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Un filo d’olio di Simonetta Agnello Hornby


Un filo d’olio di Simonetta Agnello Hornby, scrittrice siciliana che ora vive a Londra lavorando come avvocato, è a metà tra un romanzo autobiografico della sua infanzia ambientato negli anni Cinquanta e un ricettario. Il libro contiene 28 ricette di piatti a base di ortaggi di stagione e dolci tipici della tradizione siciliana. Attraverso gli odori e i sapori racconta la vita del tempo, evidenziando l’importanza che la cucina, anche come luogo, avesse nello svolgimento delle normali attività. E’ un viaggio all’interno dei suoi ricordi di quand’era bambina e ragazzina che costruisce la storia nella Sicilia dei anni Cinquanta della sua famiglia che apparteneva all’aristocrazia terriera. Scrive questo libro con l’aiuto di sua sorella Chiara e, nonostante abitino in isole diverse da 40 anni, ogni estate si ritrovano a Mosè per cucinare ancora insieme i piatti insegnatigli dalla mamma e dalla zia Teresa. L’idea era quella di far rivivere la cultura della loro tavola con fotografie d’epoca. Il luogo in cui è ambientato si chiama Mosè, un nome biblico derivante dal primo proprietario dell’antica masseria, un edificio che ha resistito alle guerre, a pochi chilometri dalla Valle dei Templi di Agrigento. Era la residenza di campagna del Barone Agnello, una grande masseria con la sua cappella e i suoi granai, immersa tra gli uliveti e i campi. In inverno vivono tre famiglie di contadini, solo alla fine di maggio si unisce a loro il padrone, la signora baronessa e le sue figlie, Chiara e Simonetta, insieme a tutto il personale di servizio: cameriere, cuoche, sarte e bambinaie. La scrittrice racconta il vissuto di quelle estati, tra i riti del viaggio e quelli del cibo, tra l’arrivo e i giochi con i cugini oppure le visite degli ospiti, il camminare nella aie e nei campi assolati, ombreggiati solo da olivi, oppure il riposare nelle stanze fresche della masseria. Le immagini, i luoghi, i volti delle persone amate, i sentimenti, le emozioni, i pensieri di allora appartengono ancora al mondo interiore della scrittrice e non è cambiata l’essenza intima di essi. L’impressione piacevole che questo libro suscita è una forma di intenerimento verso la bambina, prima, poi l’adolescente e la giovane donna, del suo rapporto senza conflitti con la sorella Chiara, della sua ammirazione per la mamma e la zia materna, un universo al femminile un po’ speciale che ricompone un quadro familiare idilliaco ed armonico. Il libro è la realizzazione di un desiderio della scrittrice, che custodiva da anni, di trascrivere le ricette dei dolci di nonna Maria, morta quando lei aveva un anno, annotate in un quadernetto con le pagine numerate e corredato di indice. I dettagli si fanno molto realistici anche grazie alla naturalezza del linguaggio parlato dalle persone comuni con molto termini dialettali, che è la lingua naturale della scrittrice; infatti l’autrice non fa una traduzione delle parole dialettali, ma le lascia nel suo suono originale proprio per mantenere uno stile autentico. Anche se è un racconto incentrato sul passato, non è nostalgico. I particolari che ci da, i momenti che ci fa rivivere compongono un quadro dettagliato, come se fossimo lì in quel momento, per cui in realtà il passato diventa il presente da vivere al momento della lettura e non un insieme di momenti già vissuti e che non torneranno. Si tratta anche del ritratto di un’epoca che non c’è più, dei suoi usi e costumi, della nobiltà che stava morendo. Qui si scopre che la nobiltà siciliana mangiava come il popolo, che viveva l’arrivo delle nuove tecnologie, come il frigorifero o la televisione, la radio o la cucina a gas, alla stregua dei paesani; anche i figli facevano il bagno nella stessa acqua, così come era uso nella gente comune. Quindi le differenze tra il popolo e l’aristocrazia, alla fine, non erano così grandi come si potesse immaginare. In questo viaggio nella memoria la scrittrice ha una compagna preziosa: la sorella Chiara, che firma le 28 ricette contenute nel volume suddivise per mese, da maggio a settembre, al ritmo delle stagioni. Le pagine traboccano