Recensione di: “Come un romanzo“ D. Pennac


«E naturalmente non amano leggere. Troppi vocaboli nei libri. E troppe pagine. Per farla breve, troppi libri.
No, decisamente, non amano leggere.
Almeno questo è quanto si desume dalla selva di mani alzate quando il prof. Chiede:
“A chi non piace leggere?”
[…] Quanto alle rare mani che non si sono alzate , è per ostinata indifferenza al problema

Il romanzo è incentrato sulla figura dei giovani e della lettura, che troppo spesso sono presentati come due realtà distinte, e si preoccupa di trovarne le cause e ipotizzare una possibile spiegazione, che chiarisca come si è arrivati a far disinteressare i giovani alla lettura.
Si parte da una condizione zero, neutra in cui l’adolescente è ancora bambino e la lettura è a lui estranea. Viene descritto il passaggio di formazione del bambino: quando da piccolo viene rasserenato dai genitori con la lettura e inizia ad associare i libri a qualcosa di positivo; impara a leggere e i genitori non sono più così disposti a farlo per lui, ma preferiscono indirizzare il figlio ad una lettura individuale, presentata ancora come un piacere personale; questo piacere con gli anni diventa un obbligo e il bambino sente di volere allontanarsi dalla lettura: vedendola come un obbligo e non più come un premio, quest’ultima perde il suo fascino, perde quel velo di intrigo che al contrario prima il bambino trovava. Non è più un puro piacere personale, ma una lettura sterile.

L’adolescente si vede di fronte un mondo tecnologico che rimpiazza e svaluta la capacità dei libri di far provare sensazioni sconvolgenti se si pensa che vengono da fogli di carta. Parlo a nome degli adolescenti e credo che l’arrivo del computer e dello smartphone, delle televisione e dei media abbia condizionato la nostra mente fino ad ipnotizzarla, colpendola con notizie rumorose, veloci, continue, appariscenti, di cui non siamo mai sazi. Il nostro cervello si è quindi abituato ad un mondo frenetico e vario, che è riuscito a svalutare i libri etichettandoli come noiosi e scontati. Però sono convinta che ogni adolescente sia ancora consapevole della bellezza di un libro, della soddisfazione che il libro giusto possa dare. Tuttavia è lo sforzo di cercare il libro adatto, l’autore migliore che frena gli adolescenti: scegliamo la via più comoda e ci buttiamo nella tecnologia dove sappiamo esserci ciò che cerchiamo senza alcuno sforzo. A toglierci la speranza e la volontà di ritrovare finalmente l’amore per la lettura è la scuola, i professori in particolare. Non si può pretendere di insegnare l’amore per la lettura ne’ tanto meno illudersi di trasmetterlo assegnando agli studenti libri noiosi e statici da un punto di vista stilistico, seguiti da montagne di esercizi correlati ancora più noiosi. Senza dubbio questi esercizi hanno una finalità ben precisa nell’apprendimento della lingua italiana e nella composizione di testi, ma non sono affini col trovare il piacere nella lettura: non si possono vedere che come un obbligo. Non stimolano alla lettura, non incantano il lettore, ne’ lo rapiscono: potrebbero anche farlo, ma, parlando da studentessa, l’ansia di cogliere tutti i dettagli e tutti i dati necessari per raggiungere le competenze richieste dall’insegnante è traviante: distacca troppo lo studente dalla realtà del libro, ci impedisce di affezionarci in qualche modo alla storia, impedendole di incantarci.
Bisognerebbe distinguere la lettura a fine didattico da quella fine a se stessa, per puro piacere personale, in modo da offrire una visione distinta di entrambi gli stili di lettura e concedere ad uno studente la possibilità di appassionarsi ad essa, sperando che riconosciuta la differenza, insegua da sé una lettura ideale, dettata da un puro piacere personale.

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