Mongo95 di Mongo95
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Rabelais non è un filosofo, ma un grande scrittore, e nell’opera di Gargantua ci sono esempi specifici di capovolgimento del grottesco etichettati di forte valenza filosofica. Prima medico che intellettuale, è figura molto partecipe della vita politica francese, come medico e segretario del fratello del cardinale Du Bellay. Durante la gioventù riceve formazione teologica francescana, prendendo i voti nel 1520, per abbandonare la toga nel 1528, come presa di posizione contro quando accaduto nel 1524, quando la Sorbona aveva vietato lo studio del greco dopo la pubblicazione degli Adagia di Erasmo. Greco che quindi metteva nella pericolosa condizione di leggere filologicamente i testi antichi. Nel 1530 si iscrive quindi alla Facoltà di Teologia, trasferendosi anche a Lione. Nel 1532 pubblica Pantagruel, durante la fiera del libro di Lione, che cadeva durante lo stesso periodo di una festa carnevalesca. Nel 1534 anche Gargantua. Si tratta di due giganti, il secondo padre del primo, che sono la rielaborazione di alcune figure di demoni sempre presenti nei rituali carnevaleschi di quegli anni. Negli anni precedenti era uscita una sorta di biografia immaginaria del gigante Gargantua, che ebbe enorme successo. Allora Rabelais volle parlare del figlio, Pantagruel, demone che compare alla fine delle feste, buttando sabbia nelle gole degli ubriachi dormenti. Demone della siccità. Il successo di questa pubblicazione lo spinge a scrivere anche di Gargantua. Seguono altre tre libri con le avventure di Pantagruel.

In Rabelais c’è sempre l’ossessione del medico che da nome alle parti del corpo umano, alle parti della natura. Un inventario delle cose del mondo, necessità linguistica di Rabelais e elemento estetico del grottesco. Diventa quindi per i francesi una sorta di Dante, concedendo nomi volgari a elementi di tantissimi ambiti diversi.

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