di seducenti suggestioni, in un tripudio di colori mediterranei: le zucchine fritte con aglio, menta, zucchero e aceto, gli spiedini con tuma (tipico formaggio siciliano) e acciughe, la gelatina di uva e di melagranata, il biancomangiare con il latte di mandorla, la melanzana in tutte le sue variazioni… Un inno alla sicilianità e alla sua gastronomia. L’autrice ha sempre in mente il detto della madre: “con un filo d’olio..” per regalare ad ogni pietanza un pizzico si sapore in più. “Un filo d’olio prezioso in qualsiasi frangente: rinfrescava i resti e le verdure cotte in anticipo, trasformava in squisite pizzette le fette di pane raffermo bagnate in acqua e latte, coperte di pomodoro pelato…”
Capitolo 1: la donna con la testa nel sacco
Il trasloco a Mosè avveniva a più riprese. L’autista Paolo, in un primo momento, portava Filomena e Caterina affinchè pulissero la casa e, in un secondo momento, Giuliana, la bambinaia ungherese, Francesca, sorella di Filomena e cameriera “fine” e Simonetta. Da Pasqua in poi si comprava l’occorrente per riaprire la casa, le cameriere lavavano e stiravano tovaglie, asciugamani e tutto l’occorrente. Nella seconda auto, guidata dal barone, c’era la moglie con in braccio la piccola Chiara, sorella di Simonetta. Dai primi di maggio non aspettavano altro che l’annuncio del trasloco. Dalla fiera di Pasqua in poi si cominciava a comprare e a mettere da parte l’occorrente per riaprire la casa (sapone, candele…), le cameriere lavavano e stiravano lenzuola, tovaglie e asciugamani e Caterina preparava sacchi di legumi, pacchi di zucchero, the, caffè, pasta, riso… Nell’anno 1950 ci fu un intoppo: il giorno della partenza giunsero dei parenti a sorpresa e si fermarono per il pranzo, così Caterina non potè partire perché c’era bisogno di lei. Filomena, dopo vari litigi, sarebbe andata, con la testa coperta da un sacco per non compromettere la sua reputazione, a Mosè con Paolo, uomo di famiglia da più di 30 anni al loro servizio.
Capitolo 2: “non che Mose’”
Simonetta veniva educata privatamente a casa lontana dai suoi coetanei. Sua sorella Chiara era minore di 3 anni, quindi lei doveva proteggerla. Alla mamma piaceva raccontare la storia della casa di Mosè, acquistata nei primi dell’Ottocento dal bisnonno ed ora lasciatale in eredità. Occupata dai tedeschi e bombardata dagli alleati, la casa fu ricostruita in meno di 2 anni per trascorrere le vacanze estive. Sormontata ai lati da torrette merlate, la facciata era piatta, al secondo piano c’erano 6 balconi, sotto 6 finestre larghe ed era intonacata di rosa. Giunti a destinazione le persone di servizio scaricavano le automobili, mentre i proprietari salutavano gli abitanti di Mosè. La mamma si soffermava con il personale e aveva una parola gentile per tutti. Rosalia si occupava della famiglia, del pollaio, del personale sempre con generosità. Spartana e pulita, la casa di Rosalia aveva una sua dignità, all’arrivo della padrona offriva subito il caffè d’u parrinu, dal profumo speziato, un misto di cacao, vaniglia, chiodi di garofano e cannella. Dolce, cioccolatoso e aromatico, quel caffè legava le donne delle famiglia con quelle di Rosalia. Simonetta le chiese la ricetta, ma Rosalia le elencò solo i 7 ingredienti del caffè, perché sapeva a memoria la ricetta e temeva di non scriverla bene. Il caffè, ora preparato da Chiara, è ottimo, ma manca il tocco magico di Rosalia.
Capitolo 3: la minestrina primavera di giovannina
Durante la permanenza lei e sua sorella erano in cerca di nidi di uccellini, osservavano le uova, i piccoli appena nati… Le bambine non pranzavano mai con i genitori; solo la prima sera era concesso loro di entrare in cucina e seguire la preparazione della minestrina di Giovannina. In un pentolone di alluminio annerito dal fuoco metteva lenticchie, fave, ceci, verdure fresche e vari odori. Il segreto era la lenta cottura, era fresca, profumata, c’erano tutti gli odori di maggio. Come secondo prendevano tuma all’argentiera, cioè il primo pecorino senza sale (dato che possedevano un gregge di pecore). Veniva cotto in padella in olio bollente con un soffritto di cipolla e dell’aceto di vino bianco, con l’aggiunta di sale e pepe.
