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Gli ”Inni Sacri”


Pubblicata nel 1809 l’Urania, il Manzoni se la sentì subito estranea, ed estranei gli rimasero i temi di altri scritti che annunciò allora al Fauriel: un poemetto sulla fondazione di Venezia, un altro sulla vaccinazione. Ma per tre anni, invece, non scrisse nulla, e quando ricominciò a comporre, la nuova opera furono inni sacri, che annunziò al Fauriel con parole significative: “Io sono più che mai della vostra opinione sulla poesia; bisogna che sia tratta dal fondo del cuore; bisogna sentire, e saper esprimere i propri sentimenti con sincerità”. Così, rinnegando l’Urania e non conducendo a termine la Vaccina e il poemetto su Venezia, Manzoni rinnegava tutto un modo di poesia, per iniziarne, con gli Inni Sacri, uno nuovo, in cui erano già anticipati, forse senza ancora una precisa coscienza teorica, tutti i capisaldi di poetica che avrebbe definiti più tardi: materia vera, come quella che cantava i misteri di una fede che il poeta viveva sentimentalmente e intellettualmente; materia interessante, come quella che i lettori condividevano; sostituzione della mitologia cristiana a quella pagana, ormai morta e per la quale il poeta non provava le nostalgie, fra sentimentali ed estetiche, di altri scrittori del tempo. Il Manzoni progettò, allora, di comporre dodici inni che cantassero gli avvenimenti principali dell’anno liturgico.
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