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Gertrude, personaggio dei Promessi Sposi


Quello di Gertrude è un esempio di ritratto fisico che prelude alla storia e al destino del personaggio. La descrizione, infatti, è ricca di indizi rivelatori circa la personalità e i sentimenti della monaca di Monza. Costei, inizialmente, viene inquadrata con gli occhi di Lucia, che ne rappresenta l’antitesi: orgogliosa e potente la prima, povera e umile la seconda, spregiudicata Gertrude quanto Lucia è simbolo di purezza e di fede.
Entrambe sono nere di capelli e bianche di carnagione, entrambe arrossiscono. Ma la prima, che ha ceduto a un amante, ha rossori di dispetto, la seconda, che ha resistito a don Rodrigo, ha rossori di modestia e si caratterizza per la compostezza degli atteggiamenti.
La descrizione successiva si sviluppa quindi lasciando nel lettore la sensazione che Manzoni, in questo caso, abbia scelto un punto di vista interno, con focalizzazione sulla ragazza perseguitata da don Rodrigo. Ma, come viene chiarito dopo, lo sguardo attento e indagatore che coglie una serie di indizi rivelatori sul conto della monaca non è certo quello dell’ingenua e inesperta Lucia Mondella. Si tratta, come quasi sempre ne I promessi sposi, del narratore onnisciente.
Il ritratto che il narratore dà della sfortunata e infelice Gertrude è tutto giocato sulla contrapposizione tra bianco e nero, di staticità e di movimento. Reclusa nel monastero di cui è allo stesso tempo, di fatto, “signora” (Lucia la vede ritta dietro “due grosse e fitte grate di ferro”), Gertrude è tormentata da una condizione che mal sopporta.
Lo rivelano i movimenti degli occhi e delle labbra, le contrazioni dolorose della fronte, i lampi d’odio e di ferocia nello sguardo.
Che la donna non sia una monaca come le altre lo si desume, inoltre, non solo dalla bellezza (per quanto sbattuta, sfiorita), ma anche da alcuni particolari, come la “ciocchettina di neri capelli2 che esce dalle bende dell’abito monacale e dalla vita “attillata con una certa cura secolaresca”. Tutti segni di una ricerca di femminilità e di una mancata rinuncia a quei mezzi di attrazione e di seduzione che le regole monastiche impongono invece di sopprimere.
L’effetto complessivo del ritratto, insomma, è di forte chiaroscuro. La scelta dell’autore è perfettamente coerente con l’interpretazione che Manzoni dà di Gertrude, colpevole, ma allo stesso tempo degna di umana compassione, vittima delle consuetudini del tempo e dei meccanismi di quel feudalesimo contro cui lo scrittore milanese combatteva in nome della borghesia italiana dell’Ottocento, ma anche incapace di vincere il male e di scegliere la via del bene.
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