Capitolo 4: i primi giorni di villeggiatura
Dopo aver ricostruito la casa di Mosè, il padre aveva dato una ripulita i mobili trovati in magazzino e riciclato quelli scampati al bombardamento, mentre la madre aveva dato un tocco di eleganza con i teli a fiori, i drappi di broccato, i quadri ereditati da suo padre; i letti e i comodini erano ricoperti di stoffe allegre per ovviare il fatto che fossero tutti diversi. Mancava ancora la luce, perchè non c’era abbastanza denaro per l’allacciamento alla corrente elettrica, si usavano candele e due lampade alimentate da bombole di gas illuminavano la camera da pranzo e la terrazza. Una vecchia ghiacciaia veniva usata per rinfrescare il cibo e in casa si faceva uso dell’acqua corrente che scendeva dai serbatoi e quindi bisognava evitare di sprecarla. La bambinaia faceva il bagno alle due sorelle nella stessa acqua. Chiara era una bimba fragile, cagionevole di salute, disegnava e giocava con le bambole, mentre Simonetta amava la vita all’aria aperta e andava sempre fuori, assisteva alle varie attività della fattoria, alla pesa del raccolto, alla divisione nei secchi, alla nascita di cagnolini, agnellini, puledri… A Mosè giungevano sempre vari parenti, i nonni paterni, la zia Teresa con zio Peppino e Silvano, il cugino preferito, la famiglia di zio Giovanni con i cugini Maria, Gaspare e Gabriella e altri parenti o amici. Prima dell’arrivo dei cugini dovevano tirare fuori i giocattoli, pulire i monopattini, le biciclette e arredare la casetta nella stanza dei giochi che poteva ospitare 4 bambini. Nella fattoria lavoravano tutti fin da piccoli, chi a pulire le stalle, chi i pollai… Simonetta, quell’anno, doveva accogliere gli ospiti e accompagnarli in terrazza, dove gli adulti trascorrevano le giornate. Suo padre, solitamente, non si occupava di loro, ma nei primi anni di villeggiatura volle inculcare alla figlia maggiore l’amore per l’agricoltura, ma senza successo, dato che era più interessata a guardare le formiche sull’albero piuttosto che ad individuare i frutti acerbi sui rami. Alla morte del padre Chiara prese in mano la gestione della fattoria introducendo l’agricoltura biologica e creando un agriturismo. A Mosè la dieta era diversa da quella di Agrigento, perché in campagna si mangiava quello che si produceva. Al posto del merluzzo bollito Caterina offriva uova prese dal pollaio, sode, sottoforma di frittate; al posto di formaggi di vacca c’erano tuma e primosale. Per colazione i plasmon venivano sostituiti da pane, ricotta e siero.
Capitolo 5: la famiata di Rosalia
Anche durante gli anni di guerra, a Mosè la fame non la sentirono mai, le olive e il frumento bastarono per tutti. Ogni settimana si panificava per le 5 famiglie che vivevano nella fattoria. Fare il pane era un duro lavoro, ciascuna madre panificava per il proprio nucleo familiare, a turno e a giorni diversi. Rosalia sovraintendeva e preparava il pane più delle altre, per i garzoni, i braccianti e vari operai. Permetteva alle figlie del barone di assistere alla famiata senza disturbare. La sera prima iniziava la panificazione e il processo sarebbe durato tutta la mattina del giorno successivo. Tutti aiutavano alla ben riuscita di questo duro lavoro, chi trasportava i sacchi di farina, chi portava acqua, chi portava fascine di legna. Modellavano vari tipi di pane: filoni lunghi, pagnotte grandi, a ferro di cavallo. Alla fine Rosalia modellava dei panini che condiva con olive nere, sarde salate, pezzetti di frittole di maiale e pecorino e li distribuiva i bimbi della fattoria, da tempo riunitasi sull’uscio. Quelli che prediligeva Simonetta erano con l’olio, i panini caldi veniva intinti nella ciotola di olio e sale. Pane caldo e olio, il cibo più buono, il cibo più buono mai gustato dalla bambina.
Capitolo 6: i primi ospiti: i nonni
Le due bambine fino a metà giugno non avevano compagnia e, nell’attesa, Simonetta, con il giardiniera, verificava la crescita delle piante o, da sola, si arrampicava sugli alberi, controllava gli olivi, raccoglieva le margherite per fare la camomilla. Gli adulti facevano le pulizie in grande: si rifacevano i materassi e i cuscini, si cospargeva di alcool le reti di metallo e le si incendiavano per distruggere le uova dei pidocchi, cimici all’interno delle maglie di ferro. I nonni erano i primi a raggiungere Mosè; la signora era grassa e faceva fatica a fare le scale, così, una volta raggiunto il secondo piano, vi restava fino al momento di ripartire. Quando cucinava lei tutti mangiavano molto bene. Il nonno era mingherlino, sempre in giacca e cravatta, taciturno, ma cortese con tutti.
