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Padre Cristoforo

Il personaggio di padre Cristoforo è l'incarnazione più alta del sentimento religioso del Manzoni: la sua figura e le sue azioni stanno ad indicare la possibilità che l'uomo ha di salvarsi, di superare i limiti della propria natura terrena. Padre Cristoforo è infatti l'uomo che, con l'aiuto della fede, riesce a combattere e a vincere i lati negativi della sua indole, a volgere in bene quello che inizialmente era strumento di male. La sua natura ardente e orgogliosa lo conduce, durante la giovinezza, ad una vita dissipata e turbolenta, fino a coinvolgerlo in un'azione delittuosa. Posto di fronte alle tragiche conseguenze del suo agire, il giovane è costretto a prendere coscienza di sé, e il pentimento si manifesta, violento come è stata violenta l'azione che l'ha causato: in uno slancio proprio del suo carattere, Ludovico decide di espiare la propria colpa per tutta la durata della sua vita. Una volontà illimitata sembra sprigionare da questo affascinante personaggio, che si impone da questo momento le più dure umiliazioni per soffocare il suo più grave difetto: l'orgoglio. Egli si pone con infinita umiltà a servizio dei miseri, dei derelitti. E se questo, data la sua indole generosa, può non costargli un grande sacrificio, certamente una prova terribile deve essere per lui l'assoggettarsi alle arroganti prepotenze di don Rodrigo. Intuiamo il dramma che deve agitarsi nel cuore di quest'uomo abituato fino a poco tempo prima a trattare con alterigia chiunque, e che si trova ora, per fedeltà e coerenza al suo impegno morale, a dover subire ingiustizie e villanie, pur sapendo di essere dalla parte della ragione. Il desiderio di ribellione è prontamente soffocato, l'antica fierezza cede di fronte al pensiero degli infelici che attendono il suo aiuto. Ma la sua apparente sottomissione è solo rinuncia a una rivendicazione personale: non è certo rassegnazione di fronte al male, passività di fronte all'ingiustizia. La fede di padre Cristoforo è una fede combattiva, il suo è un atteggiamento di forza, di azione, e la sua forza si cimenta là dove più ardui sono gli ostacoli, dove più grave è il pericolo. Così lo vedremo finire la sua vita nel Lazzeretto, prodigandosi per i sofferenti, distribuendo a tutti la sua parola di conforto e di consolazione. Il tratto di profonda drammaticità, che solo alla fine del romanzo ci rivela pienamente il personaggio in tutta la sua complessa dimensione umana, è il colloquio tra padre Cristoforo e Renzo, colloquio durante il quale il frate rimprovera il giovane per i suoi atroci propositi e le minacce di vendetta nei confronti di don Rodrigo, che nel frattempo si trova, morente, in un luogo poco distante dai due. Renzo nel suo impeto giovanile, crede di potere assurgere a giustiziere, si crede in diritto, per essere stato oggetto di persecuzione e di ingiustizie, di agire a sua volta delittuosamente. Le parole con cui il frate lo richiama all'ordine sono dure e severe, vibranti di un'indignazione che non è tanto rivolta a Renzo, quando al ricordo di quel se stesso che in un tempo ormai lontano, ma tuttavia sempre dolorosamente presente alla sua memoria, commise una colpa simile a quella di cui ora Renzo vorrebbe macchiarsi; colpa che la sua coscienza non ha ancora potuto dimenticare, perché sente che la sua vita non è basata a espiare. Troppo bene egli sa, per una tragica esperienza personale, che il male non ha mai una giustificazione. Al male che subisce, l'uomo non può reagire con altro male. Non può far altro che perdonare, e pregare.
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