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La chiusa del romanzo da Gli Indifferenti di Alberto Moravia


Carla è una persona svuotata e sconfitta: ha deciso di gettarsi a capofitto in una vita che sarà la sua rovina. Nel taxi che sfreccia ciecamente nell’oscurità, metafora della sua esistenza, in un angosciante susseguirsi di immagini staccate, Carla immagina la sua vita da donna, quando diventerà la moglie di Leo. Il passaggio all’età adulta le si presenta come qualcosa di impuro, di falso e disperato: per la sua vita futura immagina di doversi costruire un personaggio di “donna fatale”, splendida ma fredda agli occhi degli altri, elegante e invidiata, statuaria e impenetrabile. La signora Merumeci, quella donna che le è così estranea e con la quale dovrà imparare a convivere, condurrà una vita lussuosa, frequenterà un ambiente snob ed esclusivo. Ma dal momento che Leo avrà potuto averla per denaro, allora tutto dovrà essere torbido, dall’aspetto di lei dovrà trasparire la sensualità lasciva di una donna che si è lasciata comprare da un uomo più vecchio, che non ama. Dietro quella facciata da donna fatale, però, non potrà sparire del tutto la purezza infantile: tra le braccia di un amante per qualche ora Carla potrà ritornare bambina, potrà gustare la gioia di una stanza dalla luce bianca, come quella della sua camera nella casa paterna, dove si sentiva al sicuro dalle brutture del mondo esterno. Nell’animo di Carla, insomma, si fronteggiano due realtà: quella del suo mondo interiore, illuminato dalla purezza dell’infanzia, e quella falsa e sconcia del mondo esterno, dal quale bisogna difendersi inventandosi un personaggio, indossando una maschera per recitare come gli altri, rispettando le regole del gioco.
Il romanzo termina con la descrizione di un ballo in maschera. Carla e sua madre, Mariagrazia, escono insieme da villa Ardengo per partecipare a una serata in casa di amici, i cui nomignoli (Pippo, Mary, Fanny) sottolineano la leziosa ipocrisia del mondo borghese. Mariagrazia ha scelto un vestito da spagnola, tentando pateticamente di esaltare una sensualità che le cascanti forme senili ormai le negano; Carlo si traveste da Pierrot, malinconica maschera dell’innamorato sentimentale e sfortunato.
La sintassi è caratterizzata da una fredda costruzione paratattica che rende ancora più soffocante l’atmosfera cupa del paesaggio, specchio dello stato d’animo dei due protagonisti.
Nel silenzio dell’ambiente circostante, i pensieri si affollano nella mente eccitata e stanca di Carla. Prive di coerenza sintattica, le frasi si susseguono a ritmo incalzante e dipingono il quadro desolante della sua vita futura: la monotonia quotidiana, sottolineata dalla ripetitività dei costrutti (dormire insieme, mangiare insieme, uscire insieme), diventa ossessiva nel compiersi inesorabile delle azioni, seccamente elencate in una successione di verbi privi di ogni commento, come se tutto fosse già previsto e determinato (qualcheduno entra nel salotto…ella le viene incontro…prendono il tè insieme, poi escono…). Nella parte finale del brano, quando ormai tutti hanno deciso di recitare la propria parte, i verbi svelano la meccanicità dei gesti (Si tolse il pastrano e il cappello…ella lo guardò…passarono nel corridoio…), le frasi che i fratelli si scambiano sono così scarne e banali che sottolineano la lontananza e l’incomunicabilità che si è creata tra i due. Nella gelida atmosfera della serata, un doloroso e stridente contrasto è creato dalla descrizione di Mariagrazia travestita da spagnola, in cui gli aggettivi impietosi (faccia molle, lussureggiante belletto, guance accese…) colgono ogni particolare patetico di quella maschera grottesca.
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