Capitolo 7: arrivano zio peppino, zia teresa e silvano
Zio Peppino, zia Teresa e Silvano completavano la formazione degli ospiti permanenti. Portavano sempre molto cibo: angurie, caciocavallo, cioccolato, dolci e regali per tutti. Teresa era la zia materna e aveva 10 anni di differenza con la sorella; tra di loro erano molto legate, allegre, laboriose. Silvano, il cugino, giocava sempre con Simonetta e Chiara, ma poteva svolgere compiti da maschio: andava ad arare la terra sul trattore che lo zio aveva acquistato, poteva ascoltare i discorsi dei contadini. I bambini si cimentavano nella costruzione di un’automobile, ogni anno diversa: con chiodi, martello, colla, lacci, tavole rotte. Solitamente saliti su quest’auto, si inclinava subito e tutti cadevano a terra pieni di lividi. Un’altra occupazione era quella di andare dall’asinello, farlo uscire dalla stalla e bardarlo, ma solitamente scendevano dal calesse, perché l’animale rimaneva immobile. Dopo la cocente delusione, Giuliana preparava ai fanciulli una speciale merenda: i chicchi delle spighe di grano abbrustoliti, un quadratino di cioccolato o l’amarenata.
Capitolo 8: le spedizioni nei tetti morti
Dopo pranzo tutti si ritiravano nelle loro stanze, mentre Simonetta e Silvano, dopo aver appurato che Giuliano dormisse, scappavano e iniziavano le loro scorribande segrete. In cucina, vuota e pulita, le imposte socchiuse, salendo su una sedia, rubavano dagli alti scaffali un po’ di cotoniata (marmellata con mele cotogne) e un pezzo di pane, non per fame, ma per il gusto del proibito. Dopo si avventuravano nei tetti morti sopra la camera da pranzo, risparmiati dai bombardamenti e, per fortuna, non sprofondarono mai. In quei tetti trovarono di tutto, anche dei vasi di porcellana bianca che lavarono e li portarono alle loro mamme, peccato che fossero canteri.
Capitolo 9: le infrazioni di zia Teresa e mamma, insieme a Paolo
Sin da bambina la zia Teresa preparava dolci con l’aiuto della sorella ed ora, a Mosè, ripetono questa tradizione. La cucina era fresca e silenziosa e loro sembravano le padrone; controllavano sempre le ricette sul libretto della nonna Maria. Preparavano biscotti, pasticciotti con crema e amarena, panzerotti, il pan di spagna che serviva per ogni occasione: a fette per la prima colazione, come dolce nel pomeriggio e imbevuto di Alchermes e crema per la zuppa inglese. Di questo dolce Paolo era molto goloso, aiutante ormai anziano della baronessa, a volte fungeva da autista, lucidava le auto e era a servizio della famiglia Agnello da molto tempo. Quando Chiara si ammalò di linfatismo e si trovò confinata a letto, lui le tenne compagnia, le insegnava giochi con le carte per farle passare il tempo. Le due donne, dopo aver preparato crostate e biscotti, rassettavano e si ritiravano nelle loro stanze per poi ritrovarsi tutti insieme in terrazza, vestiti elegantemente, verso le 5 del pomeriggio.
Capitolo 10: giochi di gruppo: merende, scavi e bersaglieri
Anche i bimbi nel pomeriggio si cambiavano, ma non per indossare abiti più eleganti, ma per andare a correre nei campi, mettendo pantaloni, calze e scarpe. Si portavano dietro la merenda nel cestino, per mangiarla seduti su un muretto o sotto un albero o la raccoglievano nell’orto (cetrioli, pomodori, peperoni). A volte, pensando di essere archeologi e che sotto Mosè ci fossero delle antichità, con picconi, pale e rastrelli iniziavano a scavare, trovando solo cocci di vasi greci e fenici, ma non monete. Scavando a nord della casa, Simonetta trovò uno scheletro di cavallo, che ben presto si rivelò di un mulo. Nonostante la delusione della scoperta, si portò via il teschio, lo appese in camera sua, lo trasportò di trasloco in trasloco fino alla nascita del figlio. In seguito, quando il padre fece scavare dai macchinisti per impiantare un pescheto, trovarono realmente le tombe di una necropoli greca del 4° secolo, i cui resti si furono donati al museo di Agrigento.
