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Exordium delle Catilinariae di Cicerone


L’incipit è Ex Abrupto (=di colpo, dal nulla) perché inizia con una domanda retorica che serve a catturare subito l’attenzione: questo tipo di strategia viene utilizzato anche in poesia e prosa con l’inizio “in medias res”, dando per scontato qualcosa e iniziando a raccontare a partire dallo sviluppo.
Si susseguono poi numerosissimi interrogativi (ben 6) che sono rivolti a Catilina ma coinvolgono l’intero senato, e che già presuppongono una risposta dunque non sono scelti a caso. E’ presente dalla terza alla quinta riga un’anafora di NIHIL(=nulla), una ripetizione che serve per calcare la dimensione negativa degli avvenimenti che si raccontano.
Lo stile di Cicerone prevede l’uso di tante subordinate, in quanto i giri di parole sono essenziali per guadagnare il consenso del pubblico, e queste sono collegate tra loro da nessi relativi: è presente infatti un forte uso del pronome relativo (quo, quem, quam, che rappresenta un poliptoto in quanto lo stesso pronome viene declinato in più casi).
Va osservato che il termine “nostra” al rigo 1 è un plurale maiestatis che indica la pluralità di Roma che, per intero, non riesce più a sopportare le angherie di Catilina, e che serve per avvicinarsi di più al senato e conquistarsi così il suo favore.
Dal rigo 3 al rigo 7 Cicerone chiede a Catilina “Non hai un limite? Non ti turbano le guardie ovunque? Non ti fermano?” per fargli intendere poi che ormai è stato scoperto e pertanto, non avendo scusanti, deve ammettere le sue colpe. Parlando degli altri congiurati, in seguito, l’oratore fa perdere prestigio anche a coloro che avevano appoggiato Catilina perché corrotti.
E’ presente un’anafora anche del pronome indefinito quid, che serve per dare enfasi e rilievo a ciò che sta dicendo.
Le esclamazioni che seguono rappresentano una preghiera: “In che tempi viviamo! Poveri costumi! Povere tradizioni!” Anche Cicerone come Sallustio riconosce che Roma è in decadenza, pertanto si ripresenta il topos letterario del mos maiorum sparito e tradito.
Lo stile di Cicerone non emerge chiaramente fino alle proposizioni successive alle esclamazioni, in quanto le domande della serie di interrogativi devono per forza essere nette per ottenere l’attenzione necessaria a declamare il suo discorso.
Dalle domande si passa gradualmente alla dimensione del “tu”, che serve per diventare sempre più incisivo, ed è qui che si concretizza il vero e proprio attacco a Catilina con delle prove tangibili. Con il termine “consul” al secondo rigo del secondo paragrafo, Cicerone si riferisce in realtà a se stesso, il console in carica in quel tempo, ma per non mettersi in evidenza e concentrare l’attenzione sul malfattore non usa la prima persona.
Segue un nuovo interrogativo particolare, costituito dalla ripetizione del termine “vivit”: sta a significare che Catilina non solo vive ancora, e questo dovrebbe essere di per sé straordinario, ma arriva addirittura in senato e gli viene permesso di prendere decisioni e dire la propria. La malvagità dell’uomo viene esasperata nella descrizione fornita, secondo cui pare che solo attraverso gli occhi possa decidere il loro destino, e mentre li guarda stia già pensando a chi uccidere di loro. Questa accusa serve a infamarlo, ma anche a far comprendere che la sua violenza traspariva già dal suo sguardo.
“Immo vero” rappresenta un taglio rispetto a ciò che è stato appena enunciato, ha infatti il valore di “nonostante tutto quello che hai fatto” e costituisce una forte antitesi con quanto sopra.
Dalla dimensione del tu si passa al “nos”, ossia al “noi”, pronome che identifica la categoria degli uomini forti e integerrimi che non possono essere comprati, veri e spinti da una morale, agli antipodi con gli altri uomini mali come Catilina. La congiunzione avversativa “autem” è molto forte e fa una netta distinzione tra lui, che deve essere punito, e gli altri: la loro descrizione è un’iperbole, in quanto era impossibile che fossero davvero così perfetti, tuttavia è necessaria per infamare sempre di più Catilina.
