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Anche la tragedia di Manzoni, come la lirica, si colloca in posizione di rottura rispetto alla tradizione del genere.
La novità si manifesta in due direzioni: la scelta della tragedia storica e il rifiuto delle unità aristoteliche. Mentre la tragedia classicheggiante isolava l’azione in un mondo assoluto, fuori dalla storia, senza un legame concreto con spazio e tempo, Manzoni colloca i conflitti dei suoi personaggi in un determinato contesto storico, ricostruito con fedeltà.
Manzoni afferma di voler spiegare ciò che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto, mediante ciò che essi hanno fatto; per creare la poesia drammatica basta ricostruire un fatto storico nella dinamica interna delle sue cause e dei suoi svolgimenti.
Chiudere lo sviluppo di un’azione in stretti limiti di tempo e di luogo, come faceva la tragedia classicheggiante, secondo Manzoni costringe il poeta a esagerare le passioni e da qui nascerebbe il “falso” della tragedia classicistica, ciò che Manzoni chiama il romanzesco. Solo la libertà da regole artificiose per Manzoni consente di riprodurre il vero, di costruire carattere autentici e individuali; la falsità della tragedia ha anche deleteri effetti morali, poiché gli uomini finiscono per applicare nella vita reale i principi e i sentimenti falsi visti sulla scena.

Il Conte di Carmagnola è una tragedia scritta tra il 1816 e il1820: si incentra sulla figura di un capitano di ventura del Quattrocento, Francesco Bussone; egli si trovava al servizio del duca di Milano, ottenendo molte vittorie, per poi passare al servizio del duca di Venezia. Ma, sospettato di tradimento dai Veneziani per la sua clemenza verso i prigionieri, viene attirato a Venezia con un falso pretesto, incarcerato e condannato a morte. La tragedia si regge sul conflitto tra l’uomo d’animo elevato, generoso e puro, e la ragion di Stato; affronta dunque un tema centrale della visione manzoniana, ovvero la storia umana come trionfo del male.
L’Adelchi è invece una tragedia del 1822, che mette in scena il crollo del regno longobardo in Italia nell’VIII secolo. Manzoni era sempre stato affascinato da quel remoto periodo storico e le ricerche storiche da lui compiute in materia avevano dato luogo ad un vero e proprio saggio storico. Nella tragedia spicca il personaggio di Ermengarda, figlia del re dei Longobardi, ripudiata dal marito Carlo Magno; torna quindi dal padre, il quale vuole vendetta per la figlia. Carlo Magno manda però un suo messo da re Desiderio, proponendogli un accordo; Desiderio rifiuta ed è guerra. Nel frattempo Ermengarda si è ritirata nel convento di Brescia, per dimenticare l’amore tremendo per il marito, ma quando le giunge notizia delle sue nuove nozze, muore per il dolore. La tragedia si incentra in realtà su quattro personaggi:
1. Desiderio, animato dalla volontà di vendicarsi di Carlo e di riparare il torto fatto al suo onore, e al
tempo stesso avido di potere e conquiste;
2. Adelchi, suo figlio, che sogna la gloria in nobili imprese e non riesce a realizzarle, in un mondo
dominato solo dalla forza e dall’ingiustizia;
3. Ermengarda, che vorrebbe distaccarsi dalle passioni del mondo, ma muore devastata dal suo amor
tremendo per il marito;
4. Carlo, che ha ripudiato Ermengarda e riesce a tacitare ogni rimorso in nome della ragion di Stato,
presentandosi come “campione di Dio”.
Si fa qui più evidente e più ricca di forza tragica la contrapposizione tra i personaggi “politici”, Desiderio e
Carlo, animati solo dall’interesse della ragion di Stato e dalla passione di dominio, e i personaggi “ideali”,
Adelchi ed Ermengarda, che, nella loro purezza, sono inadatti a vivere nel mondo e sono destinati alla
sconfitta.
Nelle sue tragedie Manzoni introduce il coro, una novità nel teatro tragico moderno: esso vuole costituire un cantuccio dove l’autore possa parlare in “persona propria”, un momento lirico in cui lo scrittore possa esprimere la propria visione e le proprie reazioni soggettive di fronte ai fatti tragici.
Infine, per Manzoni la tragedia non deve essere effusione soggettiva, ma rappresentazione di caratteri e conflitti oggettivati, in nome sempre del “vero”.

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