Capitolo 11: pretini
I rapporti con il mondo esterno avvenivano raramente e si limitavano alle passeggiate per giungere al bar di Don Giovannino del Villaggio Mosè, dove prendevano il gelato al limone e cioccolato, dato che c’erano solo due gusti. A volte si recavano a 15 km dal Villaggio Mosè, a Castiglione, dove c’era un bar pasticceria famosa per i gelati e per i pezzi duri in 5 gusti: cioccolato, nocciola, torrone, caffè e pistacchio. Bastavano i colori a far venire l’acquolina in bocca: quello del cioccolato era scurissimo e lucido, quello verde delicato con sopra una spruzzata di pistacchi tritati… Se il padre guidava veloce e se il passaggio a livello era aperto, i pezzi duri sarebbero giunti a Mosè pronti per essere mangiati. Non facevano mai gite al mare, in quanto al padre non piaceva; per poterci andare si dovevano ingegnare. Con il pretesto di andare a trovare un cugino che aveva una campagna sul mare, mentre il cugino Silvano faceva dei giri in macchina lungo le piste del vigneto, Paolo accompagnava le bambine in spiaggia. Potevano solo mettere le ginocchia nell’acqua pulitissima e trasparente, ma gli era proibito entrare nel mare, immergevano le mani e si leccavano la salsedine. Ogni anno gli allievi del seminario di Agrigento facevano una scampagnata a Mosè, il padre non amava i preti, era scontento, ma la madre ci teneva molto che i “pretini”, sempre rinchiusi in seminario, potessero uscire almeno una volta all’anno. I pretini erano interessati a tutto: osservavano le minuscole olive, ficcavano la testa nelle tane delle lepri, facevano le piroette sui prati, si arrampicavano sugli alberi e dondolavano… Dopo il pranzo, consumato sotto gli alberi, cantavano a squarciagola canzoni religiose popolari. Terminata la giornata, ringraziavano il barone Agnello, fino a che la faccia contrariata del padre non appariva alla finestra.
Capitolo 12: l’amore dei piccoli
Un’estate lo zio Ignazio, cugino preferito della baronessa, e sua moglie Verena fecero visita alla fattoria. Lei era alta e flessuosa, i capelli dorati e una voce mielosa con la erre moscia, lo zio era stata il primo amore di Simonetta, che, fin dal piccola, si innamorò di quest’uomo sempre gentile. Dopo avergli confessato il suo amore, lui la rassicurò dicendo che l’avrebbe sposata. Quando lo zio portò in casa Verena, la piccola si rifiutò di incontrarla e quando fu obbligata alle presentazioni, con massima serietà, le disse: “Tu puoi anche sposartelo, ma ricordati che io sono stata la sua prima moglie”. In seguito accettò la nuova fidanzata, ma la trattava sempre con freddezza. L’affetto tra nipote e zio durò fino alla sua morte precoce.
Capitolo 13: l’amore dei grandi
La fanciulla aveva le idee molto confuse sull’amore dei grandi e sul sesso. Nella famiglia del barone, come in quella dei contadini, oltre ai baci dei saluti, non c’era alcun contatto fisico tra fidanzati, tanto meno tra moglie e marito. La mamma delle bambine raccontava spesso dei tempi del suo fidanzamento, delle gite fatte con il padre e come avesse ricevuto l’anello di fidanzamento dal padre dentro una scatola di cioccolatini. Da allora in camera dei genitori si trova sempre una scatola di legno, cilindrica e dipinta con disegni floreali stracolma di cioccolatini e da allora Simonetta dedusse che quello fosse l’amore dei grandi: mangiare cioccolatini insieme. Giuliana era particolarmente bigotta, parlava degli uomini con disprezzo, si rifiutò sempre di spiegare alle bambine come fossero nate e per Simonetta rimase sempre un mistero la nascita fin quando non ebbe direttamente lei un figlio. Alla fattoria giunse un parente della madre che viveva al nord con la moglie; questa aveva un volto dai lineamenti perfetti, più alta del marito, portava i pantaloni, cosa molto strana per quei tempi. Un giorno ci fu una grossa lite fra gli zii, lui le aveva ordinato di non indossare più i pantaloni (perché la guardavano sempre tutti) e lei l’aveva accusato di essere geloso. Per far pace la zia esigeva una pelliccia di visone, ma dato che il marito rifiutò, prima disse che voleva buttarsi giù dalla finestra e poi riuscì a scappare. Tutti alla fattoria andarono a cercarla e la trovarono piangente. I due zii, rappacificatasi, partirono. Simonetta comprese che l’amore di grandi è tempestoso e che in certi casi i regali lo fanno crescere.
