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Cicerone non pensa ad una “subordinazione” dei cavalieri all’oligarchia: sostiene una concezione “bilaterale e mediatrice”, che pone su un piano diverso ma non “disuguale” le due forze, comporta un’apertura sistematica dell’ordine senatorio ai migliori dell’ordine equestre e collega i due “ordini” nella difesa “costituzionale”. Dal 57 in poi, dopo la delusione dell’esilio, il suo pensiero politico si modifica senza stravolgersi (specie nell’orazione Pro Sestio, nel De republica, nel De legibus): vede ora la salvezza dello Stato nel consensus omnium bonorum, che rompe con la vecchia concezione degli ordines (e non è poco). I boni (i nuovi optimates) sono ora i senatori, i cavalieri, i cittadini dei municipi e delle campagne, gli uomini che esercitano arti e mestieri, i libertini di tutta l’Italia ormai in gran parte unificata nella cittadinanza romana: una vasta base di consenso per una classe politica più aperta, ispirata da un princeps di grande prestigio che si imponga, non con le armi, ma con la sua autorevolezza, agli altri principes viri per la restaurazione dello “Stato costituzionale”. È la maggiore apertura politica a cui sia giunto, di orizzonte italico; e risulta più nuova di quanto sia apparsa a molti e potenzialmente, almeno in parte, destinata a un grande avvenire.

Dopo l’assassinio di Cesare nel 44, Cicerone giungerà a porre a base dello Stato il consensus universorum, che supera implicitamente anche la distinzione tra civitas e provinciae in una concezione di “carattere imperiale”, ma il discorso è tutt’altro che approfondito. Per tutta la vita egli è rimasto un “conservatore illuminato”, legato alla difesa del regime repubblicano, che muore con lui. Non ha mai compreso o voluto comprendere che la crisi non era nel sistema ma del sistema ed ha scambiato i sintomi di una malattia mortale (il “blocco reazionario” e la corruttela della nobilitas, la pessima amministrazione delle province, le violenze dei populares, i tentativi di riforma agraria e di cancellazione dei debiti, le tendenze dittatoriali dei capi militari) in distorsioni curabili o da reprimere. Ma nessuno dei contemporanei, tranne forse Cesare, è andato oltre: né la storia del Mediterraneo offriva dei precedenti per la soluzione, ormai indifferibile, del contrasto fra le due “necessità storiche” da salvare contemporaneamente: l’impero universale e la costituzione cittadina. Anche la sua azione politica presenta limiti indiscutibili.

Ha speso la sua intelligenza e la sua azione a cercare di arrestare i pericoli di un rovesciamento dello Stato, ma non ha mai tentato di risolvere uno solo dei problemi che ne erano alla base. Sembra voler accontentare tutti quando deve raggiungere il consolato; diviene ondeggiante e contraddittorio di fronte ai “signori della guerra”, perché si illude, incredibilmente, di piegarli alla legalità repubblicana: sembra (e non è) contraddittorio di fronte ai nobiles, perché pensa di poterne rinnovare, con il loro consenso, la composizione e la mentalità; è costante nella opposizione ai populares, ma non è da sottovalutare il fatto che la loro vittoria si identifica con la dittatura cesariana.

Cicerone ha sempre creduto nella “costituzione”; che le armi dovevano cedere al libero dibattito degli organi costituzionali (cedant arma togae); che egli poteva influire sugli eventi con la sua eloquenza, la sua intelligenza, la sua cultura. Il che ci riporta alla sua natura di intellettuale. La sua debolezza politica coincide con la consapevolezza, ma anche con la sopravvalutazione del peso politico della sua grandezza intellettuale.

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