Catilina: un fuorilegge o un vero rivoluzionario?

La legge romana così definiva i fuorilegge, contrapponendoli ai nemici: "I nemici (hostes) sono coloro che ci hanno dichiarato guerra o a cui noi abbiamo dichiarato guerra; tutti gli altri sono banditi (latrones) o predoni (praedones)".
Il termine latro indica quindi colui che all'interno di uno Stato si oppone a esso, rifiutandone e violandone le istituzioni: insomma un "fuorilegge" in quanto opera come se la legge dello Stato non esistesse oppure ribellandosi consapevolmente a essa.

La definizione di latro implicava per i Romani una disapprovazione e una condanna molto forte, tanto che il termine venne frequentemente impiegato per indicare gli oppositori politici, i "nemici", con una connotazione che evocava un genere di violenza identificabile come minaccia dell'ordine sociale. A questo proposito è stato osservato il diverso uso di latro da Cicerone nelle sue opere: negli scritti storici e filosofici il termine è usato per designare i veri e propri banditi; nelle orazioni invece le parole latro/latrones sono sistematicamente impiegate per definire gli avversari politici più temibili, connotati come pericolosi destabilizzatori dello Stato. Quest'uso del vocabolo fu particolarmente frequente negli anni di tensione politica e di conflitti interni che segnarono l'ultimo periodo della repubblica. Dell'appellativo latro Cicerone si serve efficacemente per condannare nemici come Verre, Clodio, Antonio e ovviamente Catilina.

Ma Catilina fu davvero un pericoloso fuorilegge? Secondo Cicerone, come abbiamo visto, sicuramente sì e anche secondo Sallustio: latrones inermes ("banditi male armati") sono qualificati Catilina e i suoi compagni dal luogotenente Marco Petreio nel discorso ai soldati prima della battaglia finale contro i congiurati (De Catilinae coniuratione). L'indole criminale di Catilina è delineata da Cicerone, che ne elenca dettagliatamente i turpi scelera precedenti alla congiura stessa.

Quanto agli storici moderni, molti condividono il giudizio di Cicerone e Sallustio; altri, più moderati, non solo ridimensionano la portata della congiura ma addirittura rivalutano la figura di Catilina come un rivoluzionario che si batté in favore dei ceti più deboli ed emarginati per arginare lo strapotere dell'oligarchia senatoria. Del resto il fallimento della politica dei Gracchi aveva dimostrato che la classe dirigente non intendeva cedere alle istanze del popolo e Catilina stesso aveva tentato più volte di farsi eleggere console, ma senza successo. Il ricorso alla congiura sarebbe stato quindi un estremo tentativo per imporsi sulla scena politica: un atto che però nel giudizio di coloro che appartenevano alla classe dirigente, ad esempio Cicerone e Sallustio, si configurava non come conflitto politico ma come pura azione di banditismo. Si possono leggere a tale proposito le parole di Cicerone nella I Catilinaria: "Quando ho fatto fallire la tua elezione al consolato ho per lo meno ottenuto il risultato di lasciarti esclusivamente la possibilità di tentare il tuo assalto allo Stato da esule, piuttosto che di sovvertirlo da console, e di far dare al tuo scellerato attacco il nome di brigantaggio (latrocinium) anziché quello di guerra (bellum).

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