Capitolo 14: amor sacro e amor profano
Giunta ai 9 anni, Simonetta era prossima alla comunione. In quel periodo la madre le insegnò ad apprezzare e comprendere l’arte. Il quadro di Tiziano L’amor sacro e l’amor profano scosse la bimba e le fece nascere dei dubbi. Si domandava come mai una donna mezza nuda potesse rappresentare l’amore di Dio e perché loro quando andavano in chiesa dovevano sempre essere accollati. Sua madre fu evasiva nelle risposte e, allo stesso modo, Maria che le aveva detto che l’amore profano è una cosa brutta, non da persone sposate, insomma era fare le corna.
Capitolo 15: i sogni romantici delle mennulare
A differenza di altre colture, olive, uva, pistacchi, le mandorle mature possono essere lasciate sull’albero fin quando il mallo si spacca. Nel mese di agosto giunsero a Mosè le mennulare, ragazze da marito, poverissime che, per aiutare i genitori e farsi il corredo, raccoglievano le mandorle. Il barone dava loro il vitto compreso il pane di Rosalia. Si coprivano il capo con un fazzoletto annodato sulla nuca e indossavano abiti sbiaditi con le gonne lunghe e ampie. Arrivavano nel cassone di un camion. Stipate come una mandria, portandosi coperte, vasellame, pentole e tutto ciò che serviva loro per bivaccare nel magazzino dell’ex frantoio. Una guardiana vedova dirigeva il lavoro, il dormitorio e la cucinata; la verginità di queste ragazze doveva essere garantita, quindi facevano vita completamente separata dai contadini: li incontravano solo durante il lavoro nei campi e alla festa di fine raccolta. A volte la guardiana, sapendo che a Mosè le sue ragazze erano rispettate, concedeva loro qualche libertà: potevano scherzare con i giovani. Erano giovani e belle, molte avevano la carnagione chiara e i capelli biondi. Angela era la più spigliata, aveva gli occhi azzurri e cantava in modo melodioso. Durante la raccolta delle mandorle le automobili non potevano entrare nel cortile, perché un grande tavolo rettangolare occupava l’intero androne. Mentre le mennulare raccoglievano, le contadine sedute intorno al tavolo, con una pietra, toglievano il mallo alle mandorle raccolte il girono prima. A questo lavoro partecipavano tutte le donne, compresa la baronessa e zia Teresa. Questo lavoro congiunto di padrone e contadine aveva origine in un’antica tradizione che il padre aveva voluto mantenere. In cucina, con le mandorle rimaste dall’anno precedente, si sfornavano dolci profumati, crostate con la farina di mandorle... A fine raccolta si svolgeva una grande festa; le mennulare avevano cominciato a pianificarla fin dal primo giorno, celebrava il lavoro svolto e confermava il loro sogno, cioè il matrimonio. Al rinfresco si potevano mangiare teglie di sfincione, salsicce arrostite, braciole di maiale e di agnello arrosto con patatine, cipolle annaffiati con il vinello di Mosè, per dolce anguria e petti duri di gelato. Simonetta osservava tutto attraverso le persiane della camera da letto, mentre gli altri dormivano e, come le mennulare, anche lei, per la prima volta, si sentiva dentro un rimescolio e sognava l’amore.
Capitolo 16: il fermo, la paura e i serpenti
A Mosè negli anni Cinquanta, oltre alla luce elettrica, arrivò il frigorifero, bastava tirare la maniglia e la porta si apriva rivelando ogni ben di dio: bottiglie di acqua fresca, boccali di spremuta di uva e di amarena, budini e prosciutti; nel compartimento freezer c’erano i vassoi del ghiaccio e i gelati comprati o fatti in casa. Questo elettrodomestico aveva rivoluzionato il modo di mangiare alla fattoria: la carne arrivava più spesso, comparve il latte di mucca, il burro, i sorbetti… All’età di 8 anni il cugino Silvano aveva avuto il permesso di guidare il trattore ed era diventato trattorista. Simonetta crescendo si appassionò alla lettura, infatti la mamma le diede il compito di spolverare i libri dello studio: romanzi, qualche volume di enciclopedia, tomi di D’Annunzio, biografie e diversi libri osè. In quel periodo entrò in vigore una nuova legge, che non permetteva ai proprietari di possedere più di 200 ettari, ma dato che Mosè era minore, Simonetta no capiva perché il padre fosse preoccupato. Nel frattempo venne chiusa anche una miniera e i lavoratori erano in subbuglio; si parlava della fondiaria, che la bambina credeva fosse un nome di donna, mentre Maria le spiegò che era un’imposta da pagare entro agosto. Tutti alla fattoria in quel periodo erano preoccupati. Un giorno la baronessa, insieme a Paolo, dovette andare a prendere il medico ad Agrigento dato che la nipote Maria aveva la febbre molto alta. Nel ritorno, in auto, subì un fermo e si spaventò dato che in quel periodo erano frequenti i sequestri, i briganti e si sentiva parlare della mafia. Il giorno successivo all’episodio fu proibito ai bambini di andare nei campi e di allontanarsi dalla fattoria, con la scusa di un’invasione di vipere.
