Tacito
E' vissuto nel periodo dei Flavi (I-II secolo d.C.) ed è considerato il più grande storiografo latino. Nasce intorno al 55 d.C. probabilmente nella Gallia Narbonese, da una famiglia agiata, probabilmente di rango equestre. Intorno al 78 sposa la figlia di Agricola, uno tra i più validi generali dell’epoca, allora impegnato nelle campagne di conquista i Britannia. Avviato alla carriera politica, inizia il cursus honorum sotto il principato di Vespasiano, terminandolo ai primi anni del principato di Domiziano, ricoprendo la questura, l’edilità o il tribunato delle plebe e infine nell’88 la pretura. Successivamente gli viene affidato il governo di una provincia, circa nel 93, poiché non parteciperà ai funerali del suocero. Dopo la morte di Domiziano, sotto Nerva, raggiunge il consolato nel 97. Sotto Traiano, fra il 98 e il 100, pubblica l’Agricola e la Germania, acquisendo una certa notorietà, e sostiene insieme a Plinio il Giovane, l’accusa di abuso e malversazione contro Mario Prisco. Intorno al 104/105 torna nuovamente a Roma dopo un periodo di assenza; tra il 112/113 governa come proconsole la provincia d’Asia; verso il 102 pubblica il Dialogus de oratori bus per dedicarsi successivamente agli Annales e alle Historiae. Muore probabilmente verso il 125, sotto Adriano.


L’Agricola

L’Agricola è una monografia storico-biografica, pubblicata nel 98. All’interno di esse vi è essenzialmente la laudati funebris del suocero Gneo Giulio Agricola, conquistatore di gran parte della Britannia, rimasto però vittima delle gelosie del tiranno Domiziano. Non essendo presente alle esequie, concepisce il suo primo omaggio del suocero attraverso una recitatio per il pubblico colto romano, ma prudentemente la pubblica dopo che Domiziano esce di scena. Di fatto l’opera risulta essere un crocevia di generi letterari: biografia, trattato etnografico, monografia storica ed elogio funebre. La prima parte tratta la biografia dell’autore sino al proconsolato in Britannia; la successiva sezione è occupata da un’ampia digressione etnografica sui caratteri dell’isola, derivante da promemoria del suocero e dall’esposizione di Cesare nel De Bello Gallico; a partire dal capitolo 18 assume i caratteri di monografia storica, concentrandosi sulle imprese militari di Agricola in Britannia e in particolar modo sulla battaglia decisiva combattuta presso il monte Graupio. Il resoconto dei fatti militari si alterna a quello delle reazioni politiche a Roma (anche Sallustio propone una struttura bipartita). Il carattere biografico ritorna nei capitoli conclusivi, narranti gli ultimi anni di vita del protagonista e la sua morte, muovendo accuse di omicidio contro di Diocleziano. L’opera si conclude con l’elogio finale di Agricola e, attraverso la sua figura, Tacito vuole illustrare come sia possibile servire con lealtà e competenza lo Stato, anche vivendo sotto un regime dispotico e violento. Prende dunque come esempio Agricola, che incarna la prerogativa della collaborazione senza compromessi con il potere imperiale, che risulta essere l’unica soluzione praticabile per chi cerca una mediazione non disonorevole o comunque una via di fuga dalle infamie del principe.

C'è un'impronta moralistica: parla della sua preoccupazione per la corruzione a Roma. C'è la tendenza a variare lo stile per non annoiare il lettore inserendo excursus etnografici e discorsi diretti dei personaggi come facevano gli storiografi. Usa uno stile retorico vario che maturerà nei suoi due capolavori; presenza di frasi che procurano piacere e userà la brevitas (capacità di sintetizzare). E' una biografia che segue un ordine cronologico (Plutarco) e sottolinea la sua capacità di apprendere velocemente e c'è una particolare attenzione per il suo governo in Britannia dove combatte contro i Caledoni (popoli del nord) e sottolinea il rapporto che aveva con Domiziano che era geloso della sua fama e secondo lui fu avvelenato dal princeps. Lo scrive per tutelarsi dalle critiche che derivavano dal seguire Domiziano, riabilitando la figura del suocero e giustificando la sua mancata opposizione (lo stato prima di tutto).

