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Cicerone e la politica


Cicerone, come Machiavelli, si trovò a vivere in un momento di profonda crisi, quella delle istituzioni repubblicane romane.
La crisi deriva dal fatto che i romani non seppero affrontare in modo adeguato le problematiche legate al caos in cui la res publica era precipitata (pensiamo ad esempio alla situazione di grande crisi che ci presentano le Verrine ciceroniane).
Per quanto riguarda la carriera politica di Cicerone, egli fu un politico attivo, riuscì a precorrere tutto il corsus honorum e fu fermato solo dal triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso. Egli appoggiava la politica di Pompeo, il quale era come lui un conservatore (il suo potere, derivando dal Senato, era dunque debole), a differenza di Cesare che era appoggiato dalle forze popolari.
Cicerone sperava che il potere nascente fosse retto da aristocratici; egli dapprima affermò di volere la cosiddetta concordia ordinum (l’accordo degli ordini, ovvero dei ceti sociali), successivamente modificò leggermente il concetto, consapevole dell'impossibilità di realizzare questo progetto, parlando del cosiddetto consensus omnium honorum (il consenso di tutti gli onesti). Cicerone cercava, cioè, quel consenso che avrebbe dovuto costituire l’ideale politico a cui tutti potessero guardare; per Cicerone, infatti, il popolo era di indole malvagia e i buoni (gli onesti) potevano essere solamente gli aristocratici o gli equites (alti borghesi). Infine Cicerone, nel “De re publica”, la sua opera politica principale, afferma il bisogno di raggiungere una stabilità politica che interessasse le istituzioni romane.
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