Capitolo 17: tempi difficili
Il tempo passa. Ad 11 anni Simonetta fu ammessa alla tavola dei grandi, trascorreva la maggior parte del tempo a leggere, dipingere, ricamare, Maria passava la maggior parte del tempo con le zie, Silvano era sempre sul trattore. Nella fattoria si incominciò a sentire la mancanza del denaro, la baronessa incominciò da occuparsi personalmente della fattoria, era brava nei dolci, ma meno per il resto, così studiò le ricette dell’Artusi per poi eseguirle alla perfezione. Simonetta, vedendo la mamma stanca, decise di mettersi ad aiutarla in cucina. A Mosè non compravano né frutta né verdura, mangiavano quello produceva l’orto. L’accordo sul menù del giorno poteva essere sempre rimesso in discussione dall’arrivo a sorpresa di verdure dell’orto mature, o da regali di uova, pollame, conigli. Anche con pochi ingredienti riuscivano sempre a preparare pietanze variate e ottime. Per dare l’illusione di mangiare piatti che erano abituati durante il resto dell’anno, ricorrevano ai falsi, ad esempio la finta trippa di frittatine gialle, varie preparazioni delle melanzane che sostituivano la carne, per esempio usate come pezzetti di carne sostituivano la cotoletta, ma il piatto preferito rimaneva sempre la parmigiana di melanzane.
Capitolo 18: comincio a cucinare
Pur trovandosi in ristrettezze economiche, a Mosè non mancavano mai gli ospiti. Ormai Simonetta era diventata l’assistente della mamma in cucina. I lavori ogni giorno diversi erano sempre interessanti, da quelli preparatori (spennare polli, piccioni) al pestare le spezie, snocciolare le amarene, al cucinare vero e proprio. Questo era un processo chimico che trasformava l’aspetto e il gusto dei cibi: per esempio la melanzana, una volta fritta, diventava bronzea, lo zucchero messo in un pentolino si trasformava in un liquido caramello. La ragazza imparava ogni giorno piccoli accorgimenti: “un filo d’olio era prezioso per qualsiasi frangente”. I dolci le davano sempre molta soddisfazione. La cucina era anche il luogo dove si preparavano i prodotti estivi per l’inverno: i pomodori secchi, il vino cotto, la cotognata, la salsa di pomodoro imbottigliata e bollita.
Capitolo 19: i dolci dell’estate
Tra la metà di luglio e quella di agosto si festeggiavano vari compleanni e onomastici. Solitamente il dolce preparato era il biancomangiare, preparato con le mandorle. Si serviva su foglie di vite e si cospargeva con un velo di cannella e scaglie di cioccolato nero. Un altro dolce estivo era il gelo di mellone, ossia l’anguria.
Capitolo 20: le ospiti anziane
La baronessa e la sorella Teresa amavano la compagnia delle donne anziane, compresa quella di nonna Maria, che purtroppo morì quando Simonetta aveva solo 1 anno. La bambina, però, conosce tutto della nonna tramite i quadri, le fotografie e i vari racconti. La nonna era una persona saggia, bella, brava, divertente, ricamava, preparava dolci. In casa era ospite Giuseppina, amica storica, una signora maggiore di 10 anni di zia Teresa e zia Concettina, lontana parente acquisita.
Capitolo 21: topi e pipistrelli
Nell’estate del 1957 arrivò a Mosè il televisore, tutti, compresi i figli dei contadini, entrarono in casa per vederla. La bambina era ipnotizzata da quello che succedeva nello schermo. La seconda novità di quell’anno fu che Simonetta, avendo compiuto 13 anni, non era più costretta ad andare a letto dopo cena, ma poteva rimanere con i grandi in terrazza. Qui, in genere, si formavano due gruppi: quelli che chiacchieravano e , i suoi preferiti, quelli che giocavano a carte. Talvolta la quiete degenerava in caos per colpa di topi e pipistrelli.