La Germania
La Germania viene pubblicata nel 98 d.C. ed è un trattato etnografico, composto da 46 capitoli. In quest’opera sono argomentati gli usi e i costumi delle popolazioni indipendenti che stavano al di là del Reno (soprattutto nei primi 27 capitoli). Gli ultimi 19 contengono una rassegna etnografica delle principali tribù. È una monografia a carattere etnico-geografico molto importante della letteratura latina poiché è fra le poche che possiede come oggetto primario l’indagine per gli interessi etnografici, che non sono più ridotti a excursus. In quest’opera, Tacito sottolinea la purezza naturale delle popolazioni stanziate in Germania, la loro austerità, il loro senso religioso, il desiderio di gloria militare e l’assenza di raffinatezze nell’educazione dei figli e nel comportamento delle donne, che diventano un occasione di rimprovero per la società imperiale romana, contaminata ormai di vizi e diretta verso un’inarrestabile decadenza (da ciò scaturisce un implicito ricordo della Roma arcaica). Quest’ultima è comunque più complessa e matura sul paino istituzionale rispetto ai popoli primitivi germanici, considerati inferiori e da civilizzare. Dal punto di vista politico prevede che essi, una volta superate le divergenze interne, possano diventare un pericolo per l'impero (argomento che riguardava l'attualità). La critica tacitiana si spinge anche agli aspetti inaccettabili del mos germanico, quale la rissosità, la pigrizia, il vizio del gioco e del bere. Da una parte dunque lancia l’allarme del potenziale nemico, dall’altra evidenzia che si tratta comunque di un popolo barbaro e incivile. Agli occhi di Tacito, il modello romano di società è ben superiore sia rispetto al modello della polis greca, sia rispetto a quello delle società primitive, tanto da giustificare il diritto alla conquista quale mezzo di diffusione dell’urbanitas, avvertita come un autentico dovere storico. L’opera rivela tuttavia qualche lacuna sul piano dei contenuti in senso stretto (descrive la situazione generale prima dell’arrivo degli imperatori flavi), poiché i dati esposti non derivano da osservazioni dirette e esperienze personali, ma sono il risultato della lettura di altre opere dedicate all’argomento, ormai datate, come Bella Germanie (Plinio il Vecchio), De bello Gallico (Cesare), Historie (Sallustio).

Il Dialogus de oratoribus

Scritto dopo il 100 è un’opera dal periodare classicheggiante di modello ciceroniano. Le tematiche sono problematiche di tipo morali, civili e politiche. L’opera mette in scena un dialogo che si suppone si svolga nel 75 in casa di Curiazio Materno (retore e tragediografo) che sarebbe stato messo a morte a Domiziano. La discussione verte sulla decadenza dell’oratoria: Messalla ne individua le ragioni nel deteriorarsi dell’educazione e nell’impreparazione dei maestri, da cui non può che nascere una retorica insulsa. Materno, portavoce dell’autore, adduce motivazioni politiche: la decadenza dell’eloquenza contemporanea è inevitabile, perché la vera grande eloquenza può fiorire solo in tempi tumultuosi e politicamente disordinati com’erano quelli della res publica in cui visse Cicerone. D’altra parte bisogna accettare il principato come l’unico sistema di governo capace di garantire alla società una vita più ordinata e tranquilla, mantenendo distante il rischio di nuove guerre civili. La crisi dell’oratoria è dunque il prezzo da pagare per l’ordine e la pace garantiti dal pinceps, dunque il principato non ha credibili alternative.

Le Historiae e gli Annales
Tacito, dopo le monografie, capisce quale sia la sua vera vocazione, il genere storiografico. Da Livio e Sallustio eredita la concezione di storia come ragionamento e analisi dello stato, come ricostruzione razionale dell'esperienza di individui all'interno della repubblica.

