Chi era Carlo Imbonati?
Carlo Imbonati era il compagno della madre di Alessandro Manzoni, dopo la separazione dal marito, avvenuta nel 1792. Egli apparteneva ad un’aristocratica famiglia di Milano ed aveva avuto Giuseppe Parini come precettore.Quando l’uomo morì a Parigi, lo scrittore aveva 20 anni, ma fra i due si era istaurato un profondo legame, importante soprattutto per gli sviluppi etici successivi.
La poesia
Alessandro Manzoni pubblica la poesia nel gennaio 1806. Il componimento è articolato in 242 versi. Il poeta utilizza uno schema letterario tradizionale, cioè quello della “visione” e del “sogno” ed immagina di dialogare col defunto ponendogli domande riguardo l’etica, il fine della poesia ed altro e per celebrarne la personalità. Il dialogo è una finzione retorica perché fra i due interlocutori non esiste nessuna sostanziale differenza ed in pratica si tratta di un monologo che evidenzia soltanto le concezione e le posizione del Manzoni che caratterizzeranno la sua poetica futura.
Analisi
Nella prima parte, Manzoni fa pronunciare all’Imbonati che gli è apparso sotto forma di visione, un giudizio sulla realtà contemporanea, che in realtà è quello dello scrittore. Si tratta di un giudizio severo dietro il quale è facile scorgere l’amara delusione dibattuti coloro che avevano sognato la libertà ed invece avevano dovuto fare i conti con il regime napoleonico, con un inaspettato rovesciamento delle situazioni e con il mutamento dei poteri costituiti. Qualche anno prima, Foscolo, ne “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” aveva espresso le idee e Parini aveva adoperato lo stessa tecnica dell’alter ego che si faceva portavoce delle proprie idee come l’Imbonati si fa portavoce di quelle del Manzoni. La delusione prende due indirizzi:a) come critica della società
b) come personale ideale di vita
Inizialmente vengono denunciati in modo molto lucido gli aspetti negativi della società del tempo: la dissonanza fra ideali tanto sbandierati e l’ingiustizia dei malvagi e la sconfitta degli onesti. In un secondo tempo, a questo quadro desolante, si contrappone un ideale di vita, quello del “giusto solitario” che si isola dalla folla e dal banale frastuono dei salotti e al presuntuoso cianciare dei rozzi e volgari benestanti (chiamati censiti in quanto pagano le tasse sui beni patrimoniali posseduti) A costoro, preferisce una categoria di amici eletti e virtuosi e il silenzioso dialogo con i grandi ormai defunti, le cui opere costituiscono un vanto e una guida per gli uomini. Si tratta di una solitudine aristocratica, fatta di uno stoico rigore che ci rimanda all’Alfieri e al Parini.
Lo stile
Dal punto di vista stilistico, quando il Manzoni scrive questa poesia il neo classicismo è la corrente letteraria predominante. Testimonianza di questo gusto ci è data dal lessico “si solve” = si scioglie, “mortal carco” = il peso del corpo, “al gracchiar voto” = il frastuono banale, superficiale, non profondo, “preponi” = preferisci, “pacata compagnia” = un dialogo silenzioso, che non fa rumore, che non si mette in mostra, “propositi virili” = propositi degni della dignità umana, “l’erta” = la vetta, la meta prefissata, “le ragion del core” = le passioni umane. Anche la struttura sintattica come le inversioni o gli “enjambements” ci rimandato al gusto neoclassico.
Due versi molto significativi
“…..il santo Veromai non tradir; né proferir mai verbo,
che plauda al vizio, o la virtù derida”
Quando il Manzoni scrive questo componimento, non si è ancora accostato alla fede; nonostante questo la sua morale di uomo laico e la sua poetica sono di estremo rigore; la verità è un valore fondamentale, sia sul piano etico che su quello poetico. Il “Vero” è sentito in maniera religiosa ed è per questo che il termine esige la lettera maiuscola.