Kubla Khan di Samuel Taylor Coleridge


È il Romanticismo a mettere in crisi l’immagine tradizionale del poeta. A inizio Ottocento l’inglese Coleridge scrive, sotto l’effetto di due grani d’oppio, versi visionari che parlano metaforicamente della poesia. Kubla Khan (o Kublai Khan, il sovrano che ispira questa poesia, nipote di Gengis Khan) è un grande monarca orientale che ha fatto costruire per sé uno stupendo palazzo. Ma sotto di esso si apre, nascosto in una grotta, un “abisso orrido”, immenso”, al fondo del quale scorrono acque vorticose. Kubla Khan ha dunque edificato “un raro miracolo”, una casa illuminata dal sole su caverne tenebrose. La poesia si spezza bruscamente, il poeta dice “io” e parla di un suo sogno: ha visto una fanciulla proveniente da un luogo sacro che cantava e suonava. Se egli potesse ricordare le parole di quel canto, lui stesso potrebbe edificare, come Kubla Khan, il palazzo meraviglioso e creare sotto di esso le caverne di ghiaccio; allora tutti, terrorizzati, riconoscerebbero in lui un potere misterioso e gli farebbero intorno un cerchio magico per isolarlo.
Il palazzo di Kubla Khan, che Coleridge può ricreare, è immagine della poesia, bella e armoniosa in superficie ma con un fondo oscuro e inquietante, legato al torbido inconscio dell’uomo. Le parole cantate in sogno simboleggiano la natura misteriosa e sacra dell’ispirazione poetica, che però crea negli altri uomini non più vicinanza e anore ma timore e diffidenza.
Samuel Taylor Coleridge è l’autore che dà inizio al Romanticismo inglese, con la pubblicazione nel 1798 delle Ballate liriche, scritte con l’amico William Wordsworth. La sua scrittura è densa e a volte oscura, ricca di immagini oniriche legate anche all’esperienza dell’oppio, che finì per diventare una dipendenza. È autore anche del poemetto La ballata del vecchio marinaio, tipico esempio di testo visionario romantico.
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