Le Historiae narrano le vicende che da Galba (1° gennaio del 69) giungono alla morte di Diocleziano, da quando dunque giunse la notizia a Roma della rivolta di due legioni stanziate sul Reno, che è l’avvenimento a cui si legheranno tutti gli eventi successivi. Le Historiae offrono il quadro dello scontro fra potere centrale e province, argomento inedito per la storiografia romana. Al centro della riflessione è l’analisi dei costi e del fallimento del principato, incapace di assicurare la pace. Gli Annales sono dedicati al mezzo secolo precedente (14-69) e pongono al centro della riflessione lo studio delle cause e dei meccanismi del potere imperiale. Il punto di partenza di quest’opera è la morte di Augusto. Fra i tanti elementi di continuità che legano queste due opere vi è la tendenza ad aggregare la narrazione intorno ai due poli costituiti da Roma, caput mundi, e le province. I due teatri si alternano continuamente, conferendo ritmi diversi alla narrazione. Il mondo delle province è dominato da ribellioni represse, campagne militari di vasto respiro, operazioni sul limes a metà fra esigenze strategiche e volontà di rivincite in nome dell’orgoglio nazionalistico: è il luogo in cui gli uomini possono dare prova delle loro capacità militari e di dedizione a Roma. In quest’ultima invece, dominano le figure ambiziose, sinistre e senza scrupoli di mogli, liberti e cortigiani, delle vicende di palazzo, che dettano i ritmi della vita quotidiana, in un clima di efferatezze, intrighi, dissolutezze, adulazione, in cui la classe senatoria soccombe, e dal quale emergono solo pochi uomini degni di maiores. Tacito si dedica agli Annales poiché vuole spiegare la cause più remote della gravissima crisi politica narrata all’inizio delle Historiae. Scava quindi nel passato agli esordi della dinastia giulio-claudia, ma il suo atteggiamento di fondo è ormai mutato: i problemi politici dell’impero continuano ad apparirgli gravemente irrisolti, e ciò accresceva la sua inquietudine. Passa dalla preoccupazione e dall’ansia delle Historiae, a un invincibile pessimismo negli Annales.

Storia e politica
Gli Annales si concentrano sulla questione politica, sul passaggio dalla res publica al principato. Tacito mette in evidenza lo spettro del fallimento ideale, consumatosi nell’ultimo ventennio con la sistematica umiliazione delle prerogative senatorie e la crescente burocratizzazione degli apparati statali, fenomeni che non lasciavano più spazio a fondate speranze di rinascita. Infatti se al tempo di Agricola, nelle Historiae, Tacito poteva ancora credere nella possibilità di conciliare principatus e libertas, negli Annales afferma che sotto la maschera di una parziale libertà si cela la terribile verità del nuovo regime, la sua natura di governo tirannico, che creava intorno a se un popolo di adulatori, desiderosi solo di non scontentare il sovrano. Per Tacito dalla storia è dunque possibile scorgere allusioni e prefigurazioni di avvenimenti contemporanei, in quanto storia e politica, passato e presente sono strettamente legati. Da qui la sua lettura sempre in chiave politica della storia. Per esempio negli Annales, nella personalità di Tiberio si può scorgere quella di Domiziano. Ciò non significa che dietro ogni personaggio o evento degli Annales si nasconda il fantasma di un protagonista contemporaneo: pur con tutta la soggettività del suo metodo Tacito rimane una fonte attendibile.

Attendibilità Storica Di Tacito
Tacito risulta essere attendibile, nonostante la sua forte impronta personale. Dimostra infatti la propria accuratezza nell’accertamento della verità: non solo consulta varie fonti, ma mette in evidenza la sua perspicacia critica nel privilegiarne una piuttosto che un'altra. Essendo senatore aveva facile accesso ai documenti ufficiali; lesse le fonti dirette (discorsi degli imperatori), gli scritti storici (ad esempio di Livio, di Plinio il Vecio). Pur essendo difficile, Tacito riuscì a rielaborare tutti questi documenti ottenendo un lavoro coerente e di alto livello, migliore dei lavori di Svetonio e Plutarco, i quali, utilizzando sempre le stesse fonti, non riuscirono ad ottenere lo stesso invidiabile risultato.