Capitolo 22: fiori e spine
Sempre in quell’anno, in autunno, la famiglia si trasferì a Palermo, dove Chiara frequentava le scuole medie e Simonetta il ginnasio. Quest’ultima aveva fatto amicizia con alcune compagne e vedeva spesso i cugini della parte del padre, in particola modo si era affezionata a Francesco. Il ragazzo, all’età di 23 anni, era stato rapito e fortunatamente, dopo 3 mesi di prigionia, fu rilasciato (le regalò un abbonamento al loggione per la stagione sinfonica che ricevette ogni anno fino al diploma. Simonetta sapeva che la mafia non sequestrava le femmine, ma era preoccupata per l’altro cugino, Silvano. In quel periodo la ragazza incominciò anche ad interessarsi ai ragazzi che erano irraggiungibili, in quanto a scuola andava sempre accompagnata da Paolo, al cinema veniva scortata da Giuliana. In seguito, però, potè ricevere telefonate anche dai ragazzi e talvolta usciva con i suoi cugini, Maria e Gaspare, senza la “guardia”. Per l’estate la ragazza avrebbe preferito andare al mare con le sue amiche, ma dovette recarsi a Mosè senza discutere. Là si annoiava, così la mamma le offrì dei libri e la persuase a leggere quel che voleva: in tal modo la noia passò (Tolstoj, Balzac, Zola, Verga…). Un’altra passione fu quella di disporre i fiori in casa e quindi di andare per i campi a raccoglierli: rose, gelsomino, rami verdi, finocchietto selvatico, gladioli… La mamma la incoraggiava a preparare i centrotavola e le insegnava a decorare le pietanze usando quello che c’era: limoni, prezzemolo, olive, acciughe. Sceglieva anche le insalatiere, i piatti, i vari servizi che meglio si adattavano a quello che avrebbero contenuto.
Capitolo 23: le raccolte
Il padre assisteva personalmente alla trebbiatura e alla vendemmia, che veniva fatta a mano ed era molto gradevole, a parte le vespe che pungevano inesorabilmente la madre e Simonetta. Ad agosto c’erano spesso temporali estivi e la paura maggiore era quella che cadessero le tettoie del vigneto. La ragazza amava assistere alla raccolta del cotone, andava nei campi a piedi e nel pomeriggio tornava a casa sul rimorchio carico del raccolto della giornata. Il cotone veniva sempre raccolto a mano faticosamente dagli uomini.
Capitolo 24: la partenza
Un’altra ospite di casa Mosè era Madame Von Tschudin, una signora austriaca, ultra settantenne e molto povera. Non sembrava avere amici e parenti; a Palermo sia la mamma che zia Teresa la invitavano a pranzo ogni settimana affinchè mangiasse un buon pasto. Aveva perduto durante la prima guerra mondiale il grande amore della sua vita, un nobile polacco. La baronessa sperava di incoraggiare le figlie a riprendere a parlare il tedesco, ma il piano non funzionò; infatti loro conversavano con Madame solo in francese. Quando Chiara raggiunse l’età di 11 anni e Simonetta 14, la madre decise che avrebbero trascorso le vacanze estive in Svizzera per perfezionare il loro francese; le ragazze non erano mai state all’estero. Zia Teresa e la mamma sarebbero andate con loro. Un giorno Paolo, ormai anziano, ricevette un telegramma dalla moglie, che gli spiegava che la figlia era scappata di casa con il fidanzato, aveva fatto una fuitina. Al momento si arrabbiò, ma in cuor suo fu contento, perché in tal modo non dovette preparare il corredo; però doveva recitare la parte del padre oltraggiato e affranto. La padrona della fattoria, invece, credendo nel dispiacere di Paolo, per confortarlo, incominciò a preparare i suoi piatti preferiti per parecchi giorni: ditalini con salsa al pomodoro, con salsa di pomodoro e ricotta, cotolette, pan di spagna. Arrivato il giorno di lasciare Mosè per recarsi in Svizzera, Simonetta sentiva che le sarebbe mancata soltanto la cucina, i sapori, gli odori della campagna. Raccolse delle foglie di alloro e le mise nella valigia per ogni evenienza, contro il mal di pancia, ma non era quello vero motivo. Quel viaggio sarebbe stato il primo di tanti, lontano dalla Sicilia, ma desiderava sempre tenere con sé un segno tangibile denso di significato che la riportasse a Mosè. Da allora le foglie di alloro di Mosè non sono mai mancate nella cucina della scrittrice. E’ sufficiente il vapore profumato di alloro e l’aroma della scorza di limone per farla tornare alla fattoria.
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