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La miserabile fine di Lesbia

Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
illa Lesbia, quam Catullus unam
plus quam se atque suos amavit omnes,
nunc in quadriviis et angiportis
glubit magnanimi Remi nepotes.


Lesbia, la donna che il poeta ha amato più di se stesso e che ha saputo descrivere con accenti ora delicati, ora appassionati, viene presentata in questo componimento come una volgare prostituta, pronta a concedersi a tutti. Come in altri carmi, la situazione lirica presuppone il definitivo abbandono di Lesbia, ma in questa composizione la delusione provata da Catullo sembra più fresca e dolorosa: la violenta invettiva, chiusa in se stessa, dà la misura della tragedia sentimentale vissuta da Catullo.
Nell’interpretazione del carme grande importanza ha l’identificazione dell’interlocutore, il Celio citato dal primo verso. Difficilmente il personaggio può essere Marcio Celio Rufo, amante di Clodia dal 59 al 57 a.C. e poi difeso da Cicerone nel 56 a.C., dopo che era stato accusato dalla donna di tentato avvelenamento. Catullo aveva rotto l’amicizia con Celio probabilmente perché costui gli aveva sottratto l’amore di Lesbia .

Pertanto è più verosimile l’identificazione dell’interlocutore con Celio, un amico veronese del quale il poeta dice di avere sperimentato l’amicizia quando una folle passione lo bruciava fin dentro le midolla (c.100 v.7 ): a lui ora Catullo si rivolge per confidargli la misera fine della sua donna.

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