Ideologia Del Principato
Tacito nel corso della sua vita si trova davanti a due gravi crisi politico-istituzionali che lo segnano indelebilmente. La prima fu la guerra civile fra Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano, tutti pretendenti al trono imperiale; la seconda fu la morte violenta di Domiziano e i problemi istituzionali che ne seguirono. Inoltre negli anni della maturità Tacito sperimentò anche regimi moderati e illuminati, come quello di Traiano, e regimi dispotici non liberali, come quello di Domiziano, ed ebbe modo di conoscere gli effetti di due diversi meccanismi di successione, quello dinastico (Flavi) e quello adottivo inaugurato da Nerva.
Tacito non nutre rimpianti nei confronti del periodo della repubblica, ma allo stesso tempo non ama il principato ma ne riconosce la necessità storica. Infatti Tacito per esperienza capisce che la repubblica era una forma di governo troppo debole, facilmente soggetta a problemi di carattere civile, per questo il principato gli sembra l'unica forma di governo in grado di garantire la pace e l'unione degli individui. Il concetto di libertas viene ora concepito come un clima di collaborazione fra principe e senato. All’opposto di questo clima vi è il dominatus, la dispotica oppressione esercitata nei confronti della classe senatoria da tiranni come Nerone o Domiziano, i quali più che esercitare il ruolo di principe esercitavano una dittatura, che può essere evitato secondo Tacito attraverso un sistema di successione basato sull’adozione operata del principe ancora in vita con l’avallo del senato e delle gerarchie militari.
La libertas dunque non esprime più un’astratta rivendicazione di diritti e prerogativa da parte di chi un tempo governava la res publica, ma un corretto rapporto fra il principe e l’ordo senatorius, l’insieme delle condizioni che permettono un comportamento non servile della classe dirigente rispetto al principe, ma di leale collaborazione per il bene supremo dello stato. Un aspetto particolare del problema è quello che coinvolge i rapporti fra senato e imperatore in un regime di dominatus. Tacito dunque propone una via corretta da seguire per evitare il servilismo di chi si vende al tiranno, la supponente arroganza di chi si ritrae dalla vita pubblica, e per mantenere integra la propria dignitas. Il suocero Agricola rappresenta un modello in tal senso, in quanto fu un fedele servitore dello stato ma non un servile cortigiano di Domiziano, estraneo agli intrighi di corte e consacratosi all’ampliamento e al rafforzamento dei confini dell’impero.
Tacito rivela chiaramente che la storia dipende dai rapporti tra princeps e senato, che a loro volta dipendono dalla personalità del princeps. Tacito rappresenta i suoi personaggi nella loro psiche più contorta, e vengono ritratti non tanto nella loro proiezione esteriore e ufficiale, quanto nella verità dei rapporti privati, alle prese con le mogli, con i liberti e con se stessi. Tacito non è quindi né di facile lettura, né di immediata comprensione: occorre imparare a leggerlo nelle sue peculiari categorie di giudizio e di pensiero. È inoltre un abile scrittore tragico.

Stile
Tacito tende a marcare i fatti in modo personale, per questo non è sempre facile comprenderlo (stile difficile). Da citare la sua grande capacità di descrizione delle psicologie, delle passioni, dei vizi dei personaggi (drammaticità e teatralità). Non usa l'ordine consueto formando le frasi, in modo da stupire il lettore e da rendere evidente la drammaticità. All'inizio dimostra di essere ancora incerto su alcuni elementi della sua poesia, soprattutto nelle monografie; infatti utilizza impostazioni formali nonostante senta la necessità di libertà dagli schemi. Dalle Historiae inizia a sperimentare nuove strutture formali che renderanno la sua storiografia molto originale. Notiamo le stesse differenze anche nel lessico dello storiografo: mentre nella Germania prevale il modello di Seneca, quindi frasi a effetto, anafore, antitesi e un lessico in generale molto ricercato, nell'Agricola riprende invece l'anticlassico Sallustio, ricerca la patina arcaica e l'espressione insolita (farà lo stesso nelle Historiae e negli Annuales). La drammaticità e la teatralità della prosa tacitiana è in linea con la tendenza al “barocco”, e questa tendenza ricorre spesso all'orrido. Ama la metafora, vuole costruire frasi brevi caratterizzate dalla sintesi e dalla brevitas. Utilizza dei neologismi e usa anche arcaismi.

Hai bisogno di aiuto in L'età imperiale?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email