Jessica Warman assembla una storia irreale, ma supponibile fin dall’esordio, che occulta un giallo, custodito in un’atmosfera che appare cinerea, liquefatta, algida.
Elizabeth ha appena compiuto diciott'anni e viene svegliata da incessanti fragori provenienti dall'esterno dello yacht di suo padre. Si guarda intorno in velocità e verifica che i suoi amici dormono tutti. Dopo averli chiamati con impeto, senza ricevere alcuna risposta, si tira su e, timorosa, si dirige fuori accorgendosi che il suono proviene dal telaio esterno dell'imbarcazione. Osserva uno stivale in acqua che riconosce come fosse il suo. Un vestito che è come fosse il suo. Un corpo, un viso… che è il suo. Si vede pallida, morta, dilaniata dall'acqua gelida e la sua prima apprensione è come si sia aggravato il suo aspetto fisico, perfetto, in vita. Nell'attimo in cui si volta, incontra Alex, un ragazzo deceduto in un incidente stradale poco tempo prima, nella stessa città. Pare che sia il solo che riesca a sentirla e a vederla. Elizabeth impiega molto tempo prima di riconoscerlo, ricordando i giorni in cui, con la sua cerchia di amici, lo torturava psicologicamente, rendendolo impopolare.

La Warman affronta temi importanti, come il bullismo e l'anoressia, in un giallo che s'infittisce pagina dopo pagina.
“After” è un puzzle non solo incompleto, ma anche del tutto casuale e che, prima di affidare un'idea chiara dell'immagine, dovrà essere studiato nei dettagli, poiché i suoi tasselli si assembleranno in un modo che era impensabile. E che invece è accaduto, fino a togliere la vita ai protagonisti.

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