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La storia tacitiana: Historiae e gli Annales


Le Historie composte fra il 100 e il 110 d.C. e divise in quattordici libri, narravano gli eventi dalla morte di Nerone (9 giugno 68 d.C.) alla morte di Domiziano (96 d.C.): sono sopravvissuti i libri I-IV, parte del V e frammenti dei restanti. La scelta dei due estremi cronologici ha un valore pregnante: dopo la morte di Nerone, la crisi politica e militare dell’anno 69 d.C. aveva inaugurato una nuova epoca, a cui la classe senatoria (incarnata nel vecchio Galba) non aveva saputo far fronte; ne era derivata l’affermazione dei Flavi.


Allo stesso modo, la crisi prodotta dalla morte di Domiziano avrebbe potuto degenerare in una nuova tirannide se fosse ancora prevalsa una linea politica miope e reazionaria e, dunque, non fosse stata accolta l’adozione di Traiano da parte di Nerva.

Gli Annales (o Ab excessu divi Augusti), composti dopo le Historiae (dal 113 d.C.) e divisi in sedici libri, narravano gli eventi dalla morte di Augusto (19 agosto 14 d.C.) sino alla morte di Nerone: sono sopravvissuti i libri I-TV (legno di Tiberio) e XII-XV (regni di Claudio e Nerone), oltre a frammenti degli altri.

I principi della dinastia giulio-claudia sono i protagonisti della narrazione e Tacito ne fornisce dettagliate analisi psicologiche (Tiberio è dissimulatore. Claudio è debole e influenzabile, Nerone è dispotico e volubile). Il tono é fortemente negativo: nelle generale depravazione, umana e morale, emergono solo le figure dei grandi generali dell’impero (Germanico, Corbulone, Agricola, Trasea Peto), estranei alla corte e capaci di perpetuare le virtù tradizionali di Roma.

La storia tacitiana si definisce come ricerca delle cause degli eventi e scandaglio delle motivazioni degli atti umani: Tacito si ripromette di fornire una visione obiettiva dei periodi trattati, evitando le parzialità degli storici precedenti. Questo giudizio presuppone un sostanziale apprezzamento della stabilità della propria epoca e, in particolare, della funzione pacificatoria del principato traianeo: il potere assoluto di una sola persona si configura, infatti, come condizione necessaria alla salvaguardia dello Stato romano e come unico strumento in grado di ovviare al pericolo delle guerre civili.

Questo convincimento si accompagna alla lucida consapevolezza della fine dell’esperienza repubblicana, ma si esplica anche nella individuazione di un nuovo (e aggiornato) sistema di valori politici: la probità dell’uomo può ancora manifestarsi nel servizio allo Stato e abbandonare gli sterili tentativi di difesa a oltranza di un ideale politico (quello repubblicano) ormai privo di qualsiasi attuabilità.

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