Concetti Chiave
- Le Guerre puniche, specialmente la Seconda, rappresentano un netto contrasto tra Roma e Cartagine, culminato nella distruzione totale di Cartagine nel 146 a.C.
- I Cartaginesi erano visti dai Romani come nemici assoluti, intrinsecamente malvagi e privi di lealtà, in contrasto con la fides romana.
- Galli e Germani erano percepiti diversamente: i Galli avevano una società stanziale e commerciale, mentre i Germani erano considerati più barbari e seminomadi.
- Cesare, nei suoi scritti, si immedesima nel punto di vista del nemico, mostrando l'imperialismo romano attraverso discorsi convincenti.
- Il termine latino hostis, inizialmente legato all'ospitalità, si è evoluto per indicare lo straniero pericoloso, mentre hospes denotava l'ospite inoffensivo.
Indice
Cartaginesi come nemico assoluto
Nell’immaginario del mondo romano le Guerre puniche, soprattutto la Seconda, ebbero un impatto formidabile. A differenza del rapporto con il mondo greco, quello con il mondo cartaginese si configurò come un netto contrasto fisico, con scarsissimo scambio culturale, senza possibilità di conciliazione, che si concluse soltanto con la distruzione totale del nemico, ormai inoffensivo, nel 146 a.C. I contesti che accompagnano le parole Poenus (“Punico”) e Carthaginiensis escludono la compatibilità culturale con il mondo romano: i Cartaginesi sono malvagi per natura, senza possibilità di redenzione. In particolare, il Cartaginese è connotato dalla perfidia (il “non stare ai patti”), che si contrappone alla fides, la “lealtà” tipica dei Romani.
Galli e Germani come alterità assimilabile
Il contatto dei Romani con l’“altro” rappresentato da Galli e Germani è tardo, successivo alla conquista del Mediterraneo. I Galli, o Celti, non usavano la scrittura; non possiamo quindi sapere attraverso documenti di prima mano come percepissero se stessi. Certamente si trattava di una società stanziale, agricola e commerciale, con una rete di città e un culto religioso complesso, che nutriva un senso di superiorità rispetto alla barbarie dei vicini più arretrati, tribali e seminomadi, ossia i Germani al di là del Reno. È lo stesso Cesare a riconoscerlo, quando riporta il discorso del capo gallo Diviziaco, che si rivolge ai Romani chiedendo aiuto proprio contro i Germani e definendoli «uomini selvaggi e barbari» (De bello Gallico, I, 31, 5).
Punto di vista del nemico
Lo stile oggettivo di Cesare aiuta a ricostruire questo mondo, ma si tratta comunque di una visione di parte. Esemplare in questo senso è il discorso che egli fa pronunciare a Critognato nel momento più difficile dell’assedio di Alesia, per evidenziarne «l’inaudita e infame efferatezza»; tuttavia ciò che colpisce nelle parole del Gallo è la dura condanna dell’imperialismo romano. È notevole come Cesare riesca a immedesimarsi tanto nel punto di vista del nemico da costruire un discorso assai convincente; del resto, comprendere i pensieri del nemico fa parte del mestiere del condottiero, oltre che di quello di un grande scrittore.: Quando confronta, nel libro VI, gli usi e i costumi dei due popoli, Cesare sembra considerare i Galli relativamente compatibili con i Romani, perché hanno imparato ad apprezzare gli agi della vita proprio grazie alla vicinanza con la provincia romana;