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Gaio Giulio Cesare


Cesare fu un abilissimo oratore, molto diverso da Cicerone poiché preferiva l’atticismo, ovvero un’oratoria priva di orpelli, ma comunque elegante, fine, piena di ardore (tant’è che Quintiliano afferma che Cesare parlava con la stessa energia con cui fece la guerra), seppur poche siano le orazioni rimasteci.
Cesare, inoltre, si dedicò a problemi di linguistica; è, infatti, l’autore del “De Analogia”, trattato che racconta di come la lingua si sia modificata nel corso del tempo. Cesare era un analogista che, a differenza degli anomalisti, riteneva che la lingua si modificasse per analogie e non per anomalie.
Tuttavia, di Cesare sono state tramandate più opere politiche, o commentarii, che opere letterarie (le sue opere in versi sono andate tutte perdute a parte qualche frammento). Egli, infatti, è ricordato sopratutto come l'autore di grandi mosse politiche e la sua personalità emerse soprattutto nelle opere storiografiche:
-De bello Galllico, in cui è narrata la compagna militare in Gallia;
-De bello Civili, in cui è narrata la guerra civile tra Cesare e Pompeo.

Cesare, seppur si fosse alleato nel primo triumvirato con Pompeo e Crasso, si rese conto di necessitare di un prestigio militare: per questo invase la Gallia, in quanto Pompeo combatteva già in Oriente. Egli, all’inizio, scrisse il De bello Gallico essenzialmente per difendersi da chi lo accusava di aver intrapreso la campagna in Gallia solo per prestigio militare.
I commentarii cesariani non possono essere ascritti a nessun genere storiografico, essendo una tipologia molto originale. Essi non indicano un genere letterario ma esclusivamente degli appunti, dei brevi rapporti militari o amministrativi che fungevano quasi come da promemoria. Cesare, infatti, completò l’opera mano a mano che avvenivano i fatti dei quali egli doveva rendicontare al Senato che pagava ogni missione; per questo doveva inviare loro notizie della campagna. Il De bello Gallico è quindi un’opera che molto probabilmente aveva finalità propagandistiche, quindi non bisogna aspettarsi che tutto ciò che vi è narrato sia necessariamente vero. Cesare, infatti, non raccontò di alcuni particolari della campagna militare a lui sfavorevoli. Egli, inoltre, parlava in terza persona nell’opera per fare in modo che l’intento elogiativo non fosse così evidente.

Nel De bello Civili Cesare parla ai romani non di nemici stranieri ma di altri romani ed ha quindi l'intenzione di far individuare ai romani un avversario presente tra loro. Ciò era molto difficile e per questo Cesare risponde alle accuse di Pompeo e dei suoi seguaci mostrandosi come una vittima; di conseguenza traspare nell’opera una realtà molto più manipolata rispetto quella che traspariva dalla lettura del De bello Gallico.

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