nei confronti della donna non esprime il minimo sentimento di pietà: “Ha fatto proprio uno sproposito Perpetua a morire ora; ché questo era il momento che trovava l’avventura (= una relazione amorosa in vista di un matrimonio) anche lei”. Don Abbondio si riferisce al fatto che, passata la peste, la vita ha ripreso il suo normale corso e giovani hanno ripreso a sposarsi (nella sola parrocchia di don Abbondio l’ultima domenica ci sono state cinquanta pubblicazioni di matrimonio). On questa battuta priva di tatto e piuttosto feroce, il curato fa riferimento al debole della sua governante per i matrimoni mancati e per gli spasimanti forse mai esistiti. Fra l’altro, in modo piuttosto volgare invece di utilizzare il termine “marito”, dice “avventore”, cioè il cliente di una locanda: fa lo spiritoso, ma non risparmia la memoria di Perpetua.
Agnese
Agnese è una donna con la testa sulle spalle, dotata di spirito di iniziativa è molto attiva e non ha paura di nulla. Per questo motivo, don Abbondio la percepisce come una donna pericolosa per il suo “quieto vivere” e per il suo benessere psicologico. Come detto chiaramente nell’ultimo capitolo del romanzo, egli sa bene che Agnese è stata l’ideatrice e la fautrice del matrimonio a sorpresa e la vede come un grosso ostacolo alla sua tecnica di prendere tempo.
Lucia
Don Abbondio è convinto che Lucia sia, seppur senza volerlo, all’origine della situazione spiacevole in cui egli si è trovato coinvolto: se non avesse attirato l’attenzione di don Rodrigo, non ci sarebbe stata l’intimidazione, il matrimonio sarebbe stato celebrato e tutto sarebbe filato liscio. Questo è il succo del soliloquio del curato mentre insieme all’Innominato si reca al castello per liberare la ragazza. Non riconosce mai la grandezza morale, la coerenza, la virtù e la fede della ragazza. Riconosce la sua bontà, ma ne sottolinea la passività, almeno apparente. Su di lei, nelle ultime pagine del romanzo esprime un giudizio severo, etichettandola come “madonnina infilzata”, cioè una donna la cui apparenza inganno, che sembra timorata di dio, tutta casa e chiesa, ma che, sotto sotto, è ben altra cosa.
La ricca vedova
Sempre alla fine dell’ultimo capitolo, troviamo don Abbondio a chiacchiera con alcune donne fra cui anche la mercantessa (chiamata anche la ricca vedova) che ha preso Lucia sotto la propria protezione non solo affettiva, ma anche economica. Don Abbondio la vede per la prima volta e le si rivolge in modo molto disinvolto e maleducato. Ricollegandosi alla battuta su Perpetua, le dice: “…E lei, signora, non hanno principiato a ronzarle intorno de’ mosconi?”, cioè non si sono fatti avanti dei pretendenti. Questa frase che vorrebbe essere galante, in realtà è piuttosto goffa e priva di finezza nei confronti di una signora. Probabilmente anche della ricca vedova, il curato non ha molta stima e mantiene delle remore
Don Abbondio misogino?
A questo ci possiamo chiedere se don Abbondio fosse misogino. Senza arrivare a tanto, nei confronti delle figure femminili, mantiene un distaccato atteggiamento paternalistico; le considera non come alleate per superare gli ostacoli della vita, bensì dei nemici subdoli dai quali bisogna guardarsi. In realtà tutte le volte che il curato inventa delle scuse e si scontra con la realtà, allora dà la colpa ad una donna, vista come un essere di difficile comprensione e fonte di complicazioni. Più che misogino, si potrebbe dire che don Abbondio è uno scapolo egoista che ricerca soltanto una vita tranquilla. Infatti, se ha deciso di abbracciare lo stato clericale è solo per avere una certa sicurezza sociale e non perché manchi di considerazione nei confronti delle figure femminili. In sintesi, per don Abbondo la presenza femminile è scomoda perché con il loro comportamento sono capaci di incidere sul suo punto debole.