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Poetae novi

Tra il 70 e il 40 a.C. nacque a Roma un nuovo movimento letterario, quello dei poetae novi che lavoravano allo svecchiamento della letteratura latina ferma tra la crisi del teatro arcaico e il manierismo del poema epico di imitazione enniana.
Essi devono la spregiativa definizione di neoteroi a Cicerone che con questo termine denunciava sia la loro eccessiva dipendenza dai modelli ellenistici, sia il loro disimpegno politico di tendenza epicurea che può essere riassunto nel principio greco lathè biosas.
I poetae novi favorivano quindi il rinnovamento della lirica latina sulla base di principi mutuati dalla poetica ellenistica:
- la brevitas
- il labor limae
- spunti eruditi e arte allusiva
- rifiuto del poema magniloquente e impegnato
- concezione della poesia come divertimento letterario

- varietà di argomenti e temi (varietas e sperimentalismo)
- lirica volta alla soggettività e all’individualismo che sposa tematiche leggere ed evasive
- il pubblico non è piu l’intero corpo civico ma il solo circolo di intellettuali ai quali il poeta è legato da rapporti esclusivi di amicizia e dei quali espone istanze e aspettative.


I poetae novi erano una cerchia spregiudicata, esclusiva, raffinata, aristocratica non erano legati da rapporti di scuola ma dall’appartenenza a un ceto benestante e provinciale. Con la loro mentalità anticonformista sconfessavano i valori comuni del mos maiorum, dall’etica dell’impegno civile all’istituzione matrimoniale ma senza intenti propositivi.
Questo senso di estraneità verso i valori correnti non dimostrava però un effettivo superamento del modello della civica tradizionale.
Il disagio dei poetae novi derivava infatti dal fatto che essi non se la sentivano di accettare in toto i principi della morale comune ma neanche di rinnegarli , essi trovavano una risposta alla piattaforma dei valori comuni nella cerchia. Le loro posizioni sono però il prodotto dei tempi a loro contemporanei caratterizzati dall’instabilità politica e dalla violenza di parte: il primo triumvirato infatti aveva mostrato l’instabilità dell’istituzione repubblicana e l’egoismo dei singoli contraenti del patto che lo consideravano solo una tappa verso l’asservimento della stato al proprio potere personale. Catullo definisce infatti Cesare nel carme 54 come unicus imperator denunciando le sue mire assolutistiche.

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