Viene spiegato poi, nella frase che inizia con un termine di grande impatto, “ad mortem”, che egli avrebbe già dovuto essere stato condannato in precedenza, ma questa condanna non aveva ricevuto abbastanza consensi, tuttavia ora la situazione è cambiata in quanto la sua malvagità è evidente.
Il terzo paragrafo si apre con un’interrogativa diretta introdotta da “an” che con tono retorico provoca il pubblico sollecitandolo e portandolo dalla propria parte. E’ presente all’interno dell’interrogativo anche una ricostruzione di un contesto antecedente rispetto a Cicerone di circa 60 anni (in quanto la riforma dei fratelli Gracchi, prima con Tiberio e poi con Gaio, risale a 131-121 aC) attraverso i nomi di Scipione e Gracco. Cicerone spiega che anche in questo contesto c’erano stati degli episodi negativi, che avevano posto in bilico lo stato anche se in maniera marginale, e in quei momenti era stato necessario tollerare qualche difficoltà; ora, tuttavia, è impossibile tollerare ciò che ha commesso Catilina, che è decisamente peggio, perché Roma non può più perdonare. Da notare l’antitesi tra “marginale” e “mondo intero”.
Nei primi due paragrafi parlava del console in maniera distaccata e impersonale, mentre adesso c’è un passaggio a una dimensione personale e collettiva necessario perché il “noi” coinvolge di più il pubblico ed è maggiormente enfatico dunque dà importanza al fatto che tutti gli uomini, compreso Cicerone, sono accomunati da questa disgrazia: Catilina.
Segue un altro excursus storico con i nomi di Servilio e Melio, e un’anafora del verbo “fuit” che serve a dare enfasi e pone in evidenza il fatto che un tempo fosse effettivamente presente un mos maiorum, una cittadinanza di viri boni che avesse il coraggio di punire i cittadini che offendevano la res publica. Viene proposta infatti un’immagine di questi che riservano ai loro concittadini malvagi una punizione più crudele di quella riservata ai nemici: questo perché il male perpetrato da un romano nei confronti di un altro romano è più grave perché questi rappresenta un nemico interno.
Spesso Cicerone si serve di aggettivi usati con vari gradi (comparativo, di maggioranza, minoranza o uguaglianza, e superlativo relativo o assoluto), un esempio è fornito da FORTES (valore positivo) Acrioribus(comparativo di maggioranza di acer), due aggettivi che, seppur con funzioni logiche diverse (soggetto e complemento di mezzo) hanno un significato praticamente identico e pertanto creano ridondanza e un’esasperazione dei toni.
Ritorna la dimensione a tu per tu con Catilina grazie al “te” e Cicerone dice che lo stato non manca di una saggezza e di una capacità di decidere attraverso il senato e chiude il discorso ammettendo che sono i consoli che vengono meno al loro dovere perché se lui è ancora lì vuol dire che non hanno saputo porre riparo alla situazione. Questo falso colpevolizzarsi è una tattica che serve per arruffianarsi il pubblico, e si concretizza riconoscendo che il problema di Roma esiste perché Catilina è stato lasciato libero di agire. Questa chiusura è dunque molto forte perché l’accusa strategica viene mossa non al senato (che sta udendo il discorso) ma ai consoli che hanno la più completa responsabilità. Ricorre dunque più volte il concetto di integrità dello stato ideale, che non è corrotto.
cupientem è l’emblema della bramosia e della smania di successo attribuiti a Catilina, stessa caratterizzazione fatta da Sallustio nel De Coniurationae Catilinae.
E’ presente una nuova anafora, quella del pronome “nos” che si pone in correlazione con il precedente “fuit” in quanto se questo porta l’attenzione sul passato, guidato da dei valori, l’altro mette in evidenza la situazione odierna, in cui i consoli vengono meno.
Desumus e Deest sono voci del verbo Desum, un composto di sum che significa “venire meno, mancare di qualcosa”, dato che il “de” ha valore privativo.
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